11 giugno 2026

L'estetica del pianto: Bostridge e l'ombra di Dowland al Museo del Violino per Monteverdi Festival

Esiste un filo invisibile ma tenace che lega la Cremona di Claudio Monteverdi alla Londra elisabettiana di John Dowland. È il filo della rivoluzione della parola che si fa musica, del madrigale che si fa ayre, dell’introspezione psicologica che per la prima volta nella storia occidentale sale sul palcoscenico dell’anima.

Siamo in un’epoca di cambiamenti, tra la fine del Cinquecento e il primo Seicento, quando l’aria da camera e la composizione per voce e liuto iniziano progressivamente a prendere il posto del madrigale polifonico rinascimentale. Sono forme nuove, capaci di esprimere con straordinaria immediatezza il genio di intere generazioni di compositori.

Tale evoluzione nasce da una profonda indagine sulla voce umana, che in questi decenni si schiude gradualmente a possibilità espressive fino ad allora inesplorate. La melodia acquista una centralità nuova: sensibile nel suo schietto contorno come un profilo, aderente all’intimo, significante come la voce di un corifeo, essa sintetizza l’immagine, ne suggerisce luci e ombre, spazio e profondità, esprimendola senza residui. È l’affermarsi di una discorsività melodica intensa, di una liricità che, aderendo alle inflessioni del dettato poetico e alle sue cadenze foniche, si offre a tutte le possibili sfumature dell’emozione.

In questa ‘terra di mezzo’ musicale, in occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Dowland, il Monteverdi Festival ha ospitato, nell’abbraccio acustico del Museo del Violino, un appuntamento che si è rivelato un vero simposio sull’estetica della melancholia. Protagonista assoluto, uno degli interpreti più spirituali e magnetici della scena musicale contemporanea: Ian Bostridge.

Per decifrare un programma tanto denso, la figura di Bostridge rappresenta una chiave interpretativa imprescindibile. Storico di formazione, autore di un dottorato a Oxford dedicato proprio all’Inghilterra del primo Seicento, il tenore britannico non si accosta a Dowland con il distacco dell’archeologo, ma con la complicità di chi ne abita i codici culturali. Il testo poetico elisabettiano, fatto di contrasti netti, chiaroscuri e tensioni irrisolte, diventa per lui il motore stesso del suono.

La sua voce, celebre per la purezza timbrica e per una duttilità quasi febbrile, rifugge ogni esibizione virtuosistica per inseguire la verità teatrale della parola. Laddove altri interpreti privilegiano una compostezza austera, Bostridge scava nella materia del linguaggio: cesella le consonanti, sospende il tempo sui respiri, alterna il sussurro all’incisione espressiva, restituendo a queste pagine la loro sorprendente modernità.

Il programma si è dipanato come un pellegrinaggio notturno attraverso il capolavoro strumentale di Dowland, Lachrimæ, or Seaven Teares (1605), alternato per l’occasione ai suoi canti più celebri. Nella sala del Museo del Violino è risuonata l’ossessione elisabettiana per la malinconia, intesa non come semplice ripiegamento esistenziale, ma come nobile stato dell’intelletto, posa filosofica e artistica che trovava nel pianto la sua più alta espressione catartica.

Il percorso si è aperto, non a caso, con il manifesto di questa estetica, Flow my teares, per poi addentrarsi nei labirinti armonici di Sorrow stay e nella desolazione radicale di In darkness let me dwell, tratta dalla raccolta A Musical Banquet del 1610. In questi capolavori la linea vocale di Bostridge si è fatta autentico recitar cantando — ponte ideale verso la lezione monteverdiana — assottigliandosi fino al fil di voce per evocare oscurità, perdita e abbandono.

Il programma ha saputo tuttavia concedersi anche squarci di luce, come nel celebre Come again, sweet love doth now invite o nella brillante retorica amorosa di Can she excuse my wrongs. Particolarmente suggestivo il cameo rappresentato dall’intervento solistico della liutista Kristiina Watt in Forlorn Hope Fancy: la delicatezza del liuto ha preparato il successivo dialogo tra voce e strumento in Come again, sweet love doth now invite, dove le nubi del dolore si sono momentaneamente diradate lasciando emergere una vitalità ritmica quasi danzante.

Eppure l’ombra di Dowland è tornata presto a dominare la scena, ancora una volta nell’ammaliante oscurità di In darkness let me dwell.

Il fascino dell’interpretazione di Bostridge risiede non soltanto nella sapiente enunciazione prosodica, ma nel dominio assoluto delle dinamiche, nella figura elegante e sottile, nella sprezzatura quasi aristocratica di una mano che si ravvia la chioma, in una presenza scenica improntata all’understatement che finisce paradossalmente per amplificare il magnetismo dell’artista.

In piedi nei brani con il consort, seduto in quelli accompagnati dal solo liuto, Bostridge è apparso costantemente immerso nel testo. Ogni parola pensata prima ancora che cantata; ogni verso perfettamente calibrato secondo il proprio peso specifico. È quell’intus legere della poesia che dovrebbe costituire il fondamento di ogni autentica interpretazione vocale.

La particolarità dell’evento ha trovato un ulteriore valore aggiunto nella sua veste timbrica, esaltata dalle celebri curve lignee dell’Auditorium del Museo del Violino: uno spazio concepito per valorizzare la purezza degli strumenti ad arco, ma sorprendentemente accogliente anche per il timbro nitido e scolpito, talvolta quasi perturbante di Bostridge.

Accanto a lui, il liuto di Kristiina Watt e lo storico ensemble Fretwork hanno intessuto una trama sonora dal sapore antico e pastoso. La disposizione circolare dell’ensemble si inseriva armoniosamente nell’ovale dell’auditorium, creando un campo gravitazionale di suono dal quale il tenore si staccava per eseguire i propri interventi, pur restando costantemente immerso nella materia sonora che galleggiava densa sopra le tavole lignee della sala.

La selezione delle Lachrimæ dedicate al tema del pianto — Lachrimæ Antiquæ Novæ, Gementes, Tristes e le altre variazioni sul celebre motivo discendente — ha rappresentato molto più di una semplice successione di intermezzi strumentali. È stata la controparte polifonica della voce del tenore, il suo riflesso speculare.

Il suono scuro e vibrante delle viole di Fretwork e il pizzicato intimo del liuto hanno dialogato con Bostridge in una dimensione domestica, morbida e avvolgente, nella quale la voce umana si è fatta essa stessa strumento e gli strumenti si sono donati alla voce, sospendendo il tempo in un’unica, lunghissima lacrima musicale.

La malinconia declinata in musica dal genio compositivo di Dowland non è un vuoto ripiegamento su sé stessi, ma un teatro della mente, un soliloquio interiore che continua a parlare con sorprendente urgenza alla sensibilità contemporanea. Ian Bostridge, musicista e intellettuale, si è confermato ancora una volta un interprete inimitabile, capace di restituirne tutta la febbrile, essenziale e modernissima necessità espressiva.

Il pubblico ha tributato calorosi applausi.

Fotoservizio di Francesco Sessa Ventura

Angela Alessi


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