La diva omerica ha una voce: è quella travolgente di Cecilia Bartoli che apre il Monteverdi Festival
Cantami o Diva, invoca Omero. E la Diva è apparsa. Ha fatto sentire la sua voce in questa anteprima di un Monteverdi Festival che porta, come intrigante motto, proprio il meraviglioso verso iniziale dell’Iliade omerica. Cecilia Bartoli è la ‘Diva’. Mezzosoprano di valore mondiale stupisce sempre per le sue poliedriche qualità. A partire dall’estensione vocale che resta sempre perfettamente intatta, preziosa. Per una tecnica coltivata con cura e perfezione. Per una teatralità capace di ‘muovere gli affetti’. Per la sua innata capacità interpretativa di un repertorio così vasto e, per certi versi, complesso come quello presentato nel concerto di gala che ha dato il via ufficiale alla 43esima edizione del Festival dedicato al ‘divin’ Claudio.
Musicalità: ecco il centro focale dell’arte della Bartoli. Rivestire ogni linea melodica di una straordinaria forza che va aldilà anche delle speculazioni di prassi esecutiva, legate alla più rigida interpretazione filologica. Da Monteverdi a Mozart, da Steffani a Rossini passando da Vivaldi e Haendel ogni nota acquista una carica emotiva di straordinaria intensità. E tutto questo avviene comunque nel rispetto degli stili che in tre secoli hanno reso sublime lo scenario operistico italiano.
Delicatissimo il monteverdiano Dal mio permesso amato. Il canto prologo della (Musa) Musica, da Orfeo, si è fatto significativo incipit per tutto il concerto. Elegante e sontuoso. Di grande raffinatezza le due arie di Agostino Steffani: Mie fide schiere e A facile vittoria. Compositore, spesso nel repertorio della Bartoli, fu ponte stilistico tra gli ultimi eredi di Monteverdi (allievo di Francesco Cavalli) e favorì l’ascesa di Haendel. Musicista dalla vocalità belcantistica elevata, perfetto per lo stile del mezzosoprano che ne ha dato un’interpretazione leggera e spensierata nonostante il testo ‘da aria di furia’ .
Poi i capolavori di Antonio Vivaldi, Sovente il sole, e di Georg Friedrich Händel V’adoro pupille. Arie allo specchio, entrambi di carattere melanconico e struggente dove la forza interpretativa è emersa in tutto il suo splendore. Di spessore nelle ‘messe di voce’ nei momenti più struggenti, con un magnifico violino concertante nel pezzo del prete rosso.
Stessa bellezza anche nella riproposizione delle composizioni di Wolfgang Amadeus Mozart (Parto, ma tu ben mio – memorabile l’edizione con Claudio Abbado) dalla Clemenza di Tito (testo che Mozart conobbe per la prima volta proprio a Cremona) e la celeberrima cavatina Una voce poco fa dal rossiniano Barbiere di Siviglia, suo eterno cavallo di battaglia. Sontuoso il suo dialogo con il clarinetto di bassetto nell’aria mozartiana e tremendamente rutilante il manifesto di femminilità di Rosina.
Molto bene anche Gianluca Capuano alla guida de Les Musiciens du Prince e al cembalo per il basso continuo. Un complesso strumentale che fa ampio uso di percussioni e di strumenti ‘antichi’ come gli ottoni tutti ‘naturali’. Precisi nell’accompagnamento della Bartoli. Interessanti nelle esecuzioni di una serie di ouverture a partire dalla sinfonia d’apertura d’Orfeo. E poi le tre haendeliane dal Parnaso, dal Rinaldo e l’intermedio (Battaglia) dal Giulio Cesare. Chiusura con i fuochi artificiali e l’ouverture delle Nozze di Figaro di Mozart e i due travolgenti pezzi di apertura del Barbiere di Siviglia e della Cenerentola di Gioachino Rossini. Orchestra, che pur suonando come si è detto con strumenti non contemporanei soprattutto nella parte dei fiati, ha retto bene l’impatto delle partiture di Rossini e Mozart.
Tanti i bis. Tanti gli applausi. Come tanti i fiori piovuti sul palcoscenico tutti per Cecilia, che ha chiuso anche con un omaggio a Cremona tra il serio e il faceto.
Il Festival ora può partire.
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