Le gioie dell’infedeltà: quando le trascrizioni brillano di luce propria. Riuscitissima serata per il terzo concerto nel giardino della Stauffer
C’è un dogma duro a morire nella musica classica, una sorta di purismo museale che gradirebbe l’opera cristallizzata per sempre nell’organico originale pensato dal compositore. Ma la musica, quella di spessore, ha la natura dell'acqua: si adatta, scorre, deborda e, quando incontra interpreti eccezionali, dimostra che la fedeltà non è affatto un valore assoluto.
Lo ha dimostrato con chiarezza il terzo appuntamento de I concerti della Stauffer in giardino, una serata in cui il celebre adagio "traduttore, traditore" è stato magnificamente smentito. In questo caso, il ‘tradimento’ dello spartito originale (nel caso della sonata di Prokoviev, operato dallo stesso compositore) ha arricchito le opere e regalato emozioni di grande intensità, provando che un’idea musicale di valore può risuonare persino più affascinante quando indossa abiti nuovi.
Dopo la consegna delle borse di studio donate dal Rotary Club si è dato avvio alla serata musicale, il cui programma è stato una vera e propria dichiarazione d’intenti. La celebre Sonata in la minore di Schubert, scritta nel 1824 per l’arpeggione – uno strumento fantasma, oggi scomparso –, ha trovato nel contrabbasso di Nicola Carrara una delle sue trasfigurazioni più felici. Carrara, vincitore della Borsa di Studio del Rotary Club Cremona 2026, ha compiuto un miracolo espressivo: ha suonato uno strumento associato per antonomasia, nell’immaginario popolare, alla goffaggine e alla pesantezza, e ne ha svelato una sorprendente, commovente vocazione lirica, cantando nei registri acuti con una morbidezza e un fraseggio che hanno lasciato il pubblico col fiato sospeso, sfoggiando maturità espressiva e nitore tecnico, e dimostrando la qualità che posseggono i più grandi: far sembrare semplice e facile ciò che in realtà presenta difficoltà tecniche da far tremare i polsi.
A seguire, Giulia Cellacchi (anch'essa premiata dal Rotary nel 2026) ha affrontato con il suo violino la Sonata n. 2 di Prokofiev. Nata nel 1943 per l'agilità aerea del flauto e poi adattata per violino dallo stesso compositore su suggerimento di Igor Oistrach, la pagina ha trovato nelle mani di Cellacchi una seconda vita formidabile. La violinista ha fatto convivere la chiarezza classicheggiante del disegno melodico con quella tensione nervosa e tagliente tipica del Novecento russo, offrendo una lettura densa, drammatica e di spessore tecnico magistrale.
A chiudere la serata, la spumeggiante Carmen Fantasie di Franz Waxman, ‘sorella minore’ della più celebre trascrizione di Pablo de Sarasate: una geniale reinvenzione teatrale dei temi di Bizet in cui il violino si fa orchestra, personaggio, capriccio puro, trasformando il virtuosismo in autentica fantasia scenica. Cellacchi ha affrontato lo spartito con padronanza, bel suono e sicuro piglio acrobatico.
Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza il magico collante di Monica Cattarossi. La bravissima pianista si è inserita magistralmente tra gli estremi della famiglia degli archi – la luce acuta del violino da una parte, la risonanza scura del contrabbasso dall'altra –, creando connessioni geometriche e nuovi equilibri sonori con un tocco di rara sensibilità. Il suo è stato un dialogo paritetico, intelligente e vibrante, volto a valorizzare il talento fresco e dirompente dei due giovani solisti.
C'è un ultimo dettaglio che eleva questo concerto da "ottima esecuzione" a "impresa memorabile", ed è l’eroismo degli interpreti. Suonare all'aperto, in un giardino estivo, significa accettare una sfida totale: i nemici da affrontare, oltre le insidie della partitura, sono il caldo (in queste serate al limite dello stordimento) che altera l'accordatura degli strumenti e rende poco praticabile la tastiera e le corde a causa dell’umidità e del sudore, i voli imprevisti di insetti di ogni tipo e i clusters incessanti delle cicale che disturbano l’udito. Condizioni acustiche e ambientali estreme, davanti alle quali i tre musicisti non hanno ceduto di un millimetro, mantenendo una concentrazione ferrea.
La musica e chi la genera sul momento esigono rispetto. Un rispetto che i tre straordinari interpreti hanno dimostrato di meritare sul campo, ma che dovrebbe sempre guidare, a monte, anche le scelte di chi le serate le organizza. Offrire la bellezza significa infatti custodirla, assicurando che il talento sia messo nelle condizioni idonee per esprimersi senza dover lottare contro gli elementi. Ci ha lasciato perplessi anche la scelta di amplificare gli strumenti, che, per quanto messa in atto con ausili tecnici adeguati, ha prevedibilmente avuto risultati abbastanza stranianti. La collocazione dei musicisti tra il muro di cinta, le folte alberature e la collina del tempietto retrostante garantirebbero comunque nel luogo una buona cassa di risonanza.
Nel bel giardino della Stauffer lo stato di grazia degli interpreti ha trionfato comunque sulle distrazioni della natura e sulle insidie logistiche, dimostrando che quando il genio incontra la libertà interpretativa, l'infedeltà allo spartito diventa la forma più alta di amore per l'arte.
Applausi calorosi hanno regalato un inaspettato fuori programma finale con un duo per violino e contrabbasso composto dal docente di contrabbasso dell’Accademia Stauffer Alberto Bocini. Ennesimo e conclusivo banco di prova per i due bravissimi allievi che hanno superato brillantemente la sfida.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti