24 giugno 2026

Monteverdi Festival, tempo di bilanci: belle le voci dei giovani, i grandi interpreti una sicurezza. Evento già a livello internazionale

Con le note di Sì dolce e’l tormento si è chiusa, qualche giorno fa, la 43ª edizione del Monteverdi Festival. A sipario chiuso si può tracciare un bilancio di questo Festival che indubbiamente si sta affermano sempre più a livello internazionale. Il pubblico è sempre più proveniente dall’estero oltre che da altre città italiane. Lo si è visto soprattutto negli spettacoli operistici con la presenza, tra gli spettatori, di icone dell’esecuzione di musica barocca; da almeno trent’anni a questa parte. E tutto questo fa bene soprattutto alla città. 

Tante le novità. Moltissime le conferme di altissimo livello. E ancora grandi spazi per crescere ulteriormente. 

Di grandissima importanza come novità, è stata la qualità dei giovani che affrontano questo repertorio. Le performance degli ‘Animosi’ (emozionate la voce del giovanissimo soprano Valentina Brianti) e della Monteverdi Academy 2026 sono stati oltre che artisticamente belli, significativi di come i giovani mantengano, con cura, studio, passione e musicalità, l’amore per la musica monteverdiana. Spiriti giovani che sanno infondere nel messaggio artistico del ‘Divin’ Claudio un ardore profondo e stupefacente. 

Tra le conferme ovviamente la presenza sempre sfavillante del mezzo soprano Cecilia Bartoli che ha ormai un feeling tutto suo con il pubblico cremonese. Una garanzia per il prefestival. Altra presenza illuminante quella di Michele Pasotti che a Mantova ha diretto una Dido & Aeneas di Purcell fantastica. Uno degli più spettacoli più belli di questa edizione, peccato che non sia stato rappresentato anche a Cremona. Antonio Greco, raffinato musicista cremonese, ha compiuto un lavoro straordinario nella ricostruzione della scrittura delle Nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli. Strabiliante, come sempre, anche Maayan Licht (Incoronazione di Poppea) controtenore tra i più bravi in tutto l’universo dell’esecuzione di musica barocca. Presenza assolutamente da confermare nelle prossime edizioni. E tra i cantanti si sono distinti cinque nomi: Carlo Vistoli, Luciana Mancini (un’intensissima Didone), Ian Bostridge (quanto è stato bello il suo Dowland) , Carla Remigio e Silvia Frigato (meraviglioso il suo Stradella). Citazione d’obbligo per Stradella anche per Andrea De Carlo: direttore che sa tramettere a orchestra e pubblico bellissime sensazioni. 

I complessi orchestrali hanno dimostrato tutti un’altissima qualità. Un’ottima preparazione a livello filologico e un’altrettanta musicalità. Anche l’uso di strumenti ‘antichi’ è stato pressoché impeccabile. Roberto Cascio con il suo liuto ha fatto veri miracoli nel concerto mattutino del solstizio d’estate. 

C’è poi il tema dello spettacolo ‘contemporaneo’. La Teodora Imperatrice (musica di Mauro Montalbetti. libretto e regia di Barbara Roganti), senza nulla togliere alla qualità intrinseca del lavoro (molto coinvolgente), è sembrata un po’ fuori contesto, nel senso che, aldilà dell’utilizzo di un’orchestra ‘barocca’, non  aveva temi che la legavano con il periodo monteverdiano o barocco. Su questo punto sarebbe opportuno non rinunciare alla contemporaneità ma vicina ai temi propri del Festival. E a questo proposito si pone sempre il tema delle regie. Meravigliosa quella della Didone, le altre con sperimentazioni sempre un po’ troppo intellettuali. Ma questo è un problema di gusti.

Questa 43ª edizione è stata impostata, e il tema Cantami o Diva era un programma, sulle opere litiche e madrigalistiche soprattutto di Monteverdi. Scelta apprezzata. Ma c’è anche tutto il capitolo della musica sacra (Monteverdi è stato soprattutto un maestro di cappella). Il vespro della Beata Vergine diretto Leonardo Garciá Alarcón con la Cappella Mediterranea e il Choeur de Chambre De Namur: è stato un monumento alla bellezza. Inceppabile. Restano però quelle circa 60 composizioni sacre monteverdiane che sono finite nell’ombra. Ma non è solo questo perché attorno al ‘Divin’ Claudio, soprattutto a Cremona, si sono mossi autori di grandissima qualità come Ingegneri, Cammatarò, Merula, Vidua. Compositori che hanno pubblicato pezzi di incredibile spettacolarità soprattutto in ambito di policoralità.  Per lo più molti ancora da trascrivere in edizione moderna. Altri mai eseguiti modernamente quindi di grande interesse. Certo per proporre e affrontare questo repertorio servono grandi competenze e sforzi filologici intesi che vanno aldilà di una semplice programmazione.

Detto questo un grandissimo applauso a tutti. In primis ad Andrea Nocerino, soprintendente del Teatro Ponchielli e responsabile del Festival e a tutta la struttura organizzatrice della Fondazione del Teatro.

E ora un arrivederci alla 44ª edizione targata 2027. 

 

Roberto Fiorentini


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