Oggi la "Giornata del ricordo" per le foibe e gli esuli istriani, giuliani e dalmati. Circa un migliaio di profughi si sono fermati a Cremona e provincia. Quei bambini alla Lamarmora
E se qualche lettore si dovesse riconoscere in queste fotografie, vogliamo dirgli, con un parere da nonni, che era proprio un bel bambino.
Anche Cremona - era il 1947 - conobbe il triste calvario dei tanti sfortunati che pagarono sulla propria pelle il prezzo di una guerra perduta. Malgrado le difficoltà della ricostruzione, venne organizzato dalla Prefettura un centro di raccolta profughi dove furono ospitati migliaia di istriani, fiumani e dalmati in attesa di avere una definitiva sistemazione in altre città italiane e all’estero o prima di essere coinvolti nella vita attiva e produttiva della stessa città.
In un primo momento fu adibito allo scopo l’asilo Martini di via Dante, ma essendo aumentato il numero dei profughi, venne adattata la caserma Lamarmora, di via Villa Glori, molto più capiente, insieme all’ex convento di Santa Chiara. La sistemazione portò ogni famiglia ad avere un box ricavato montando dei fogli di compensato o addirittura delimitato da coperte appese ad uno spago. Per molti profughi, tuttavia, la vita comunque ricominciava e si guardava al futuro con maggiore speranza.
Circa un migliaio di questi profughi si sono definitivamente fermati a Cremona e in provincia inserendosi nel tessuto sociale con la disponibilità che è propria delle genti di confine. Molti hanno ottenuto una casa negli edifici costruiti dallo Iacp negli anni Cinquanta, altri sono stati assegnatari delle case costruite a Borgo Loreto negli anni Sessanta per dare loro una definitiva sistemazione e chiudere il Centro raccolta di via Villa Glori.
Si costituì in questo modo a Borgo Loreto, tra le vie Novasconi, Sardagna e piazza Garibaldi, un piccolo centro dove si sentiva parlare dialetto veneto e dove fu possibile riportare le tradizioni tipiche della terra d'origine.
Il Comitato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha raccolto in via definitiva i vari comitati sorti all’inizio dell’esodo, dando assistenza ai profughi in tutte le loro necessità, dalla ricerca di documenti all’espletamento delle pratiche per i beni abbandonati all’interessamento per gli anziani ed i più deboli. Non secondaria l’attività culturale, l’unico filo che ancora lega istriani e dalmati ai loro luoghi d’origine e testimonia di una gente tenacemente viva nei propri usi, nella propria tradizione e nel proprio dialetto. Per questo è nato nel 1975 “el fogoler”, il periodico che si stampa in occasione delle feste dei patroni delle città perdute e che, anche con l’uso del dialetto, rinnova il ricordo delle usanze, del folclore e soprattutto rinnova il ricordo della storia, dell’arte e delle bellezze paesaggistiche di quelle terre che, anche dopo l’esodo massiccio della popolazione italiana e l’inserimento di un gran numero di immigrati dalla ex Jugoslavia, riescono a mantenere il loro carattere latino e veneto.
Altra attività realizzata dal Comitato Cremonese con l’aiuto degli amici residenti nelle altre città italiane, autori di fotografie della terra istriana e delle architetture romaniche e veneziane sia istriane che dalmate e l’esperta assistenza e collaborazione di un illustre docente di archeologia cristiana all’Università di Trieste è stata la creazione del Centro di cultura Giuliano Dalmata che ha realizzato sia a Cremona che in itinere, bellissime e visitatissime mostre fotografiche e, successivamente, altre mostre di valenti artisti istriani.
Alle 11 del 10 febbraio 1947 i rappresentanti dei ventun paesi belligeranti si trovarono a Parigi per firmare il trattato di pace che poneva fine alla seconda guerra mondiale. Le condizioni per l’Italia sconfitta furono pesantissime: cessione alla Jugoslavia delle province di Zara, Pola, Fiume e di parte di quelle di Trieste e Gorizia, per un totale di 7429 chilometri quadrati e 502.124 abitanti; costituzione dello stato libero di Trieste; restituzione alla Jugoslavia di tutto il materiale di valore artistico, storico ed archeologico appartenenti alla Venezia Giulia; confisca di tutti i beni dei cittadini italiani; arresto e consegna dei criminali di guerra italiani e libertà a quanti che avevano operato in favore della Jugoslavia; imposizione di presentare domanda alle autorità jugoslave da parte dei giulio dalmati che intendevano conservare la cittadinanza italiana.
I cittadini delle provincie giuliane e dalmate, non volendo accettare di divenire jugoslavi, preferirono abbandonare quelle terre ed in 350.000 presero la via dell’esilio. 36.000 su 40.000 lasciarono Pola imbarcandosi sulla nave “Toscana” dal 1 febbraio al 20 marzo del 1947, ma l’imponente spostamento della popolazione durò per oltre vent’anni. I profughi giunti in un’Italia distrutta dalla guerra furono raccolti in un primo momento nelle vecchie caserme ormai vuote e nei campi di concentramento dei prigionieri di guerra appena abbandonati. Un tragedia nella tragedia della guerra.
Mario de Vidovich : “Il Comitato d’assistenza, per la nostra gente, era la salvezza”
Mario de Vidovich è stato a lungo per noi cremonesi il simbolo e la memoria dei profughi da Zara. Nato nel 1911 è morto nel 2005. Ha lasciato tutti i documenti raccolti in una vita alla Biblioteca di Cremona nel Fondo Studi Istria e Dalmazia. Ecco il testo tratto dall’intervista di Viviana Facchinetti e Rosanna Turcinovich Giuricin a Mario de Vidovich su “Arcipelago Adriatico” del 2003 dove racconta i suoi ricordi e l'arrivo a Cremona.
«Mi chiamo Mario de’ Vidovich e sono nato a Zara il 12 luglio di 92 anni fa. I miei genitori erano italiani, nativi di Sebenico, metto in evidenza il fatto che fossero italiani perché nei loro documenti, quand’ero ragazzo avevo consultato in particolare quelli di mio padre e la cosa mi aveva incuriosito, era chiaramente speci- ficato che erano di cittadinanza e di nazionalità italiana, cose che spesso non si distinguono nei nostri documenti.
Sono vissuto a Zara dove mi trovavo fortunatamente anche quell’8 settembre del ‘43 - e dico per fortuna, altrimenti non sarei qui a parlare - perché richiamato dal Comando di Divisione. E lì sono rimasto a combattere, per la difesa della città contro i partigiani salvi e accanto ai Tedeschi che in quel momento erano con noi. Ma nel dicembre dello stesso anno sono dovuto venire via con la famiglia, moglie e due figli, una valigia e un bastone. Mandato via da Vincenzo Sarentino perché ero in pericolo e perché Zara era stata rasa al suolo.
L’idea di fondare un Comitato d’assistenza avvenne dopo il 25 aprile - il 29 per la precisione, una data che non si può dimenticare - con Lino Drabeni e altri 4 o 5 amici zaratini ci incontrammo in Piazza Duomo, a Milano, e si decise di fondare il primo Comitato formato soprattutto da Dalmati perché gli istriani erano ancora nelle loro terre, il loro esodo è iniziato qualche anno dopo. Il Comitato Giuliano Dalmato aveva aderito, allora, al Comitato d’Italia. E Lino Drabeni ne è stato sia il fondatore, sia il precursore e soprattutto quello che poteva parlare nella pubblica piazza perché aveva partecipato al Movimento di Liberazione, noi venivamo considerati ancora di parte fascista. All’inizio ci si occupava principalmente dell’assistenza agli esuli ma senza mai perdere di vista la necessità di continuare a ribadire i nostri principi ideali, spiegare alla gente le motivazioni per cui avevamo deciso di venire via, le ragioni storiche, politiche, religiose che rappresentavano il nostro passato, la nostra storia e quello che eravamo.
A Trieste operava un Comitato Dalmatico per l’assistenza ai profughi zaratini, voluto dal senatore Antonio Tacconi di Spalato, che l’aveva creato già nel ‘44, e questo conferma la spontaneità con cui sorsero in quegli anni questi punti di riferimento per le nostre genti. Io allora ero a Trieste in servizio militare e mi ero attivato all’interno del Comitato stesso che poi ha avuto una diffusione anche a livello nazionale.
Il Comitato, per la nostra gente, era la salvezza. Nei primi momenti non eravamo stati accolti a braccia aperte dalla popolazione in Italia; ci sono degli episodi veramente tristi successi a Venezia e a Bologna, di totale rifiuto della nostra presenza. Poi però le cose sono cambiate e abbiamo potuto contare sulla solidarietà degli italiani. A Cremona dove io ho creato il primo Comitato locale abbiamo avuto un’assistenza, da parte del Comune, che ancora si ricorda. Va detto che il campo profughi di Cremona aveva accolto 2.500 profughi dalmati e fiumani nelle strutture di un asilo sul cui edificio è stata apposta recentemente una targa per ricordare il fattivo contributo del Comune ai primi esuli nel ‘44-45 e 46.
Dopo la guerra ho cercato di evitare di ritornare a Zara, io ero stato un militare e non ero ben visto dagli jugoslavi contro i quali avevo combattuto. Ma nel ‘58 con altri due amici, abbiamo noleggiato una macchina e siamo partiti. E’ stato dolorosissimo rivedere la Dalmazia. Poi ho superato il disagio e ci torno regolarmente due volte l’anno in occasione del 10 maggio e del 2 novembre.
I miei figli tornano spesso a Zara. Io sono bisnonno e anche i miei nipoti si sentono legati a questo mondo. Capiscono ora l’importanza della nostra storia, il ruolo ed il contributo che i dalmati hanno saputo dare in campo religioso, culturale, patriottico, oggi lo sanno, ne sono pienamente consapevoli. Non so se si sentano zaratini, certo non c’è il nostro attaccamento fisico ma partecipano e condividono i nostri sentimenti».
Nelle storiche fotografie di Faliva i bambini nati dalle famiglie di esuli alloggiate nel 1947 presso la caserma Lamarmora.
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commenti
biagio
10 febbraio 2026 14:27
Leggere queste testimonianze, rivedere le immagini dei bambini nati nelle baracche della Lamarmora, ascoltare le parole di chi ha vissuto l’esodo sulla propria pelle, ci costringe a una domanda che attraversa tutta la storia umana: come può l’uomo ridursi a tanto? Come può un popolo arrivare a considerare un altro popolo un intralcio, un pericolo, un corpo estraneo da espellere?
La risposta non è semplice, ma è sempre la stessa: le tragedie non nascono all’improvviso. Nascono quando si smette di vedere l’altro come un essere umano. Nascono quando il linguaggio si fa duro, quando la politica alimenta la paura, quando la storia viene riscritta per dividere, quando la sofferenza altrui diventa un rumore di fondo. Nascono quando la semplificazione sostituisce il pensiero, quando la tifoseria sostituisce la coscienza.
Le vicende degli istriani, dei fiumani e dei dalmati lo dimostrano con una chiarezza dolorosa. Famiglie costrette a lasciare tutto, comunità cancellate da un trattato, bambini cresciuti tra coperte appese a uno spago. Eppure, in mezzo a tutto questo, la capacità di ricominciare, di integrarsi, di portare cultura, lavoro, dignità. Cremona lo sa bene: quelle famiglie, arrivate con niente, hanno dato molto.
Ma la domanda resta: come impedire che accada di nuovo?
La storia non si ripete mai uguale, ma i meccanismi sì. E oggi, come allora, ci sono segnali che non possiamo ignorare: il linguaggio che divide, la paura usata come strumento politico, l’indifferenza verso chi soffre, la tentazione di ridurre tutto a “noi” contro “loro”. Ogni volta che questi elementi compaiono insieme, la storia ci avverte.
Per questo la memoria non è un rito, ma un argine. Non serve a giudicare il passato, ma a riconoscere il presente. Non serve a dire “mai più” come formula, ma a capire quando il “mai più” rischia di incrinarsi.
Alla fine, la domanda più radicale è se l’uomo sia davvero dotato di un cervello o resti una bestia da controllare. Forse la verità è che l’uomo è entrambe le cose: capace di una lucidità straordinaria e di una brutalità altrettanto straordinaria. La differenza la fa ciò che coltiviamo: la coscienza, il pensiero critico, la responsabilità personale.
La memoria degli esuli istriani e dalmati ci chiede proprio questo: non di commuoverci soltanto, ma di vigilare. Di riconoscere i segnali. Di non abituarci mai all’idea che qualcuno valga meno. Di non delegare la nostra umanità alla politica. Perché la storia non torna quando la ricordiamo, ma quando smettiamo di farlo. Saluti da biagio
Jim Graziano Maglia
10 febbraio 2026 16:34
Ho letto tutto d'un fiato.Uno straordinario racconto(e oltre) che ti cattura per la cruda e dura realtà nonché verità che spesso sono state (volutamente?) taciute .Grazie al bravo Giorgio e al suo commovente nonché emozionante ' documento giornalistico dal suo tipico "imprinting' di scrittura , sono stato molto colpito e 'catturato'(a proposito...di) dalle varie storie, dei vari personaggi e fatti descritti e ho provato tanta amarezza e tristezza.E anche un po' di vergogna per quanto ancora non abbiamo rimosso e/o cancellato..Anzi il quotidiano clima sociale di intolleranza,di sorprusi,di guerre infinite pare ri-alimentare tutto quanto. Pertanto un infinito grazie a Giorgio Bonali che ci ha "rinfrescato'(!) e presentato la Memoria,sperando non solo quella di un Giorno ,ma quella 'ad libitum'.Grazie ancora.
Michele de Crecchio
23 marzo 2026 02:31
Pur essendo allora ancora solo un ragazzino, ricordo molto bene la difficile vita che le famiglie dei profughi istriani conducevano negli alloggi rudimentali a loro riservati, ricavati frazionando con espedienti di fortuna le ampie camerate della Caserma Lamarmora di via Villa Glori. Tali camerate, realizzate secoli prima a ridosso della chiesa di Santa Rita avevano, prima dei militari, a lungo ospitato gli allievi più giovani del locale Seminario vescovile. Era stata saggia iniziativa del dinamico vescovo Geremia Bonomelli trasferire tale porzione del Seminario Diocesano nel nuovo grande edificio specificatamente realizzato in località "Baraccone dell'Angelo", alla periferia occidentale della città, in fregio settentrionale allo stradone per Pizzighettone. La presenza dei profughi slavi suscitò una certa diffidenza da parte dei tradizionali abitanti del contiguo quartiere. L'ottimo parroco di Sant'Agata (monsignor Guido Astori), competente per territorio, faceva il possibile per mitigare gli invitabili disagi, avvalendosi della collaborazione del giovane sacerdote don Egisto Borsella. Mio padre, giovane pneumologo impegnato nel non lontano Ospedale Sanatoriale Aselli ed altri medici residenti nel quartiere, erano spesso chiamati per mitigare i disagi fisici che, frequentemente, affliggevano i disagiati profughi.