Sid-Fin qui tutto bene. Lo specchio di una civiltà occidentale che ha rinunciato alla sua identità
Sid – Fin qui tutto bene con Alberto Boubakar Malanchino. Regia e drammaturgia di Girolamo Lucania da un’idea di Ivan Bert e Girolamo Lucania, per la produzione della Cubo Teatro è un bello spettacolo.
Arrivato al Ponchielli con tanto di palmares vincitore del premio In-box 2023 e Alberto Aboubakar Malanchino vincitore premio Ubu 2023 nella categoria miglior attore under35, ha confermato tutti i giudizi positivi raccolti dalla critica.
Ed è bello per un testo complesso. Non è solo un immane frullatore delle criticità che, ogni giorno, vivono i ragazzi di seconda generazione nati in Europa da famiglie di immigrati. Sarebbe stato troppo facile e fin troppo banale. A volte diventa anche una critica, e neanche troppo velata, alla maniera in cui una certa ideologia affronta, in questi nostri tempi contemporanei, questa complessità sociale. Assieme alla noia mortale che contraddistingue le esistenze degli under 30, per altro anche italiani, c’è la richiesta di valori che per correttezza ideologica e politica sono stati , da tempo, nascosti. Sepolti sotto un manto di vergogna che, alla fine, sta facendo tramontare in maniera inopinata la cultura occidentale. Un grande intellettuale dei nostri giorni, diventato poi Pa,a diceva che la colpa del mondo occidentale non era tanto quella di aprirsi troppo ad altri universi, ma quello di non amarsi più come un tempo. E questo rinnegare la propria identità per planare in un mondo senza più colori. Grigio. Immerso in un pantano senza un più un volto sicuro è probabilmente il meccanismo che fa scattare questa perdita di valore. A partire proprio dalla trasmissione dei valori attraverso la cultura. Le citazioni di Dante, di Mozart, di Leopardi riecheggiano proprio queste dimenticanze che, invece, questi giovani vorrebbero sentire come propri. Imparare e di cui nutrirsi per dare un significato a una vita fatta sprofondare dalla tecnoscienza e dalla digitalizzatone selvaggia in una sorta di insignificanza mortale.
E’ chiaro che non si esce da questo meccanismo infernale fatto di violenza, di droga, di futilità, di consumismo totalmente esasperato. Di chimere da inseguire sui social media o negli anfratti dei centri commerciali, se non con un ritorno a valori radicati in quella che un tempo veniva chiamata la vera ‘humanitas’. E questa è la denuncia esplicita di Sid -Fin qui tutto bene.
E’ un bello spettacolo perché Alberto Boubakar Malanchino, al netto della sua giovanissima età, è già maestro nel tenere il palcoscenico. In un’ora di monologo, interrotto solo da frammenti musicali, tiene inchiodati, con la sua espressività, il pubblico alle poltrone del teatro. E quando finisce, gli applausi tardano ad arrivare perché si vorrebbe che continuasse a raccontare questa storia dei nostri tempi contemporanei. A rifletterci in uno specchio che quotidianamente ci rimanda gli aspetti più negativi della nostra società. Una sorta di catarsi per redimersi da peccati che si additano solo agli altri ma che, in realtà, sono i nostri.
E’ un bello spettacolo per una regia essenziale. Ma pungente e puntale. Scarna ma rende in maniera cristallina tutto questo frullatore in cui siamo immersi. Di cui fa parte rabbia. Delusione. Mancanza di responsabilità.
Preziosi il sound design e la colonna sonora live curate, sul palco, da Ivan Bert e da Max Magaldi,
Applausi del teatro Ponchielli e del suo pubblico che segue questa stagione della Prosa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti