Un pazzo sublime il don Chisciotte di Massenet al Ponchielli. Estremamente positiva la parte musicale, lettura registica che ha spogliato l'opera del suo lato epico
Don Quichotte Comédie-héroïque in cinque atti di Jules Massenet su libretto di Henri Caïn ha fatto il suo esordio al teatro Ponchielli; lavoro di chiusura di questa stagione Lirica. Andata in scena, per la prima volta a Monte Carlo, Grand Théâtre, il 19 febbraio 1910, nella città del Torrazzo è arrivata con la regia di Kristian Frédric ( assistente alla regia Richard Rittelmann) e con la direzione di Jacopo Brusa alla guida de l’Orchestra I Pomeriggi Musicali.
Un allestimento dal doppio volto. Molto accattivante dal punto di vista musicale. Sicuramente un po’ meno sotto l’aspetto registico e della messa in scena. Fin troppo eccessiva la libertà interpretativa laddove il povero Don Chiosciotte, già oberato pesantemente dalla senescenza del libretto di Cain, è stato rappresentato come un anziano ben degno di una casa di riposo. Il suo cavallo sostituito con una sedia a rotelle. Le spianate iberiche tramutate in una living room di un’anonima casa di riposo; o peggio di un reparto ospedaliero riservato ai malati terminali. Ogni qualsiasi riferimento ad un pizzico di epica dell’antico personaggio di Cervantes è svanita. Sacrificata sull’altare di un’interpretazione volta a sottolineare l’anziana follia di un personaggio che comunque resta, indipendentemente da tutto, un pazzo sublime come canta la Bella Dulcinea. Anche l’anticipazione del meraviglioso strumentali dell’interludio del V atto ancor prima che si alzasse il sipario, è sembrata leggermente fuori luogo nonostante avesse un significato di ciclicità rispetto a un Don Chisciotte bambino e poi morente in un letto.
Molto bene invece la parte musicale e interpretativa. Jacopo Brusa sul podio ha brillato per pulizia interpretativa. Spumeggiante nei tratti più marcatamente paesaggistici e coloristici. Come intimo e carezzevole nelle parti più romantiche. Da brividi il duetto tra Don Chisciotte e Dulcinea nel quarto atto, e il sublime interludio strumentale, con un magico a solo di violoncello, del quinto atto che annuncia la morte del lungo cavaliere.
Su tutti poi: Nicola Ulivieri. Un Don Quichotte teatralmente ineccepibile. Vocalmente quasi monumentale. Di una musicalità a tratti sfavillante. Ma, nel contempo, intensa. Sentita. Profondamente amara nell’ultimo atto della morte del suo personaggio. Non ha mai caricato il registro più basso per evitare che la parte potesse scivolare in accenti ulteriormente grotteschi. Bene anche Chiara Tirotta: La belle Dulcinée. Tecnicamente senza macchia, Pulita e precisa in ogni intervento, anche in quelli più strettamente belcantistici. Ecco forse le è mancato quel pizzico seduttivo che Massenet e il suo librettista le hanno riservato e che la tradizione interpretativa le impone. Giorgio Caoduro: Sancho ha brillato con forza. Anche lui cantante già d’esperienza. Si è addentrato con precisione in una tessitura vocale non sempre facile. Come un equilibrista ha mantenuto le giuste proporzioni tra canto e parte in commedia. Ha reso con grande arguzia quel ruolo semicomico che la partitura del compositore francese gli ha riservato.
Poi il resto il cast vocale è stato tutto all’altezza: Raffaele Feo, Juan; Roberto Covatta, Rodriguez, Marta Leung, Pedro, Erica Zulikha Benato, Garcias.
Sempre precisissimo il Coro OperaLombardia sotto la direzione di Diego Maccagnola; una vera e propria garanzia per le stagioni liriche di Operalombardia.
Marilène Bastien, ha firmato le scene. Di Margherita Platé, i costumi. Le luci di Rick Martin. I video di Antoine Belot.
Al Ponchielli è piaciuto. Applausi
Si replica domenica 25 gennaio alle ore 16
Il servizio fotografico è di Francesco Sessa Ventura
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