8 marzo 2026

L'arte di Mina, per recuperare un sogno e tornare a vivere: è tutto lo spettacolo di Tindaro Granata

Si è chiuso con Vorrei una Voce, spettacolo di Tindaro Granata, il percorso Destini di Donne: pregevolissimo miniciclo di cultura e spettacolo creato per la Giornata Internazionale della Donna. 

Performance ancor più intensa per un Teatro Ponchielli che ha ospitato l’arte di Mina: artista da decenni simbolo di questa città e della sua capacità di essere stata negli anni trascorsi un foro della cultura musicale del paese. 

E non di meno è stato il valore sociale visto che Vorrei una voce, prodotto da Lac Lugano in collaborazione con Proxima Res, è una performance ispirata dell’incontro dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino.

Granata è un vero istrione del palcoscenico. Tiene alta la tensione per un’ora e quaranta raccontando di questo meraviglioso progetto in cui le detenute hanno interpretato, in playback i capolavori di Mina. Ogni canzone una storia. Ma più che una vicenda personale, un sogno. Ed è qui il punto cardine. Il momento onirico come liberazione dal presente. Come fuga dalle sbarre del carcere. Come riscatto per una vita sbagliata in cui gli errori si sono pagati e si pagano tutti: fino in fondo. La vita si mescola, diventa un tutt’uno, con quella che non è più quotidianità o passato, ma altra dimensione. Dove il male è accantonato, quasi estinto per ritrovare un sentimento vero. Puro. Quello che si è perso con il passare dei giorni. Con lo scorrere degli anni raggomitolati dentro una cella a rimpiangere sbagli. Amori che non si sono dimostrati tali. Figli e nipoti che nel frattempo sono cresciuti e hanno, però, riempito la vita di altri.

Granata è abilissimo nella narrazione. Ripercorre quelle vite sbagliate. Lo fa con ironia, ma soprattutto le ripropone con un intenso affetto per quelle anime rinchiuse nei loro infiniti dolori. Nelle passioni anche carnali mai estinte. Nelle piccole manie di un quotidiano che non c’è più. Nei desideri di bambine a cui non è stato concesso di vivere il tempo della loro fanciullezza. Ingannate. Turlupinate da chi desiderava ben altro per loro. Sconfitte da interessi più grandi. ‘Violentate’ dal male del mondo. A volte, senza pietà. 

E Granata ripercorrendo le fasi dello spettacolo in carcere, dà a loro un’ultima possibilità di vivere sul palcoscenico del carcere come su tutti i palcoscenici delle città dove propone questo spettacolo. Dà quell’ultima chance di esprimersi. Di palesare quei sentimenti che, dietro, le sbarre vengono spenti. Obliterati dal rigore delle leggi. Emerge una redenzione che non è mai definitiva, non è mai completa. Non guarisce le ferite e le fratture dell’anima. Ma è allietata dalla voce terribilmente forte e potente di Mina che aiuta queste ‘anime perse’ a prendere coscienza che ancora esistono per sé stesse e anche per gli altri.

Alla fine, quell’immenso Te voglio bene assai/ Ma tanto, tanto bene, sai di Caruso capolavoro di Lucio Dalla cantato da Mina, diventa il momento catartico. L’atto purificatore che riporta quegli spiriti alla dimensione umana che aveva smarrito dietro una porta blindata di un carcere. 

Non è vero che i sogni non servono. Sono ciò che ci fa tornare a una vita vera.

Uno spettacolo proprio bello.

Applausi di un pubblico che, quando c’è stata la possibilità, ha dialogato con Tindaro, senza infingimenti e con la consapevolezza di andare oltre ad un semplice spettacolo di prosa e di canzoni. 

 

Roberto Fiorentini


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