Zibello, la riapertura del museo "Riccardi". La storia del traghetto Pieve d'Olmi-Zibello. E i ricordi dei vecchi cinema (tra cui il Padus di Cremona)
In occasione dell’evento “Il Chiostro Incantato”, prima tappa del Festival Incredibile 2026, che si è tenuto sabato 23 e domenica 24 a Zibello, ha riaperto eccezionalmente i battenti il museo della civiltà contadina “Giuseppe Riccardi”. La riapertura in modo stabile e permanente avverrà prossimamente (la data è ancora da destinare) quando saranno completati i lavori di recupero in corso del monumentale ex convento dei Padri Domenicani in cui ha sede il museo. Questa apertura ha tuttavia permesso di rimettere in evidenza una vera e propria chicca, un manifesto di oltre cento anni fa, datato primo aprile 1923, del Consorzio pel Servizio di traghetto sul Po fra Zibello e Pieve d’Olmi. In questo avviso pubblico, l’allora sindaco di Zibello informa che «in seguito alla sistemazione della strada portuaria in territorio di Pieve d’Olmi, nonché alla costruzione di un natante della portata di 5 cavalli e 5 carretti a 2 ruote, da oggi è stato ripreso il servizio di Traghetto sul Po fra questo Comune e quello di Pieve d’Olmi, da tempo rimasto inoperoso per difficoltà di comoda viabilità. Chiunque voglia usufruire di tale passaggio – si legge ancora – troverà il servizio pronto e inappuntabile». Nell’avviso si annuncia quindi che il passaggio di pedoni e veicoli, dall’una all’altra sponda, si effettuerà ogni giorno con imbarchi da Zibello alle 5.30, 9.30, 14.30 e 17.30. Gli imbarchi da Pieve d’Olmi, invece, alle 7, 11, 14 e 19. Nel manifesto sono poi riportate tutta una serie di tariffe. Si va dai 60 centesimi per un pedone senza carico alle 20 lire per macchine trebbiatrici a vapore per frumento, melica ed altri prodotti agricoli; motori a scoppio per aratura e segatura camions e conduttore. Un manifesto che tiene viva e custodisce una importante pagina di storia, che ha attraversato vari decenni del Novecento ed ha avuto al centro i celebri traghettatori, detti anche “portinai”, che per molti anni hanno garantito i passaggi e quindi i collegamenti tra le due sponde. A queste mitiche figure del fiume, per chi volesse conoscerle meglio, si sono già dedicati ampi servizi su Cremonasera.it che potete tutti consultare qui https://cremonasera.it/cronaca/1-maggio-quei-vecchi-lavoratori-del-po-la-storia-dei-traghettatori-tra-le-due-sponde-un-mestiere-che-il-rilancio-turistico-del-fiume-potrebbe-far-rinascere, ma anche qui https://cremonasera.it/cronaca/tornano-i-traghetti-sul-po-con-la-ciclovia-vento-scomparsi-negli-anni-80-l-ultimo-era-quello-di-crotta-d-adda-manovrato-da-orlando-grilli. Una storia però la si vuole raccontare ai lettori e riguarda la “linea” che collegava Polesine e Stagno Lombardo e lo storico, indimenticato traghettatore Dante Spigaroli. Quella è sempre stata una tratta particolarmente attiva e la storia stessa conferma che uno degli ultimi porti rimasto in attività è stato quello che collegava appunto le due località. Qui erano attivi, soprattutto, Luigi e Dante Spigaroli, padre e figlio, per tutti semplicemente “Vigion”. Perché i soprannomi sono sempre stati in voga, in ogni tempo e, specie in passato, arrivavano talvolta ad avere più importanza, o comunque più notorietà, del nome ufficiale. Così, se a Zibello c’era Ciufana, a Polesine era attivo Vigion.
Luigi Spigaroli era il nonno di Massimo Spigaroli, celebre chef stellato, uno che sulla promozione del turismo fluviale, e della cucina gastrofluviale, ha fatto una vera e propria ragione di vita. Evidentemente l’eredità del nonno Luigi e dello zio Dante (quest’ultimo il traghettatore lo faceva di professione) si è incuneata profondamente (ed è bene che sia stato così) nelle vene e nella testa di Massimo e Luciano Spigaroli, che da anni portano avanti i saperi ereditari dai genitori, dai nonni, dagli zii: tutti legati, intimamente, al fiume. Dante, in particolare, nella sua professione si avvaleva della collaborazione, più che preziosa, di Marass: altro vero e proprio nome d’arte, al punto che praticamente nessuno ricorda come facesse di nome, ed è giusto così. A questa ulteriore mitica figura di fiume è legato un aneddoto ricordato dall’ex sindaco di Zibello Gaetano Mistura, meritevole di essere riportata per esteso: “Cla’ scusa siura regina. Sa sava ch’l’era li a’m saress mess almeno li mudandi” (traduzione per chi non mastica il vernacolo: “Scusi signora regina, se sapevo che era lei mi sarei messo almeno le mutande”): “Cosi – ricorda Mistura – un barcaiolo del porto di Polesine Parmense, chiamato Marass, in una giornata torrida degli anni Venti, rivolgeva le sue scuse alla regina Margherita di Savoia, che doveva traghettare dall’altra parte. Marass, come tutti i barcaioli, portava una camicia lunga, una cinturetta di corda in vita, senza braghe e senza mutande, perché quelle lunghe dell’epoca gli avrebbero impedito la libertà dei movimenti, e la libertà, si sa, è condizione irrinunciabile per gli indigeni di qui. Anche se il vento faceva svolazzare la camicia, nessuno ci badava. Non conosciamo la reazione della regina, ma la storia è vera. Una storia padana che l’acqua fece rimbalzare di bocca in bocca, di casa in casa, di paese in paese, una storia delle tante che rivelano lo spirito terragno e anarcoide, geniale e pazzoide della gente di Po”. “Marass” è sempre stato un collaboratore irrinunciabile per Dante Spigaroli, un dei sei figli di Luigi. Quest’ultimo aveva, tra i suoi amici, Lelio Guidotti e Angelo Balestrieri. Il primo lavorava al Magistrato per il Po; il secondo fu segretario comunale prima e sindaco poi di Polesine Parmense. Grazie anche a queste amicizie si riuscì a dar vita a Porto Polesine, di là dal fiume. Lo stesso Luigi acquistò inoltre il rimorchiatore Titina a Boretto e fu sempre un importante mediatore e uomo d’affari. Per concludere, dopo la guerra il servizio di traghetto riprese a funzionare con la Cooperativa Lelio Guidotti ed uno degli ultimi traghettatori fu Franco Tedeschi.
Nella stessa occasione, nel medesimo museo, è anche stato possibile ammirare, ancora una volta, il setaccio con pala per pulizia del granoturco donato da Giuseppe Fava di San Daniele Po mentre al piano superiore dell’ex convento, al “Cinematografo” (museo del cinema) sono stati esposti documenti ed immagini relativi a Giuseppe Franco Premoli di Motta Baluffi, classe 1927, che nel 1958 ottenne l’abilitazione di operatore cinematografico e sulla rimpatriata (datata 2019) degli ex operatori del cinema “Padus” di Cremona. Tra gli ex operatori anche l’indimenticato Aldino Ponzoni di San Daniele Po che per tutta la vita si è speso nella custodia e nella valorizzazione della storia dei nostri territori. A riguardo del “Padus” va ricordato che questo chiuse i battenti il 25 agosto 2005 Situato in via del Vasto, era il cinema di Porta Po, l'ultimo nato tra i cinema sorti sotto il Torrazzo negli anni Sessanta. Qui la prima proiezione avvenne il 25 gennaio 1964. Ma il Padus era stato anche l'ultimo a chiudere tra le grandi sale. Da tempo la gestione di Sergio Capelli si era conclusa e la sala era gestita da Giorgio Brugnoli che, dopo essersi fatto le ossa nella gestione dei cinema all'aperto (Arena Parco e Arena Giardino) si era buttato anche sulle grandi sale. Ora al posto del cinema ci sono una banca, appartamenti e garage. La chiusura del Padus arrivò in città come un fulmine a ciel sereno. Le cose sembravano funzionare al meglio nell'unica sala rimasta a Cremona con il Filo. Tant'è vero che proprio qui il 31 marzo dell'anno della chiusura si tenne la prima nazionale del film "La Febbre" alla presenza del regista Alessandro D'Alatri e del protagonista Fabio Volo, film girato interamente a Cremona e che rappresenta un vero e proprio inno alla città. Il Padus è stata l'ultima delle grandi nuove sale a chiudere. Fino agli anni Ottanta vi era l’imbarazzo della scelta dei cinema. Se si esclude il glorioso Politeama, chiuso dal 1969, lungo quel tratto di poche centinaia di metri che separa via Verdi da via Palestro, vi erano almeno quattro cinema. C'era poi il Padus, a porta Po e il Filodrammatici, ad uso misto cinema e teatro, nella piazzetta omonima. Poi, in pochi anni, tutto è cambiato e quasi tutti hanno chiuso i battenti.
Eremita del Po
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