4 novembre 2026

"Giuseppe Verdi, grande filantropo". Venerdì sera alla Biblioteca della fondazione Cariparma di Busseto

Una serie di appuntamenti, nel solco della cultura e della storia, sull’asse Busseto – Cremona, sono previsti per queste prime giornate di novembre. Martedì prossimo, 10 novembre, alle 16, alla biblioteca di Busseto della Fondazione Cariparma appuntamento con la rassegna “Bibliotecainrete”. Per l’occasione andrà “in scena” l’appuntamento “Aringhe rosse: leggiamo insieme gli albi senza parole” a cura della Libreria Timpetill di Cremona.

Venerdì sera, invece, 6 novembre, alle 21, con ingresso libero, al piano terra della biblioteca della Fondazione Cariparma, si parlerà di “Giuseppe Verdi, grande filantropo” (evento promosso in collaborazione con l’associazione Amici di Verdi) con intervento di Biancamaria Longoni, assistente alla direzione presso la Casa di riposo per musicisti – Fondazione Giuseppe Verdi di Milano e autrice del libro “Casa Verdi e i suoi tesori”.

Il maestro Verdi, doveroso ricordarlo, si è sempre distinto per  la profonda generosità e la sensibile attenzione nei confronti dei bisognosi. Se il talento artistico e l’indole appassionata lo hanno reso una tra le figure principali della musica e della storia italiana di sempre, il costante e concreto impegno civile e sociale lo ergono a modello universale di autentica filantropia. Ad ormai poco tempo dalla sua morte, firmò un testamento lasciando i suoi generosi averi ad ospedali ed enti benefici. Nel maggio del 1900, all’età di quasi 87 anni (sarebbe poi morto il 27 gennaio 1901), il Maestro mise per iscritto una lunghissima lista di disposizioni in favore dei beneficiari più disparati.  Lasciò “agli asili centrali della città di Genova la somma di lire ventimila. La somma di lire diecimila rispettivamente allo Stabilimento dei rachitici, allo Stabilimento dei sordo muti e all’Istituto dei ciechi di Genova”.

Finanziò l’ospedale di Villanova sull’Arda e l’Istituto degli asili infantili di Busseto, donò al Comune di Villanova sull’Arda lo stabile dell’ospedale (“da me costrutto”), dispose poi all’Opera pia Casa di riposo dei musicisti “di distribuire in perpetuo l’elemosina di lire trenta per ciascuno a cinquanta poveri del mio villaggio nativo Le Roncole il giorno 10 novembre di ogni anno”. Da vero filantropo stabilì “di assegnare una pensione di lire settanta mensili per quattro anni per ciascuno a due giovani appartenenti l’uno al Comune di Busseto, l’altro al Comune di Villanova Sull’Arda, i quali si diano allo studio teorico-pratico dell’agricoltura ed affettivamente vadino in una scuola od Istituto speciale per compiere i corsi”.

Il Maestro non dimenticò nemmeno i familiari e i numerosi domestici.  “Lascio a Guerino Balestrieri che è al mio servizio da molti anni la somma di lire diecimila. Lascio ai domestici che saranno da dieci anni al mio servizio la somma di lire quattromila per ciascuno. Agli altri domestici mille lire per ciascuno”.

Non amava neppure che si divulgassero le sue attività filantropiche. Esercitò la propria coscienza civica e responsabilità morale in silenzio, per tutta la vita, come un dovere naturale, mai come una virtù da esibire. Non amava nemmeno essere ringraziato e faceva il bene senza mai chiedere nulla in cambio, spinto solo dal suo cuore estremamente buono, in assoluto silenzio.

Fu un maestro in tutti i sensi, prima di tutto un maestro di vita. Aiutò musicisti caduti in miseria e famiglie contadine. Per quanto riguarda i musicisti, il tramite era Giulio Ricordi, suo editore e fiduciario, dispensiere discreto di una beneficenza che non lasciava assolutamente tracce pubbliche: nomi di cantanti, strumentisti, orfani, vedove venivano segnalati nel loro scambio epistolare, e poi selezionati. Verdi non aiutava “in generale”, aiutava persone precise. Anche quando non le stimava. In una lettera annota che il compositore Errico Petrella e il cantante e musicista Luigi Dall’Argine sono in difficoltà per la loro vita dissoluta. Li aiuterà lo stesso, perché Verdi non riteneva che la fragilità caratteriale fosse una colpa. Quando il librettista Francesco Maria Piave si ammala gravemente, Verdi si preoccupa non solo del suo sostentamento, ma anche del rapporto con la figlia, ancora bambina. Invece di mandarla in collegio, come usava, decide di garantire un vitalizio che permetta loro di restare insieme. È una filantropia domestica, affettiva, profondamente moderna. Solo a ottant’anni Verdi accetta di dare forma pubblica (e solo in parte) a ciò che aveva sempre fatto in privato: finanzia la Casa di Riposo per Musicisti di Milano, la sua opera più bella (come lui stesso la definiva) quella che tutti oggi chiamano Casa Verdi. La immagina per “coloro che da giovani non ebbero l’arte del risparmio”, in un’epoca in cui non esistevano pensioni per gli artisti.

Compra un terreno a Milano e affida il progetto a Camillo Boito, il più autorevole architetto eclettico del tempo. Non vuole però che la Casa apra mentre è in vita perché non sopporta l’idea di essere ringraziato. Per questo stabilisce che entri in funzione solo dopo la sua morte. A garantirne la sopravvivenza penserà con lucidità impressionante. Destina alla Casa i diritti d’autore delle sue opere – allora validi sessant’anni, oggi settanta – che valgono sei volte il necessario per coprire un anno di spese. Il consiglio di amministrazione, seguendo il suo esempio, investe quel denaro con intelligenza: attorno alla Casa nasce un intero quartiere, un quadrilatero di edifici, che oggi è costituito da negozi e appartamenti. Verdi è stato un benefattore straordinario, ma anche un amministratore di rara e lungimirante competenza. Durante i lavori, Verdi si affeziona profondamente alla Casa e chiede di esservi sepolto.

Quando muore, nel 1901, la cripta non è ancora pronta. Così, la salma viene tumulata provvisoriamente al Cimitero Monumentale di Milano. Al momento della morte, Verdi era il quarto contribuente italiano, ma nel suo testamento aveva chiesto un funerale di terza classe. Tuttavia, non fu possibile accogliere la sua richiesta minimalista.

Durante il trasferimento definitivo delle spoglie dal Monumentale a Casa Verdi, oltre 300 mila persone si assieparono lungo il percorso, aggrappandosi persino alle inferriate, in un silenzio totale, così diverso dalla nostra epoca in cui durante i funerali scoppiano gli applausi.

D’Annunzio scriverà, per definire Verdi: «Pianse ed amò per tutti». Nella cripta, decorata grazie alla generosità della cantante Teresa Stolz, che commissiona le decorazioni ai mosaicisti di Murano, Giuseppe Verdi e la moglie Giuseppina Strepponi riposano, ancora oggi, uno accanto all’altra.

Casa Verdi è rimasta fedele al suo spirito. In oltre un secolo ha aiutato più di 1.100 musicisti. Al fondatore si sono uniti altri benefattori. Dapprima furono uomini di cultura, poi si è unita la società civile: industriali, sindacati, associazioni professionali. Una donazione particolarmente generosa – equivalente a circa cinque milioni di euro attuali – venne da Wanda Toscanini, figlia di Arturo e da suo marito, il celebre pianista Vladimir Horowitz.

La Casa è un luogo vivo: sale prova, masterclass, concerti, pet therapy, animazione quotidiana nella Sala Toscanini. Nella parte museale, visitata da turisti e scolaresche, sono esposti grammofoni, spinette, lettere (Verdi ne ha scritte circa 25 mila), il suo pianoforte. Oltre al sublime talento musicale e compositivo, alla straordinaria capacità di lavoro, all’impegno filantropico, alle notevoli capacità amministrative. Altra opera filantropica: l’ospedale di Villanova sull’Arda, oggi purtroppo svuotato ed in attesa che, prima o poi, possa tornare ad avere un futuro e, piccola nota a margine, si possa levare quell’orrido striscione di plastica dalla facciata ripristinando l’originaria intitolazione marmorea al Cigno. In questo caso tutto nacque quando un suo contadino si sentì male e morì perché aveva impiega troppo tempo per raggiungere l’ospedale di Piacenza, Verdi restò sconvolto e decise di costruirne uno vicino a casa. La stessa logica concreta, radicata nella terra, guida tutta la sua vita. Forse è per questo che Verdi è stato così amato. Perché nelle sue opere non ci sono solo re ed eroi, ma popoli oppressi, figure scomode, umanissime. Perché la sua musica ha accompagnato il Risorgimento e contribuito a formare una coscienza civile: l’Italia unita dei tre Giuseppe – Mazzini, Garibaldi e Verdi – sotto lo sguardo vigile di Cavour. Lo Shakespeare della musica, ma anche qualcosa di più raro: un uomo che ha saputo prendersi cura degli altri, e vi si è dedicato con lo stesso impegno che metteva in ognuna delle sue tante passioni.

A proposito della biblioteca di Busseto della Fondazione Cariparma, tra i “tesori” della storica Istituzione si conserva anche una corposa corrispondenza tra Giuseppina Strepponi e don Giovanni Avanzi, così come si conservano anche le lettere inviate dalla cremonese  Barberina Strepponi  (sorella di Giuseppina) e dalla contessa Clara Maffei allo stesso sacerdote. Si tratta, in tutto, di 96 lettere di Giuseppina Strepponi, altre 13 di Barberina Strepponi, due autografi verdiani e 7 missive della contessa Maffei. Anche in molte di queste emerge la straordinaria generosità del Cigno. Don Avanzi, va ricordato, era il sacerdote più caro al maestro Giuseppe Verdi ed a lui erano molto legate sia Giuseppina che Barberina Strepponi, al punto da tenere con lui una lunga e importante corrispondenza che ora, in buona parte, è al centro della mostra.  Don Avanzi nel 1857 fu nominato parroco di Vidalenzo dove rimase per ben trentatré anni prima di guidare, dal 1890 al 1896 la parrocchia di Spigarolo dove poi morì. Era il sacerdote più caro a Giuseppe Verdi, alla sua seconda moglie Giuseppina Strepponi e alla sorella di quest’ultima, Barberina, che abitava in centro a Cremona e dalla quale il maestro Verdi si recava spesso per gustare i celebri marubini. E’ del resto ben noto che Cremona era di fatto il luogo degli affari del Cigno di Busseto.  Barberina riposa nel quinto androne della crociera di levante del cimitero cittadino e la sua tomba è costituita da una semplice lastra marmorea con una croce quasi del tutto cancellata   ed una sola epigrafe: Barberina Strepponi, una prece. Vi è inoltre riportata la data della morte: 6 settembre 1918. Barberina abitava in corso Cavour, dove ora sorge la Galleria XXV Aprile. Le sue finestre davano verso la strada, in corrispondenza della sede della Camera di Commercio e il maestro Verdi vi si recava ogni volta raggiungeva Cremona, attirato anche dai marubini che destavano la sua ammirazione. Barberina Strepponi era di salute molto cagionevole e Verdi ne scrisse, di questo, anche a Boito. Tuttavia, nonostante si temeva che la morte potesse coglierla presto, lei visse a lungo. Giuseppina Strepponi scomparve nel 1897; Verdi nel 1901; e Barberina, piena di acciacchi, con la morte che faceva da sentinella alla sua porta, sopravvisse sino al 1918, quando aveva più di novant’anni. Boito fece appena in tempo ad accompagnarla all’estremo riposo prima di andarsene anche lui. Alla cognata Verdi scrisse la sua ultima lettera conosciuta, datata 18 gennaio 1901. Definisce la sua salute buona, nonostante sia costretto su una sedia: “ma ho paura del freddo!!” ripete più volte. “Speriamo che le belle giornate come questa d’oggi continuino. Io col cuore ti stringo le mani”. Giuseppe Verdi morì poi otto giorni dopo, a Milano dove riposa. Tornando quindi alla figura di don Giovanni Avanzi, questi fu  fu per molti anni elemosiniere del celeberrimo musicista e compositore e ne era spessissimo ospite nella villa di Sant’Agata oltre che consigliere personale. E’ tradizione che egli avesse tradotto e commentato col maestro le parole della “Messa di Requiem” e che avesse collaborato con lui nella composizione di brani musicali a carattere sacro. I due erano quasi coetanei (il sacerdote aveva solo un anno in più del maestro) e, scrivendo nel 1882 al senatore Piroli, Verdi di lui aveva detto: “Voi conoscete l’Avanzi e sapete che oltre a essere dottissimo è liberale quantunque prete, ed onestissimo. Dove sono mai i preti dei villaggi e dei piccoli paesi che sappiano qualche cosa. Avanzi è un fenomeno ed i preti stessi dovrebbero accusarlo per troppo sapere”. Addirittura, sempre col senatore Piroli, Giuseppe Verdi si era speso affinchè  l’amico sacerdote divenisse parroco di Busseto ma don Avanzi rifiutò a causa di difficoltà locali e, a riguardo, il maestro scrisse “Sarebbe stato un bene se quei del paese avessero saputo apprezzarlo, ma con quella razza di testoni antidiluviani il canonico non avrebbe avuto che dispiaceri senza recare nessun giovamento”.

Più tardi riuscirono però a farlo nominare cavaliere e direttore delle scuole di Busseto.  Per quanto riguarda le preziose lettere che si conservano nella biblioteca di Busseto della Fondazione Cariparma, queste sono tutte comprese tra il 1861 ed il 1895 e, nel 1983, sono state acquisite dall’allora Cassa di Risparmio di Parma, su proposta dell’Istituto nazionale di Studi Verdiani, per la storica biblioteca di Busseto. Un giacimento storico e culturale di assoluta importanza perché documenta chiaramente la rispettosa amicizia dei coniugi Verdi per un sacerdote colto e pio, patriottico e liberale evidenziando anche la generosità e la dolcezza di Giuseppina Strepponi (morta il 14 novembre 1897 nella tenuta di Sant'Agata,  a causa di una polmonite, con Verdi che restò così vedovo per la seconda volta) e del maestro. A proposito delle sorelle Strepponi, in un diario di Giuseppina datato 1849, la donna scrive “La mia sorellina di ventun’anni, la Barberina, che ho sempre visto come una bambina, ha partorito fuori dal matrimonio e si aspetta che io provveda a questo illegittimo. Ma io non ho più da elargire così a piene mani e questa vicenda non ha scusanti, perché mia madre avrebbe dovuto vegliare su Barberina, anziché pensare solo a toilettes e divertimenti”. Barberina, sorella minore di Giuseppina, fu battezzata il 16 gennaio 1828 con i nomi di Giovanna Maria Barbara Elena e cinque mesi dopo il padre Feliciano fu licenziato dal posto di maestro di cappella ed organista del Duomo di Monza. A causa del suo precario stato di salute (era affetta da corea elettrica, una malattia nervosa cronica) tenne in costante preoccupazione i coniugi Verdi che in più occasioni la ospitarono nella villa di Sant’Agata e si recarono con lei a Montecatini e Tabiano Terme. Anche dopo la morte della sorella rimase in costante contatto col maestro Verdi, come testimoniano sia una foto a Sant’Agata del 1898 che l’ultima lettera del Cigno indirizzata proprio a lei. Inoltre nel testamento del 18 maggio 1900 il maestro, in un ulteriore gesto di generosità e affetto,  scrive: “Lascio alla Barberina Strepponi, mia cognata, dimorante a Cremona, vita natural durante l’usufrutto del fondo denominato Canale, dell’estensione di circa centodiciotto biolche, da me comprato dal signor Pedrini Francesco di Cortemaggiore con rogito Dott. Carrara Angelo di Busseto, e lego la proprietà del fondo stesso alla signora Peppina Carrara maritata Italo Ricci, figlia primogenita della Maria Verdi maritata con Alberto Carrara”. 

L’appuntamento di venerdì sera, dedicato a verdi filantropo, è dunque da considerare di particolare rilevanza e interesse. Non il solo previsto in questi giorni sull’asse Busseto – Cremona. Infatti sabato, 7 novembre, alle 16,30, sarà invece aperta al pubblico la mostra “Nelle carte del maestro. Gli autografi verdiani di proprietà di Fondazione Cariparma” che sarà visitabile anche domenica 8 in occasione dell’evento “Meravigliosa Biblioteca”, con visite guidate alle sale storiche della biblioteca e dell’antico Monte di pietà che si terranno (con ingressi limitati a 25 persone per turno) alle 10 e alle 11,15. Visite che permetteranno anche di poter ammirare  i due grandi lunettoni ad affresco del cremonese Angelo Massarotti, , annoverato tra le figure più notevoli della pittura cremonese del tardo Seicento. I due lunettoni si trovavano, originariamente, sotto al portico del palazzo. Negli anni Ottanta del Novecento sono tuttavia stati strappati dal muro e collocati al primo piano del palazzo di proprietà della Fondazione Cariparma. Sono entrambi molto deteriorati (ma chissà che non si possano gettare le basi per un loro restauro) ma comunque significativi e meritevoli, nel ricordo di un grande pittore cremonese che merita di essere conosciuto, valorizzato, promosso. I due affreschi risalgono al 1682 e raffigurano la “Pietà” e il “Martirio di San Bartolomeo”, patrono della città e della parrocchia di Busseto.  La tradizione, tra l’altro, ci ricorda che nei panni di uno dei carnefici di San Bartolomeo il Massarotti abbia utilizzato il volto di un’esponente della storica comunità ebraica locale. La persona in questione, stando sempre alla tradizione, non gradì particolarmente la cosa, ma ormai l’opera era compiuta. Tutti gli appuntamenti indicati saranno ad ingresso libero. 

Eremita del Po

 

 

 

 

 

Paolo Panni


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