Le chiedo ospitalità per una riflessione che considero semplice nella sua sostanza, anche se il dibattito di questi tempi sembra averla resa inutilmente complessa.
L'assessore Luca Burgazzi ha scelto di intervenire pubblicamente sulle questioni sollevate in merito all'utilizzo di risorse destinate ad alcune iniziative culturali. Ha sviluppato un ragionamento ampio sul valore della cultura, della musica, dei festival e sulla necessità che le istituzioni sostengano queste realtà, temi importanti e degni di attenzione.
Lo ha fatto quando gli eventi si erano ormai conclusi, con i numeri a disposizione e con la possibilità di tracciare un bilancio dei risultati raggiunti, certamente legittimo farlo.
Tuttavia, leggendo il suo intervento, si ha l'impressione che l'attenzione sia stata posta soprattutto sui numeri, sulle presenze, sui risultati e sulla capacità degli eventi di richiamare pubblico. Tutti elementi utili per valutare ciò che è accaduto, ma che non rispondono completamente alla questione dalla quale il confronto aveva avuto origine.
Resta tuttavia una domanda, che precede ogni altra considerazione: secondo quali criteri sono state individuate determinate realtà e attraverso quali modalità sono state assegnate risorse pubbliche?
Non si tratta di mettere in discussione il valore della cultura, né quello delle associazioni coinvolte. Si tratta di comprendere un procedimento amministrativo.
La distinzione non è secondaria; quando vengono utilizzate risorse della collettività, esistono principi che devono orientare l'azione pubblica: trasparenza, imparzialità, chiarezza dei criteri e possibilità di ricostruire le decisioni assunte, vale per tutti.
Non ogni contributo pubblico richiede necessariamente una gara ma ogni scelta che riguarda denaro pubblico deve poter essere spiegata.
È per questa ragione che considero del tutto legittima la richiesta avanzata dalla consigliera Maria Vittoria Ceraso. Un consigliere comunale che domanda di conoscere atti, criteri e procedure non compie un gesto ostile, esercita una funzione propria del mandato che ha ricevuto.
Allo stesso modo, un cittadino che desidera comprendere come vengono utilizzate le risorse pubbliche non manifesta diffidenza verso le istituzioni, bensì manifesta interesse per il loro corretto funzionamento.
Vi è poi un altro aspetto che merita attenzione.
Un assessore è certamente libero di intervenire sulla stampa e di scegliere lo spazio nel quale esprimere le proprie opinioni. Tuttavia, quando l'argomento riguarda direttamente la sua attività amministrativa e nasce da precise richieste di chiarimento, la questione assume anche una dimensione istituzionale.
In questi casi ritengo sarebbe preferibile che le risposte fossero offerte innanzitutto nelle sedi proprie dell'Amministrazione, con la stessa accessibilità per tutti: consiglieri, cittadini e organi di informazione.
L'approfondimento giornalistico può venire dopo. Può arricchire il confronto. Non dovrebbe, però, sostituire la risposta istituzionale.
Anche il rapporto tra politica e informazione richiede una distinzione chiara dei ruoli.
Chi amministra prende decisioni e deve essere disponibile a renderne conto.
Chi informa dovrebbe mantenere la libertà necessaria per osservare quelle decisioni, verificarle, porre domande e, quando occorre, sottoporle a critica.
Quando questi due piani tendono a sovrapporsi, il rischio non è necessariamente quello di una falsificazione dei fatti, è qualcosa di più sottile: la possibilità che il racconto venga costruito in modo tale da accompagnare il lettore verso una determinata interpretazione, invece di offrirgli tutti gli elementi necessari per formarsene una propria.
È una differenza importante e credo sia anche un errore sottovalutare la capacità dei cittadini di riconoscerla.
Le persone leggono, confrontano, a volte ricordano le domande che erano state poste e sanno distinguere una risposta da una digressione, un chiarimento da una difesa, un documento da un'opinione, non occorre guidarne il pensiero ma serve fornire loro gli elementi per esercitarlo.
Per questo ritengo che la questione, ancora una volta, riguardi soprattutto il METODO.
Il metodo con cui si assumono decisioni che impegnano risorse pubbliche.
Il metodo con cui si risponde alle domande di chi esercita una funzione di controllo.
Il metodo con cui un amministratore comunica alla città e anche il metodo con cui l'informazione sceglie di rapportarsi a chi esercita il potere.
Non è necessario alzare i toni per porre questi interrogativi è sufficiente tornare ai fatti, agli atti e alle procedure.
Il dissenso, quando è ragionato e civile, non è un ostacolo, può essere una risorsa.
Per questo esistono cittadini che non appartengono a gruppi, non seguono correnti, non partecipano alla logica delle relazioni consolidate e degli "amici degli amici", ma continuano semplicemente a osservare, a informarsi e a formulare un pensiero autonomo.
Forse le loro opinioni saranno minoritarie, forse non saranno gradite ma meritano comunque di essere ascoltate, almeno quando hanno il solo scopo di porre una domanda o di offrire un punto di vista diverso.
Perché, in fondo, non vi è peggior sordo di chi non vuole sentire e continuare a parlare soltanto con chi restituisce l'immagine che desideriamo vedere rischia, alla lunga, di farci perdere il contatto con una parte reale della città.
Non è necessario alzare i toni per dirlo.
Se tutto è stato fatto correttamente, la trasparenza non può che rafforzare le scelte compiute.
Se esistono aspetti da chiarire, è interesse della stessa Amministrazione chiarirli.
In entrambi i casi, le domande restano legittime e una democrazia matura non dovrebbe temerle e dovrebbe avere sufficiente rispetto per i cittadini da non considerarli un pubblico da convincere, ma persone capaci di comprendere e giudicare autonomamente.
Costanza
commenti
stefano ETN
19 luglio 2026 22:46
Condivido lo spirito dell'intervento di Costanza, compresi i passaggi riguardanti il rapporto tra stampa ed informazione, che non considero secondari.
Da parte mia mi permetto di aggiungere qualche interrogativo, sperando di ottenere risposta. Uno: le associazioni che percepiscono queste elargizioni (da parte di Enti pubblici o Fondazioni, che vanno molto di moda, pare), a posteriori devono poi restituire un dettaglio delle spese? Due: nel caso le elargizioni vengano utilizzate per compensare prestazioni lavorative, tali compensi vengono ufficialmente dichiarati come retribuzioni a tutti gli effetti?