12 febbraio 2026

Quando ancora c'era piazza Piccola...

Guardate questa magnifica fotografia di Ernesto Fazioli emerse dal nostro archivio che ci porta alla Cremona degli anni Trenta, quando ancora c'era la vecchia piazza Cavour. In archivio, insieme alle fotografie, ecco comparire uno scritto di Elia Santoro scritto alla fine degli anni Ottanta sulla storia di quella zona. Lo riproponiamo ai nostri lettori.

Piazza Cavour, ovvero piazza Piccola, come ancora molti cremonesi chiamano lo spiazzo (allora un piccolo giardino pubblico) compreso tra il palazzo della Camera di Commercio, la Banca d'Italia e il palazzo ex Inps. Era il cuore del centro storico, ove si svolgevano i mercati quotidiani più spiccioli, della frutta e della verdura. Era chiamata "Piccola" per distinguerla dall'altra, assai prossima,  di piazza Grande o piazza Maggiore o piazza del Comune.

Su queste aree è nata la storia di Cremona, antichissima e recente, tanto che durante alcuni scavi in piazza Piccola si sono trovate le tracce della città romana assieme a materiale bruciato, testimonianza, a quanto asseriscono gli storici, della distruzione di Cremona romana data alle fiamme.

Per chi credesse di ravvisare oggi qualche identità tra piazza Maggiore e piazza Piccola resterebbe ingannato perchè la fisionomia della città, all'inizio dell'Ottocento, era molto diversa dall'attuale. Molti, infatti, nel trattare del centro storico nell'Ottocento, trascurano quello che avvenne attorno al primo trentennio, quando operava l'architetto Luigi Voghera. Per effetto dei provvedimenti del governo austriaco, allo scopo di rinnovare e ammodernare la città, ci fu un generale livellamento delle strade poichè l'attuale piazza Stradivari si trovava sensibilmente più in basso rispetto alla piazza del Comune. Si operò una specie di travaso di migliaia di metri cubi di terra, tolti da piazza del Comune e portati in piazza Cavour: si ebbe un abbassamento in piazza del Comune e un rialzamento di piazza Cavour. Ma queste aree non conobbero pace neppure decenni più tardi e meno ancora nel '900. Si pensi all'isolamento del Duomo che portò a un'attività in zona fino ai primi decenni del secolo. Ma col piano Gamba (con questo titolo ci si riferiva al Piano Regolatore del 1930 che permise, in un certo senso, lo sventramento del centro storico), piazza Cavour doveva diventare piazza Littorio per le "adunate oceaniche" che avvenivano, di solito, in piazza del Comune. La enorme piazza prevedeva l'abbattimento dei vari caseggiati con i portichetti cinquecenteschi, ora inglobati nel palazzo di "Casa di Bianco". Si disse allora che l'ampio spazio era già stato immaginato da Antonio Campi, anche se nel XVI secolo non c'erano i palazzi della Galleria, della Ras o dell'Inps. Il discorso di abbattere o meno questi caseggiati durò fino ai nostri tempi, attorno agli anni Sessanta.

Certi "sogni" sono duri a morire e anche nel dopoguerra l'idea di una vasta piazza con un corso Vittorio Emanuele diritto e largo si era fatta realtà con la tenace opposizione dell'architetto Sovrintendente ai monumenti di Brescia, Gazzola, e di "Italia nostra". Le discussioni furono lunghe, animate, con dure proteste. Lo sventramento di Farinacci aveva già fatto storpiature urbanistiche e non era il proprio il caso di continuare su quella strada. I caseggiati con i portichetti dovevano rimanere al loro posto perchè facevano da quinta o da sipario a quanto era stato distrutto.

Anche il giornale "La Provincia" aveva partecipato con passione al dibattito diventato pubblico per i numerosi convegni, assemblee e riunioni affollate. Un po' quello che era accaduto per i caseggiati di piazza Roma e piazza Cavour (ora tutte banche) divisi in due lotti "A" e "B".

Le proposte presentate dall'architetto Gazzola, con il piano particolareggiato estrapolato da quello generale, erano state diverse: mantenere i palazzi, eliminarli del tutto, demolirne una parte. Poi si pensò a un palazzo a "T", quindi uno a "L". Tutto per evitare che si ripetesse piazza Littorio. Si costruì persino una sagoma in grandezza naturale per vedere meglio l'effetto del palazzo ad "L". I cremonesi si divertirono molto a commentare e tutti con il naso all'insù per constatarne gli effetti. Alla fine di tutte le discussioni prevalse il criterio di mantenere la volumetria (salvo ritocchi) e furono abbattute le parti più ammalorate mentre quelle che si affacciavano su piazza Cavour furono restaurate. Per molto tempo i caseggiati rimasero nascosti dalle palizzate del cantiere edile e quando i lavori terminarono, l'isolato apparve alla luce del sole per le tante critiche. Che furono tremende ma arrivarono anche gli elogi. L'architetto Gazzola (che era noto per aver sollevato il tempio egiziano per salvarlo dalla acque del Nilo costruendo una diga) aveva ottenuto un risultato positivo: aveva fuso il moderno con l'antico, mantenendo sulla piazza i portichetti cinquecenteschi senza eliminare il grande immobile che nascondeva la facciata del palazzo dell'INPS.

Era nata anche via Capitano del Popolo a ricordo della torre (tutta restaurata ed ancora esistente nel corpo del palazzo della "Casa di Bianco") ove avrebbe abitato in tempi antichi il "reggitore" dei cremonesi, quel capitano che faceva il bello e il brutto, a ridosso delle carceri e della casa del Senatore Podestà, grande giudice.

Elia Santoro

 


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commenti


biagio

12 febbraio 2026 17:41

«Queste fotografie di Ernesto Fazioli e i ricordi di piazza Piccola ci riportano una Cremona che non c’è più, ma che continua a vivere nella memoria di chi la ama. Non è solo storia: è identità. È la città dei portichetti cinquecenteschi, dei lavori del Voghera, delle battaglie del Gazzola per salvare ciò che poteva essere salvato. E, andando più indietro, è anche la Cremona dei Campi, di Stradivari, di Ponchielli, di Sofonisba Anguissola… persone che in epoche diverse hanno fatto grande questa città e di cui siamo ancora orgogliosi.

Io non sono cremonese di nascita, ma più guardo queste immagini e più capisco quanto Cremona abbia un carattere forte, fatto di memoria, testardaggine buona e rispetto per ciò che è stato. Articoli come questo ci ricordano che la storia non si conserva da sola: va curata, raccontata, difesa.

Sta alle istituzioni, certo, ma anche a tutti noi cittadini, continuare questo cammino. Migliorare il migliorabile senza perdere l’anima, custodire ciò che resta e non lasciare che la memoria diventi un ricordo sbiadito.

E lo so: non è facile camminare nel solco lasciato da nomi così importanti. Ma proprio per questo vale la pena provarci, ogni giorno, con serietà e con amore per la città. Perché una comunità cresce solo se ha il coraggio di onorare il passato e la volontà di costruire il futuro.» Saluti da biagio