16 maggio 2026

‘Palla in Curva’ con Alessandro Pedroni: “Credo che ad Udine la squadra farà una grande partita, e poi si giocherà tutto in casa. Il segreto della Cremo di Gigi Simoni? un gruppo unito dentro e fuori

Domenica la Cremonese scenderà in campo alla Bluenergy Arena di Udine nella penultima giornata di Serie A. 

Per chi porta i colori grigiorossi nel cuore — e qualche capello grigio in testa — non sarà difficile tornare con la memoria a un'altra sfida disputata in quello stesso stadio, oltre trent'anni fa: era il 24 aprile 1994, 33ª giornata di Serie A, e la Cremonese di Gigi Simoni rimontò tre gol all'Udinese in una delle pagine più ‘folli’ della storia grigiorossa, tanto folli che nel dopo partita Gigi Simoni disse:”“Un 3-0 in rimonta lo ricordo solo ad un torneo estivo di Casalecchio tanti anni fa.

Per rivivere quei momenti ho chiamato Alessandro Pedroni, uno dei protagonisti di quella rimonta e prodotto autentico del vivaio cremonese: classe 71, originario di Orzinuovi, difensore tosto, silenzioso, affidabile. Dal 1992 al 1995, tra Serie B e Serie A, 95 presenze e 3 reti, poi 1996/97 con 24 presenze in B e 1999/00 in Serie C1. In massima serie con la maglia grigiorossa, totalizza 59 presenze con cui due salvezze consecutive.

Alessandro, cosa ricordi di quella partita contro l'Udinese?

“E’ stata una partita folle. Andammo al riposo sotto di due reti, con un primo tempo sottotono. Nello spogliatoio ci guardammo in faccia e ci dicemmo: «Ragazzi, dobbiamo dare tutto, possiamo fare molto meglio di così». Rientrammo con un'altra testa. L'Udinese segnò il terzo gol, Maspero sbagliò un rigore, ma il mio gol cambiò tutto: loro presero paura e noi prendemmo coraggio”.

Sembrava davvero una serata stregata, eppure la riscossa arrivò proprio dai difensori.

“Sì, c'era voglia di dimostrare che non eravamo quelli del primo tempo. Oltre al mio gol ci fu Tentoni che completò la rimonta con una doppietta. A centrocampo Nicolini, Maspero e Giandebiaggi non si fermavano mai, e in attacco Andrea era un pericolo ogni volta che toccava palla. Eravamo tutti sul pezzo. Arrivò anche vicino alla Nazionale di Sacchi — che stava preparando i Mondiali negli Stati Uniti — ma per noi è stato meglio che non ci sia andato. Lo dico con affetto, naturalmente.”

Qual era il segreto di quella squadra così unita e combattiva?

“Il gruppo, prima di tutto. Un gruppo di amici, unito dentro e fuori dal campo. Ci sentiamo ancora oggi, tutti i giorni, con una chat che si chiama «I ragazzi di Gigi Simoni»: compleanni, stupidate, commenti di ogni tipo — si ride, si scherza. L'anno scorso siamo andati tutti insieme al cimitero a trovare Simoni, con sua moglie e suo figlio. Il gruppo è rimasto unito come una volta. Ma alla base c'era anche una grande società: il presidente Luzzara ed Erminio Favalli erano sempre con noi, non mancavano un giorno agli allenamenti. Credevano profondamente in quella squadra, che era formata in gran parte dal blocco che aveva già vinto il Trofeo Anglo-Italiano a Wembley”.

Wembley: un'altra impresa straordinaria.

“Qualcosa di indimenticabile. Avevamo appena conquistato la Serie A vincendo a Bari, e la settimana dopo eravamo lì, in quello stadio che per tutti i ragazzi era il tempio del calcio. Giocarci sopra è stato un sogno”.

Hai citato spesso il legame con i compagni. Che figura è stata Gigi Simoni per te?

“Per me era come un secondo padre. Senza di lui non avrei fatto quello che ho fatto a Cremona. Arrivavo da un anno in Serie C e, durante il ritiro, disse a Erminio: «Questo ragazzo starà con me, ho piacere di tenerlo». Mi diede fiducia immediata, mi fece esordire subito in Serie B. Era il leader di un gruppo in cui tutti si aiutavano: quando c'è vera unione, anche chi è meno dotato tecnicamente riesce a dare il massimo.”

Sei cresciuto nel vivaio grigiorosso. Cosa rappresentava quel settore giovanile per il territorio?

“Avevo otto anni quando andai a Cremona per un provino, era il 1979. Mi presero e feci tutta la trafila: esordienti, giovanissimi, allievi, Primavera. In quella Primavera giocavo con Turci, Favalli, Bonomi, Marcolin, Maspero — una squadra che avrebbe potuto tranquillamente giocare in Serie B, e in parte ci ha giocato. Sfiorammo anche il titolo italiano: perdemmo con la Roma, 0-0 a Roma e 2-3 in casa. C'era un'organizzazione straordinaria per quei tempi: il pulmino che ti passava a prendere sotto casa, allenatori come ‘Babo’ Nolli, Gatti, Sudati e Cesini in Primavera. Si formavano uomini, prima che calciatori. Oggi, purtroppo, se vuoi giocare devi spesso pagare una quota. Allora erano la voglia e la determinazione a fare a pagarla.”

Seguendo la Cremonese di oggi, che differenze noti rispetto a quegli anni?

“La presenza della società, innanzitutto. Luzzara e Favalli erano in sede tutti i giorni: pranzi, cene, tutto insieme. Erano gli ultimi ad andare via. Quella presenza si sente, e si sente ancora di più quando manca. Oggi il calcio è cambiato: ci sono troppi social, troppi procuratori, spesso manca il gruppo, quello vero e forse manca attaccamento alla maglia. Una squadra di provincia deve avere ben chiaro il proprio obiettivo e lottare con quella mentalità, senza perdere tempo in altro.”

Si dice spesso che ai vostri tempi salvarsi fosse molto più difficile. Sei d'accordo?

“Decisamente. Eravamo in diciotto squadre con quattro retrocessioni e solo due punti a vittoria. Non esistevano squadre materasso: dalla decima alla diciottesima erano tutte lì, compatte. Si doveva restare concentrati sull’obiettivo. Ricordo che per raggiungere la salvezza facemmo quasi un mese di ritiro: si giocava la domenica, il martedì si partiva per Desenzano, si guardavano le videocassette, ci si allenava duramente. Era un lavoro vero, fatto di sacrifici. Io mi ero appena sposato, ma quello era il nostro mestiere e lo sapevamo tutti.”

Ti aspettavi un campionato così difficile per la Cremonese di quest'anno?

“Pensavo che con qualche ritocco questa squadra potesse fare un buon campionato. L'inizio è stato ottimo, ma quando le altre hanno cominciato a girare sono venuti fuori i limiti. Cambiare l'allenatore secondo me è stato un errore: può dare una scossa nell'immediato, ma poi i giocatori sono quelli che sono. Bisognava guardarsi in faccia e dirsi: «Sta a noi, non si molla». I tifosi hanno fatto la loro parte, sempre e ovunque — sono un esempio per chi scende in campo a rappresentare la società.”

Come vedi questo finale di stagione?

“Sono convinto che i ragazzi ce la faranno. Sono stato allo Zini diverse volte quest'anno e i risultati non mi hanno sempre convinto, però la vittoria di domenica scorsa ha cambiato qualcosa nell'aria. Credo che ad Udine la squadra farà una grande partita, e poi si giocherà tutto in casa. Ne sono convinto.”

Saluto Alessandro con la sensazione di aver parlato non solo di calcio, ma di qualcosa di più grande: di appartenenza, di valori, di un modo di intendere lo sport che il tempo non ha scalfito. Ero ragazzino quando partivo dall'oratorio di San Pietro a piedi per andare allo Zini a tifare quella Cremonese. Non è malinconia, quella che sento: è orgoglio e un senso di appartenenza.

Prima di chiudere, chiedo ad Alessandro se ha qualche foto da mandarmi. «Ti sembrerà strano», risponde ridendo, «ma non ne ho a portata di mano. Ha tutto mia mamma — articoli e foto di trent'anni fa.» Alla faccia dei social network. Vorrà dire che la prossima intervista la farò  a casa di sua mamma, chissà cosa avrà da raccontare anche lei di quella Cremonese…

 

Daniele Gazzaniga


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti