9 gennaio 2026

Accademia Stauffer, l’eccezione che svela il problema: la musica è un lusso, il solo talento non basta più. Riflessioni da un'inchiesta dell'Espresso

C’è una frase che, letta oggi, suona come un campanello d’allarme per l’intero sistema culturale italiano: «La musica rischia di diventare un lavoro da ricchi». Non è uno slogan provocatorio, ma la sintesi amara di quanto emerge da un'inchiesta dell’Espresso dedicato all’Accademia Stauffer di Cremona, una delle poche “isole felici” in un mare sempre più elitario. Un luogo di eccellenza che, proprio perché eccezione, mette a nudo la regola: per studiare musica ad alto livello servono risorse economiche sempre maggiori, e il talento da solo non basta più.

L’Espresso racconta Cremona come un ecosistema musicale unico al mondo: capitale della liuteria, patrimonio Unesco, città in cui convivono il Museo del Violino, quasi duecento botteghe artigiane e un’istituzione come l’Accademia Stauffer. Qui la musica non è solo tradizione, ma un sistema produttivo e formativo complesso, antico e insieme modernissimo. Eppure, anche in questo contesto virtuoso, emerge con chiarezza una frattura profonda che attraversa la formazione musicale italiana.

Studiare musica costa. Costa lo strumento – spesso da decine di migliaia di euro –, costa la manutenzione, costano le lezioni, i corsi di perfezionamento, i viaggi, le parti. Costa, soprattutto, il tempo: anni di studio intensivo senza garanzie di ritorno economico. Chi proviene da famiglie benestanti può permettersi di “resistere” più a lungo; chi non ha alle spalle un sostegno economico solido è spesso costretto a fermarsi o a scegliere strade alternative, abbandonando una possibile carriera artistica.

In questo scenario, l’Accademia Stauffer appare – come la definisce l’Espresso – "un’eccezione quasi anacronistica". Fondata nel 1985 dalla Fondazione Walter Stauffer, offre corsi di alto perfezionamento gratuiti e borse di studio, sollevando gli studenti dal peso delle rette. Un modello totalmente privato che, come spiega la direttrice Angelica Suanno, consente maggiore autonomia e flessibilità rispetto al sistema pubblico. Ma proprio questa autonomia mette in luce un paradosso: la qualità e l’accessibilità della formazione musicale sembrano oggi dipendere sempre più dalla filantropia e sempre meno da una visione pubblica strutturale.

Il rischio, come emerge chiaramente dal reportage, è quello di una "selezione economica prima ancora che artistica". La musica classica – e più in generale la musica come professione – smette di essere un orizzonte possibile per chiunque abbia talento e disciplina, e diventa un percorso riservato a chi può permetterselo. Non è un caso che il confronto con l’estero sia impietoso: "nei Paesi dell’Estremo Oriente - racconta Suanno all'Espresso - i giovani arrivano con una preparazione tecnica impressionante e alle spalle già numerose esperienze concertistiche. Su di loro si è investito, fin dall’infanzia, in modo sistematico".

Il problema, dunque, non è solo italiano, ma in Italia assume contorni particolarmente critici. L’assenza di politiche di sostegno solide, la frammentazione del sistema formativo, l’aumento dei costi e la precarietà della professione musicale stanno trasformando l’arte in un lusso. Un lusso per chi la studia e, sempre più spesso, anche per chi la ascolta.

L’Espresso coglie bene questo punto quando dà voce anche alla governance della Fondazione Stauffer. Alessandro Tantardini parla di “lusso incredibile” nel poter ragionare sul lungo periodo, nel potersi permettere di sbagliare senza la paura costante della sopravvivenza economica. Ma può davvero la musica affidarsi solo a chi ha questo lusso? Può un Paese con la storia musicale dell’Italia accettare che il futuro dei suoi interpreti dipenda dalla fortuna di nascere nella famiglia giusta o di essere selezionati dall’istituzione giusta?

Se la musica diventa un lavoro da ricchi, non perdiamo solo dei talenti individuali: perdiamo pluralità, diversità, possibilità di racconto. Perché l’arte, quando smette di essere accessibile, smette anche di rappresentare la società nel suo insieme. E allora l’Accademia Stauffer, con tutta la sua eccellenza, non è solo un modello da celebrare, ma anche uno specchio che ci costringe a guardare ciò che non funziona altrove.

La domanda che resta sospesa, dopo la lettura dell’articolo dell’Espresso, è semplice e inquietante: vogliamo davvero un futuro in cui la musica non sia più una vocazione possibile, ma un privilegio ereditario?

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Filippo Generali


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