Chiusa la stagione lirica al teatro Ponchielli: bene gli aspetti musicali, regie da rivedere
Si è chiusa, da qualche giorno, la Stagione Lirica del Teatro Ponchielli: oramai da anni inserita nel cartellone regionale di OperaLombardia. E’ tempo di bilanci. E di qualche considerazione a margine delle opere prodotte e messe in scena sul palcoscenico cremonese.
Una stagione con molte luci, ma inevitabilmente con qualche ombra. Va subito riconosciuto che la produzione cremonese del Nabucco di Giuseppe Verdi è stata, nel suo complesso, molto positiva: soprattutto per quanto riguarda l’aspetto propriamente musicale. E di questo va dato merito al neo-sovrintendente Andrea Nocerino.
E da questo punto di vista la stagione lirica ha ribadito delle certezze che recano il segno positivo. L’ Orchestra dei Pomeriggi Musicali è un punto fermo. Sotto le varie direzioni ha dimostrato di essere un complesso solido. Versatile su tutto il repertorio lirico. Difficile trovare difetti nell’ensemble milanese che, anno dopo anno, cresce nella qualità del suono e nell’intensità espressiva. Stesso giudizio per il Coro OperaLombardia, diretto dal sempre preciso Diego Maccagnola. Anche per il complesso vocale si deve sottolineare la crescita e la sua versatilità nell’immenso repertorio lirico.
Felici le scelte dei solisti. Per citare qualche esempio. Molto interessante la Carmen di Emanuela Pascu. Il giovane Nino Franchini nelle vesti di Nemorino nell’Elsir d’amore. Maria Laura Iacobellis e Valerio Borgioni nei Puritani. Ottimi anche Angelo Veccia e Kristina Kolar in Nabucco. Altrettanto emozionante e di grande presenza scenica Nicola Ulivieri: un grande Don Quichotte.
Sul podio si sono alternati giovani direttori di grande qualità. Anche qui un paio di citazioni: Valerio Galli nel capolavoro verdiano e Sieva Borzak nel lavoro belliniano. Peccato per Jacopo Brusa alla guida dell’opera masnettiana; un’interpretazione pregevolissima ma con l’ombra di aver stravolto l’inizio della partitura anticipando l’Interludio del V atto, ancor prima dell’inizio reale previsto in partitura.
Dolenti note invece per le regie. Tra tutti si è salvato Stefano Vizioli in Carmen. Molto fuori contesto invece le scelte di Kristian Frédric per Don Quichotte, forse la meno appropriata. Ambientare un personaggio epico come quello di Cervantes in una casa di riposo moderna è stato infelicissimo. Come pure troppo arbitrario è sembrato Andrea Chiodi nel richiudere un racconto ‘bucolico’ come quello dell’Elisir in una sorta di magazzino di polleria. Molte riserve anche sull’interpretazione scenica proposta da Daniele Menghini che ha cancellato ogni accenno gotico dalla vicenda dei Puritani. Qualche svarione anche per Federico Grazzini che, in Nabucco, ha troppo evidenziato scene dal gusto propriamente ‘politico’.
Detto questo si pone un problema centrale: cioè, quello delle interpretazioni registiche. Nessuno è contro lo sperimentalismo che è segno d’arte e di creatività. Altro è invece proporre in stagioni liriche tradizionali, lavori così lontani dalla ‘tradizione’. Stagioni come quelle dei teatri lombardi dovrebbero servire ad avvicinare ancora più persone al mondo del ‘bel canto’ e per farlo sarebbe opportuno dare, seppur con tutti gli aggiornamenti tecnici contemporanei, un’immagine fedele dell’opera. Senza dover spingere lo spettatore a passare attraverso intellettualismi spesso a sfondo sociale e politico. Tutto questo potrebbe funzionare in una stagione parallela dove potrebbero trovare spazio queste ‘innovazioni’. Ad esempio, una manifestazione a mo’ di festival dove il pubblico è più specialistico. E non da ultimo è lecito chiedersi come mai, invece, non si prospetti mai una messa in scena storico/filologica. Le prime rappresentazioni di Nabucco, come testimoniano le fonti, prevedevano dei balletti tra un atto e l’altro di cui si è persa traccia nelle rappresentazioni contemporanee.
Insomma, sembrano risuonare le parole del Maestro delle Roncole
"Allo scopo di impedire le alterazioni che si fanno nei teatri alle opere musicali, resta proibito di fare nelle mie opere qualunque intrusione, qualunque mutilazione, insomma qualunque alterazione che riechiegga il più piccolo cambiamento, sotto la multa di cento franchi che esigerò per qualunque Teatro ove sia fatta l’alterazione".
Giuseppe Verdi, 1847.
Nelle foto il Nabucco, l'Elisir d'amore, don Quichotte, Carmen e i Puritani
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commenti
Francesco Capodieci
29 gennaio 2026 18:41
Sono sostanzialmente d'accordo con quanto afferma il critico musicale Roberto Fiorentini. Mi pare che, negli ultimi anni, la maggior parte delle opere rappresentate al 'Ponchielli' e negli altri teatri del circuito regionale OperaLombardia si sia fatta apprezzare sul piano musicale - cantanti, direttori d'orchestra, coristi -, ma abbia spesso deluso per le regie e le scene. Molti registi hanno cercato di imporre un loro messaggio filosofico, difficilmente comprensibile dai 'normali' spettatori che, in varie occasioni, non hanno gradito certe scene statiche e oltremodo stilizzate, prive di quei riferimenti al paesaggio e all'ambiente esterno che sono generalmente presenti nei libretti delle opere. Libretti stravolti anche per la dilagante tendenza dei registi di trasporre ai giorni nostri (o, comunque, in anni a noi vicini) determinate vicende di qualche secolo fa, ambientate in corti nobiliari e castelli medioevali, fra trovatori, guerrieri, regine e damigelle che poi, sul palcoscenico, utilizzano il cellulare, guardano la televisione e prendono l'auto, indossando jeans e magliette. E intanto devono cantare romanze e duetti con il linguaggio arcaico dei Temistocle Solera, Carlo Pepoli, Salvatore Cammarano e degli altri librettisti di Verdi, Bellini o Donizetti. Un singolare cortocircuito che, secondo me, non è affatto gradito agli appassionati di musica operistica.
Il Pontormo
30 gennaio 2026 09:49
concordo al 100% ! Per farla breve..realizzare scenografie d'epoca costa di più; la forma mentis dei registi è più "spiccia", il bagaglio culturale e la formazione professionale sono scadenti. L'"avanguardia" di stile glissa meglio le critiche. Amen
Roberto Mariotti
30 gennaio 2026 10:21
Ho assistito anche quest’anno a tutte le opere al Ponchielli e dalla platea ciò che mi ha infastidito di più non sono le regie, alcune indigeste e forse inguardabili, (accade anche alla Scala e non solo in provincia) ma il fatto di permettere l’entrata a spettacolo iniziato. Se poi i cappotti venissero lasciati fuori sarebbe fatto gradito. Basta chiudere qualche volta gli occhi e lasciarsi trasportare dalla bellezza eterna della musica e dall’impegno vocale degli interpreti per compensare ampliamente regie border line. Ma vorrei infine non demonizzare i registi. La loro interpretazione registica può e deve essere criticata ma è espressione del nostro tempo. Forse io che ho 70 anni comincio ad avere bisogno di certezze, sicurezze ed appagamenti che non tutti i registi teatrali ora mi danno. Eppoi c’è il gusto personale. Io ho trovato geniale la regia di Kristian Frédric per Don Quichotte, quasi commovente, mentre i neon, la nebbia , il grigiore di Federico Grazzini nel Nabucco sono stati per me quasi insopportabili e per questo motivo andrò a rivedere Nabucco alla Scala.
Leonida Riva
30 gennaio 2026 20:41
Spiace veramente che la genialità della regia di Kristian Frédric sia stata liquidata da un commento banale e del tutto infelice. Lo stesso personaggio don Quichotte vaneggia nei meandri della sua mente e dei suoi ricordi. E cosa può toccare più da vicino un pubblico in cui tantissime persone hanno vissuto in prima persona l'esperienza di vedere una persona allontanarsi verso l'oblio, perdendosi nei sogni e nei ricordi d'infanzia. La regia di Frédric è riuscita nell'ardua impresa di fare risuonare ancora di più in corde personali un'opera, dalle arie delicatissime e assai melanconiche, ingiustamente ignota ai più. Sembra che chi ha scritto l'articolo fosse più preoccupato di trovare il pelo nell'uovo che di partecipare realmente all'esperienza artistica che veniva proposta. O forse non vuol rimuovere una corazza per paura di commuoversi davanti a tanta umana poesia. Ricordiamoci inoltre che con il "si è sempre fatto così" nessun homo sapiens sarebbe mai uscito dalle caverne.