Due giganti del pianoforte a confronto: il giovane Gabriele Strata tra il rubato di Chopin e le “sublimi lunghezze” di Schubert
Due giganti del pianoforte a confronto: da una parte l’eleganza febbrile e poetica di Frédéric Chopin, dall’altra la profondità lirica e architettonica di Franz Schubert. Nel recital del giovane pianista Gabriele Strata al Ponchielli, questo dialogo ideale tra due mondi estetici diversi ma complementari ha preso forma attraverso un programma costruito con intelligenza, capace di alternare pagine celebri e brani meno frequentati, mettendo in luce tanto la sensibilità interpretativa quanto la solidità tecnica dell’interprete.
L’apertura era interamente affidata al mondo dei valzer chopiniani: quattro pagine eseguite senza soluzione di continuità, quasi a creare una sorta di suite. Una scelta che finiva per evocare, per analogia, l’operazione compiuta decenni più tardi da Maurice Ravel nei suoi Valses nobles et sentimentales e nel poema coreografico La Valse, dove la danza diventa occasione di raffinata esplorazione timbrica e formale. In questo microcosmo chopiniano Strata ha messo in luce similitudini e contrasti di una forma musicale che nella prima metà dell’Ottocento aveva raggiunto la sua massima diffusione, declinandosi secondo sensibilità e stili nazionali differenti.
L’interpretazione si è distinta per una lettura calibrata e trasparente: ogni valzer emergeva con una propria fisionomia, tra slanci luminosi e momenti di inquietudine più raccolta. Particolarmente efficace l’uso del rubato, quell’elasticità espressiva tanto cara alla scrittura pianistica di Chopin: Strata lo ha impiegato con naturalezza, senza eccessi, rendendolo uno strumento di respiro e di fraseggio.
A seguire, quasi a costituire un dittico di più ampio respiro, la Polonaise-Fantasia op. 61 e la Ballata n. 3 op. 47. La prima, tra le pagine più enigmatiche e mature del catalogo chopiniano, si distacca dal carattere apertamente eroico e militaresco tipico di molte polacche, stemperandolo in una trama di melodie che si dispiegano su una tavolozza armonica densa e sublime, talvolta persino disarmante nella sua libertà espressiva. Strata ne ha restituito la dimensione quasi improvvisativa, lasciando affiorare con chiarezza le continue metamorfosi tematiche.
A chiudere la prima parte la terza Ballata, meno celebre di altre pagine che portano lo stesso titolo ma altrettanto ricca di fascino e di spettacolarità pianistica. Qui il pianista ha mostrato con evidenza la propria sicurezza tecnica: ogni passaggio di bravura è stato affrontato con completa scioltezza, mentre i contrappunti nascosti nella fitta trama di note emergevano con fluida raffinatezza, senza mai appesantire il discorso musicale.
La seconda parte, dedicata a Schubert, si è riaperta ancora una volta nel segno della danza. A precedere la celebre Sonata in la maggiore D 959, Strata ha proposto infatti due pagine meno note della letteratura pianistica schubertiana: un Minuetto e Trio accostati anche per la vicinanza tonale. Qui la scrittura cambia radicalmente prospettiva: rispetto alla ricchezza ornamentale di Chopin, il pianismo di Schubert appare più asciutto e composto, costruito su piccoli contrasti e su articolazioni finemente cesellate.
Questo clima preparava idealmente l’ingresso nella grande Sonata in la maggiore D 959, una delle vette dell’ultimo periodo schubertiano. Qui emergono quelle celebri “sublimi lunghezze” di cui parlava Robert Schumann, ovvero quella capacità tutta schubertiana di dilatare il tempo musicale senza perdere tensione narrativa. In questa ampia architettura Strata ha saputo mantenere saldo il filo del discorso, valorizzando il lirismo dei temi e la profondità dei contrasti, restituendo al pubblico la dimensione contemplativa e insieme drammatica di una delle più alte pagine della letteratura pianistica ottocentesca.
Foto di Francesco Sessa Ventura
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