Con il fiume in secca alla ricerca di quel che resta di Cella, borgo inghiottito dal Po oltre duecento anni fa
Il Grande fiume (che in questi giorni ha guadagnato qualche centimetro ed è atteso un aumento sensibile dopo le annunciate piogge) continua a custodire ed a raccontare la storia. Che è quella delle sue genti e dei suoi paesi che si affacciano sull’una e sull’altra riva. La storia che è anche quella di quei villaggi, ribattezzati come “Atlantidi del Po” che, nel corso dei secoli, a causa delle piene e dei mutamenti morfologici, sono stati spazzati via dal fiume. Uno di questi è Cella, borgo che anticamente si chiamava Selva San Pietro, inghiottito dal fiume da oltre duecento anni. Mercoledì si è tenuto un sopralluogo, sul posto, da parte di chi scrive queste righe e di Paolo Affanni e Cesare Conti, storici e scrittori di Colorno che su Cella avevano già condotto importanti ricerche sia d’archivio che, soprattutto, sul campo. Ricerche grazie alle quali la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Parma e Piacenza, ha definitivamente indicato il sito archeologico di Cella e lo ha fissato sulle mappe ufficiali dei siti archeologici tutelati. La posizione di Cella, della sua chiesa e del suo paese, come ricordato da Affanni e Conti è riportata su mappe cinquecentesche, seicentesche e settecentesche ed è indicata a nord di Sanguigna, in quel pezzo di terra compreso tra la frazione di Sacca e quella di Coltaro. Il nome di Cella e la sua sommaria posizione è indicata, in particolare, su carte cinquecentesche e seicentesche, soprattutto del famoso cartografo a servizio di Barbara Sanseverino e dei duchi Farnese, Smeraldo Smeraldi, che disegnò in più mappe la frazione indicandola con alcune case e una chiesa. Nel periodo compreso tra il 1185 ed il 1215, come spiegato dai due storici, si svolsero processi atti a stabilire la pertinenza della chiesa di San Clemente che sorgeva proprio a nord di Sanguigna alla pieve di Santo Stefano in Casalmaggiore. Colorno e Casalmaggiore erano reduci da quattordici anni di decisi contrasti e da una pace sottoscritta tra il 1183 ed il 1188 e pertanto è facile immaginare la necessità di questa controversia che alla fine volse e favore di Casalmaggiore. Come sostengono Paolo Affanni e cesare Conti, il contendersi del territorio che si trovava intorno alla chiesa di san Clemente nasceva senz’altro dalle notevoli modificazioni dovute al lento a continuo spostamento del corso del Grande fiume. “Le numerose piene unite alla continua erosione delle sponde e alla non consona costruzione degli argini – hanno spiegato i due storici – provocavano continui mutamenti alla geografia del territorio posto tra il parmense ed il cremonese. Inizialmente quella terra, che non aveva ancora il nome di cella, si trovava ad essere unita al territorio casalasco, ma col passare del tempo ed i continui cambiamenti del corso del Po finì per ritrovarsi a far parte delle terre colornese”. Fu nel Medioevo che quella zona boschiva, denominata Selva San Pietro cambiò nome diventando Cella come si legge anche in un documento dell’894. Questo toponimo traeva origine di certo dal fatto che i terreni erano divenuti di proprietà dei monaci benedettini del monastero di San Giovanni Evangelista come emerge in un inventario datato 20 gennaio 1426. Terreni che i religiosi avevano aggiunto a quelli che già possedevano nella zona di Sanguigna e sacca. Ecco quindi che il nome Cella può derivare dal fatto che in quella zona i benedettini avevano costruito una nuova chiesa (oltre alla parrocchiale ancora dipendente da Santo Stefano in Casalmaggiore) con annessa cella per un monaco. Ma non è nemmeno da escludersi il fatto che il nome potesse derivare dalla suddivisione in celle dei terreni coltivabili. Altra possibilità sta nel fatto che la denominazione fosse una alterazione di Corticella, quindi piccola corte. “Il territorio che si presentava ancora boschivo verso ovest al di là del traversante di Sanguigna – hanno spiegato Affanni e Conti – era tenuto invece a prato tra il traversante stesso e l’arginatura maestra. Ai benedettini si deve anche, nella zona al di là dell’attuale strada per Coltaro, la realizzazione di un nuovo canale, la Fossetta dell’Abate, che costeggiava l’area di Torrile verso ovest, sboccando infine nel Po tra Cella e Sacca”. Nel 1601 venne istituita la diocesi di Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza) alla quale venne annessa anche Cella, con la sua chiesa dedicata a San Pietro Apostolo, compresa nel vicariato di Pieveottoville. Si trattava di una rettoria (quindi non di una parrocchia). Primo parroco fu don Angelo Tei che cessò il proprio mandato pastorale nel 1634. Gli succedette don Bartolomeo Mambriani che rinunciò tre anni dopo. Dal 1637 al 1656 fu parroco don Francesco Antonio Aloni e, dal 1656 al 1692 don Francesco Bodria. Dal 1692 al 1730 la rettoria fu guidata da don Piarangelo Ferrarini e, infine dal 1730 al 1767 fu parroco don Fabrizio Vallara. Nelle memorie del canonico della collegiata di Colorno don Costantino Canivetti è ripetuto più volte il nome di Cella, specie per una esondazione del Po del 10 aprile 1627 che ne sommerse le case. L’Archivio parrocchiale di Colorno conserva numerosi documenti che parlano di Cella : uno di questi parla dell’ultimo battesimo effettuato in una casa privata della frazione nel 1764. A metà del Settecento, quindi, il territorio iniziò ad essere lambito dalle acque del Po che continuavano ad avanzare verso Colorno e già in una mappa del 1772 del cartografo della Congregazione dei Cavamenti Giuseppe Abbati (custodita in una collezione privata) si nota che erano rimasi solo una casa ed un oratorio mentre il resto dell’abitato era già stato spazzato via dal Grande fiume mentre un’altra cartina conservata in Archivio di Stato a Parma, disegnata dall’abate Paolo Gozzi, cartografo del duca Ferdinando di Borbone, evidenzia che Cella e la sua chiesa furono definitivamente cancellate nel 1778. Nel 1836, quindi, il vescovo monsignor Luigi Sanvitale fece alienare l’ultimo appezzamento di terra che si era salvato dal fiume ed era diu proprietà della rettoria di Cella. Venne acquistato da Giuseppe Ferrari di Colorno ed il ricavato destinato alla sagrestia della chiesa fidentina di san Pietro Apostolo. Già in occasione della grande magra del 2022, era emerso un isolotto all’altezza dello spiaggione dell’Isola Maria Luigia, a poca distanza dal porto di Sacca. Per diversi giorni, quell’anno, erano rimasti ben visibili i resti di una costruzione appartenente all’abitato denominato La Pantera che era parte della frazione di Cella. Qui Affanni e Conti avevano rinvenuto mattoni di fattura seicentesca e settecentesca nonché frammenti di coppi e di pavimentazione in ciottoli e cotto visibili anche sotto il pelo dell’acqua che si estendevano per alcune centinaia di metri.
Da quel rinvenimento la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza ha definitivamente indicato il sito archeologico di Cella e lo ha fissato sulle mappe ufficiali dei siti archeologici tutelati. Mercoledì, quindi, ecco questo ulteriore sopralluogo che ha permesso di rivedere ed immortalare i resti, tenendo viva una pagina di storia dei nostri territori. L’occasione è stata utile anche per parlare dell’antico abitato di Sacca, a sua volta inghiottito dalle acque del Grande fiume, e di cui non resta traccia. E’ noto che inizialmente Sacca era una isola del Po sulla quale nacque un nucleo fortificato. Le prime tracce scritte risalgono addirittura all’835. La vecchia chiesa, dedicata a San Giorgio, a causa delle erosioni causate dalle acque del Po, era già stata spazzata via all’inizio del 1700. L’attuale chiesa risale alla metà del ’700 ed è stata realizzata in una zona molto più lontana, e soprattutto interna, rispetto alla precedente.
Eremita del Po
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