Cresce l'attesa per la Vittoria Alata di Calvatone alle Olimpiadi. Così si è risolto il mistero dell'originale: è all' Hermitage di San Pietroburgo
Cresce l'attesa per l'esposizione della copia della Vittoria Alata di Calvatone del museo civico come simbolo delle Olimpiadi in piazza citttà di Lombardia, all'ingresso principale della Regione. Il prossimo 28 gennaio arriverà a Milano per rappresentare, nel corso dei GIochi Olimpici, la città del Torrazzo e il suo territorio con una collocazione di prim'ordine e di grande visibilità mediatica e popolare. Ed ecco la seconda parte della storia della Vittoria Alata, quando dopo tante diatribe, si arrivò a definire l'esatta collocazione dell'originale.
Nell’estate del 2016 si scopri che l’originale della Vittoria alata di Calvatone era conservato nei depositi dell’Hermitage di San Pietroburgo. Ed è sempre rimasto lì, portato
oltre ottant’anni fa dai soldati dell’Armata Rossa, insieme a circa quarantamila casse di altro materiale, la maggior parte delle quali mai aperte. La statua era stata trafugata nel 1945 dallo Staatliche Museen di Berlino, nonostante il tentativo di nasconderla, insieme ad altri celebri bronzi, nella Neue Reichsmünze, oggi non più esistente Ma, mai catalogata, e scambiata con altre opere, non è mai stata esposta o messa in collegamento con l’esemplare di cui si è stati alla disperata ricerca da quasi cinquant’anni. Solo nella primavera del 2015 si è capito di trovarsi di fronte ad una delle statue bronzee più belle dell’antichità romana.
La notizia era estremamente importante per gli archeologi di tutto il mondo, ma presentava anche aspetti delicati per i rapporti tra i due principali attori della vicenda, la Germania ed il governo russo. Infatti una percentuale notevole di quel milione e mezzo di opere confiscate ai musei berlinesi, come bottino di guerra, è già stata restituita dall’Unione Sovietica alla Germania dell’Est nel 1958, ma di altri pezzi preziosi non sono mai state fornite notizie ufficiali. Le ricerche effettuate in vista della mostra allestita la scorsa primavera nel museo archeologico di San Lorenzo, avevano già dimostrato che l’esemplare conservato al museo Puskin di Mosca è una copia.
La certezza era arrivata in seguito alle ricerche compiute da Ezio Alovisi: dal Museo Puskin era stata trasmessa la scheda dell’opera, compilata dalla dottoressa Tatiana Potapova: “Ordinata da I.V. Zvetaev nei laboratori di modellatura del Museo Reale di Berlino. Acquistata per 200 marchi (80 marchi di fabbricazione, 120 marchi per la modellatura) il 12 aprile 1906”. Ed è stata proprio questa inequivocabile risposta a spingere Alovisi a sollecitare l’altro colosso museale russo, l’Hermitage, a riguardare con più attenzione nei propri depositi. Alla base della statua del Puskin una didascalia in cirillico e in inglese informa che si tratta appunto della copia di un originale conservato allo Staatliche Museen di Berlino. In effetti nel luglio del 2006, in occasione dei mondiali di calcio in Germania, il professor Martin Maischberger tenne una conferenza che aveva per oggetto i globi celesti, proponendo come esempio proprio la nostra statua cremonese. Ma giustamente il museo berlinese ha sempre sostenuto che il simulacro della Vittoria di Bedriaco fosse scomparso nel nulla durante il secondo conflitto mondiale e quella conserva nei deposti fosse, anch’essa, solo una copia. Tuttavia per molti anni si è pensato che la Vittoria del Puskin fosse l’originale. Un equivoco che risaliva a quasi cinquant’anni fa, quando nel marzo 1977 il settimanale Epoca pubblicò un servizio sui weekend culturali degli operai sovietici, dove in bella evidenza veniva mostrata in una sala di un museo moscovita la Vittoria alata di Calvatone, uno dei pezzi più pregiati delle collezioni romane, finita lì non si sa come. Da allora non vi è più stata pace.
A nulla sono valse le riassicurazioni dei funzionari nel classificare quel pezzo di eccezionale bellezza come una copia dell’originale conservato un tempo negli Staatliche Museen di Berlino, ma scomparso nel nulla durante la Seconda guerra mondiale. E negli anni sono aumentati i dubbi che, in realtà, l’esemplare del Puskin non fosse una copia. Diversamente perchè lo avrebbero esposto in una sala appositamente allestita per accoglierlo, fotografato con intorno gli operai sovietici in visita al museo nella loro giornata festiva? Perchè l’ambasciata sovietica, an‐ cora in clima di guerra fredda, non ha mai risposto alle lettere di chiarimento spedite con sollecitudine negli anni Ottanta, ignorando a bella posta la questione? Sta di fatto che quando l’Apic a sua volta inviò la richiesta alla direzione del museo moscovita per avere la Vittoria esposta alla mostra si sentì rispondere un bel “niet”. In realtà diciotto anni prima vi era stato un precedente che aveva fatto ben sperare. La scoperta della Vittoria alata di Calvatone ha infatti tutte le caratteristiche del giallo: il primo che la vide dopo la guerra fu, nell’agosto del 1980, Giuseppe Azzoni, da pochi mesi ex vice‐sindaco, ma ancora amministratore comunale. Era tutto successo, quasi per caso, qualche anno prima. Un bel giorno l’assessore alla cultura del Comune di Bozzolo, Nello Calani, aveva appunto notato quel servizio sul settimanale Epoca del 23 marzo 1977 in cui si spiegava come gli operai sovietici trascorressero i loro fine settimana dedicandosi alla cultura. Una foto ne ritraeva un gruppo nella sala di un museo in cui campeggiava in bella evidenza una statua alata che l’appassionato di archeologia riconobbe subito come la Vittoria alata di Calvatone. Calani aveva avvertito subito Azzoni, in quel periodo vice‐sindaco, che a sua volta aveva preso carta e penna e scritto ad Alfredo Puerari, allora direttore del museo civico Ala Ponzone: “Siccome sapevo che di questa statua si erano (col 1945‐ Berlino) perse le notizie ‐ scriveva Azzoni ‐ e vedendo anch’io una somiglianza impressionante mi sono procurato tre copie della rivista. A questo punto le chiederei cosa pensa della foto, se secondo il suo parere di esperto c’è la possibilità sopraddetta. In questo caso varrebbe senz’altro la pena, attraverso l’ambasciata o in qualche altro modo, ricercare di quale museo di Mosca si tratta, cosa tutt’altro che impossibile”. Puerari si ricordò allora di aver già visitato il museo d’arte antica di Mosca ma di averlo trovato chiuso. Rispose, tuttavia, che avrebbe fatto il possibile per saperne di più. In realtà, quando in quell’agosto del 1980 Azzoni si trovò a tu per tu con la Vittoria erano ormai passati tre anni senza ulteriori sorprese. Giunto a Mosca per una visita di amministratori italiani della capitale sovietica, Azzoni prese l’occasione al volo e mostrò alla sua guida la foto di Epoca, e l’accom‐ pagnatore riconobbe subito la sala. Si trattava del museo di Belle Arti Puskin in via Volkhonka, dove, manco a dirlo, Azzoni si precipitò subito. E le sue aspettative non vennero deluse: la Vittoria di Calvatone era lì, nel bel mezzo della XXV sala dedicata all’arte romana. Azzoni chiese di parlare con un funzionario e venne accompagnato in un ufficio dove la responsabile del museo estrasse un corposo faldone in cirillico con la schedatura di tutte le opere esposte. Sotto la dicitura Vittoria alata di Calvatone stava scritto, così almeno spiegò la funzionaria, che si trattava di una delle tante copie eseguite tra gli anni 1898 e il 1912. L’originale non sapeva dove fosse. Di certo anche lei si era recata a Berlino Est, rovistando da ogni parte, frugando negli archivi, ma dell’originale non aveva trovato traccia. In realtà, prima che scomparisse nel nulla insieme al Tesoro di Priamo, si era stati sempre propensi a considerare come autentica l’opera dei Musei di Stato di Berlino Est.
Alcuni cremonesi che si erano recati in visita nella ex capitale tedesca nel periodo antecedente l’ultima guerra, affermavano di averla vista regolarmente al proprio posto nello splendido museo. Il primo cremonese che riuscì a metter piede nel museo tedesco dopo il suo passaggio sotto l’influenza russa, all’indomani della conclusione del conflitto mondiale ed in pieno clima di guerra fredda, fu il professor Giuseppe Pontiroli, allora conservatore della sezione archeologica dell’Ala Ponzone che però non la trovò più fra le opere esposte, tra le quali figura, ad esempio, la ricostruzione dell’altare di Pergamo, antica capitale della Misia. Dunque, riassumendo l’intricata vicenda, tutte le “vittorie alate” di Calvatone in circolazione sono solo copie. Purtroppo, se per la copia in bronzo ora a Cremona abbiamo oggi dati sufficienti per ricostruirne le vicende, non è più possibile sapere chi avesse richiesto i gessi, poiché la documentazione dell’officina è stata distrutta durante la guerra. Sappiamo che presso il Gipsformerei der Staatlichen Museen di Berlino nel periodo compreso tra il 1904 e il 1937 furono prodotti otto gessi della nostra statua ed esistono ancora il negativo ed il modello, acquisiti nel 1871. È probabile che rientri in questa serie il gesso conservato all’Antikenmuseum dell’Università di Lipsia, che risulterebbe però prodotto dal formatore romano Leopoldo Malpieri, e sicuramente ne fa parte quello ora al Museo della Civiltà Romana dell’EUR. Attualmente, a Berlino è esposta, presso l’Altes Museum, una copia in gesso dorato appartenente alla gipsoteca della Freie Universität della stessa città. A conclusione della mostra in San Lorenzo restavano aperte tre ipotesi possibili: la prima possibilità è che la statua fosse stata distrutta durante i bombardamenti durante la guerra, e che quindi non fosse mai stata portata via da Berlino. Oppure, avrebbe potuto far parte del gruppo di opere prelevate dall’Armata Rossa e quindi trovarsi in qualche città dell’ex Unione Sovietica. Infine, avrebbe potuto essere stata trafugata da altri, analogamente a un marmo berlinese poi “ricomparso” in una collezione privata americana. Era vera la seconda ipotesi ed uno dei gialli più intricati della storia dell’archeologia è stato risolto. Cremona, almeno simbolicamente, ha riavuto la “sua” Vittoria.
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