Le intriganti Metamorfosi dello Stauffer String Ensemble in Auditorium Arvedi
Metamorfosi. Termine ricco di suggestione. Dí curiosità. Forse anche di mistero. Ancor di più se lo si abbina a strumenti musicali, soprattutto se questi sono archi.
Metamorfosi di stili. Metamorfosi di spirito. E’ in questo binomio che si è racchiuso il concerto proposto dall’Accademia Walter Stauffer in scena all’ Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del violino, diretto da Kolja Blanker con lo Stauffer String Ensemble: protagonista assoluto. Programma impegnativo. Impervio percorso in linguaggi che hanno segnato l’evoluzione della scrittura musicale. Tappe complesse che giungono a trattare gli archi a strumenti a percussione. Pezzi sempre a scavalco di epoche partendo dal Concerto per violoncello in la maggiore di C.P.E. Bach, ponte tra il ‘barocco’ puro e il nascente stile galante. Passando per le Metamorphosen di Richard Strauss, lavoro che segna la fine dell’ultimo Romanticismo e porta direttamente alla contemporaneità tra citazioni beethoveniane e universi sonori mahleriani.
Fino ad arrivare a Prayers di Noam Sheriff; autore israeliano che non nega il lessico moderno ma lo unisce a formule tonali e a strutture melodiche della tradizione colta europea. Si diceva metamorfosi anche di spirito. Da le prime avvisaglie di nascenti temporali romantici della lezione bachiano (figlio) alla cupa ossessione esistenzialista straussiana per approdare a concetti astratti. Puramente meditativi (preghiera). Altamente teorici di Sheriff.
In questo mare magnum di evoluzioni radicali l’ensemble della Stauffer si è districato molto bene. Frutto di un grande impegno didattico ma ancorché di perfezionamento stilistico. Leggero e incisivo nel concerto bachiano. Come espressivo e tecnicamente senza sbavature nei due pezzi novecenteschi irti di complessità esecutive. Tutto questo merito, ça va sans dire, del violinista e direttore Kolja Blacher che non solo ha dimostrato una precisione invidiabile nella conduzione dell’ensemble , ma ha fatto emergere il grande lavoro, in sede preparatoria dei brani soprattutto in chiave stilistica. Il risultato è stato ottimale. Un’ora e mezza di bella artistica musica. E non c’è da dimenticare il violoncello solista di Joël Geniet. Giovanissimo interprete che ha già dato prova, proprio in questi concerti Stauffer, di avere un grande talento dí virtuoso del suo strumento. Dimostrando contemporaneamente una maturità espressiva ( si veda la cadenza del Largo bachiano) di spessore e profonda.
Applausi.
Servizio fotografico di Francesco Sessa Ventura
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