Grande guerra: soldati cremonesi sul fronte occidentale. La battaglia della Marna. L'eroe contadino Natale Pattonieri. I cremonesi sepolti a Bligny
Contestualizzazione storica
La partecipazione dell’esercito italiano alla Campagna di Francia, nell’ambito della Grande guerra, costituisce una pagina di storia poco investigata, se non addirittura volutamente trascurata. Le motivazioni che sottendono a tale trascuratezza vanno ricercate nei mutati rapporti politici coltivati dai due Paesi confinanti durante gli anni del regime fascista. La successiva dichiarazione di guerra alla Francia pronunciata da Mussolini nel 1940, portava ad annullare e, di conseguenza, a obliare la tradizionale fratellanza d’armi, che era intercorsa tra le due Nazioni “consorelle” (così l’Italia e la Francia erano definite dalla stampa durante il Primo conflitto mondiale).
Una fratellanza d’armi sancita sui campi di battaglia italiani dall’intervento dell’esercito francese accanto a quello sabaudo, nel 1859. Una sorta di condivisione ideale che in seguito, aveva visto numerosi francesi ingrossare le fila dei volontari nostrani, in occasione dell’avventurosa spedizione dei Mille, per essere poi ricambiata dalla partecipazione delle truppe garibaldine alla guerra franco-prussiana, ovviamente a favore della Francia. La Grande guerra non faceva che consolidare l’alleanza militare nel contesto dell’Intesa, sulla scia dei propagandati ideali progressisti, che inneggiavano alla difesa della libertà e del diritto e alla salvaguardia dei princípi democratici, da contrapporre all’assolutismo degli Imperi centrali. Quello che principiava nell’estate del 1914, si configurava immediatamente come un immane conflitto, sì da essere qualificato con l’aggettivazione di “Grande”, per la mobilitazione delle masse, per l’utilizzo delle nuove tecnologie, per le numerose implicazioni politiche, economiche, sociali e psicologiche, che ne denotavano prontamente il carattere extra-ordinario.
Sin dal 1914, volontari italiani e garibaldini erano accorsi in supporto della Francia. Tuttavia, l’intervento dei volontari, in quell’anno, non poteva riscuotere la legittimazione del Governo italiano, che nel mentre, temporeggiava al riparo della dichiarata neutralità. La belligeranza dell’Italia infatti, iniziava il 24 maggio 1915 e proprio all’ombra dei propagandati ideali progressisti, si propugnava la “liberazione” dal giogo straniero dei territori irredenti anelanti d’essere ricondotti nel seno della madre patria. A tal fine, dal maggio del 1915 all’agosto del ’17, Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, sferrava ben undici offensive (Battaglie dell’Isonzo), senza tuttavia riuscire a raggiungere l’agognata città di Trieste. La lenta e sofferta progressione degli italiani aveva condotto all’acquisizione di Gorizia (agosto 1916) e ad avanzare di ben 8/9 km lungo l’altipiano della Bainsizza (agosto 1917). Tuttavia, la risposta nemica non tardava ad arrivare e si concretizzava nell’ottobre del ’17, quando divisioni tedesche e austro-ungariche sfondavano nel tratto di fronte compreso tra Plezzo e Tolmino, in direzione Caporetto (Dodicesima Battaglia dell’Isonzo). Il toponimo era destinato a trasformarsi ben presto nel sinonimo indicativo di una rovinosa sconfitta.
L’esercito italiano si vedeva costretto ad abbandonare le posizioni e ad arretrare. Il nemico avanzava sul suolo nazionale, occupando i territori guadagnati col sangue dai nostri soldati nei lunghi anni del conflitto, e persino invadendo le terre italiane acquisite durante le Campagne risorgimentali. Nel caos generale che investiva i Comandi e che a rivoli si propagava tra le fila dell’esercito, dopo aver inteso che tutto era perduto, la guerra era ritenuta conclusa. Quella guerra, le cui idealità erano rimaste estranee agli umili fanti-contadini che costituivano l’ossatura portante dell’esercito. “Cedimento morale” o “sciopero militare” erano state allora le schifate interpretazione dei Comandi, come pure di buona parte della classe politica e già si iniziava ad avanzare il timore di una “rivolta militare”. Ma quei fanti così stanchi di guerra, così apatici, quasi cinici di fronte alla sorte della Nazione, quei “santi maledetti” come li avrebbe apostrofati lo scrittore-soldato Curzio Malaparte, sembravano riaversi durante l’interminabile corsa a ritroso, e una volta attestatisi sulla sponda del Piave, complice il nuovo carattere difensivo acquisito dalla guerra, con l’accorciamento del fronte e il nuovo atteggiamento adottato da Diaz, davano l’avvio alla tanto propagandata riscossa.
Verso la Francia
Di fronte all’enormità della rotta italiana, il generale Cadorna aveva emanato un bollettino di guerra (n°. 887 - 28 ottobre 1917) con il quale attribuiva la responsabilità della disfatta a taluni reparti della II Armata “vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Un’accusa infamante destinata a deflagrare al cospetto dell’opinione pubblica e delle famiglie, che piangevano i propri caduti e affrontavano le pesanti privazioni apportate dalla guerra. Per ragioni di opportunità il Governo - in quel 1917 durante il quale scioperi contro il carovita, per la mancanza del pane e, più propriamente contro la guerra, erano stati organizzati in numerose città italiane - riteneva necessario edulcorare lo sprezzante bollettino cadorniano. Tuttavia, la stampa estera lo aveva recepito e diffuso a livello internazionale.
Agli occhi del mondo l’esercito italiano - per ammissione del suo Generalissimo - sembrava composto da soldati che di fronte al nemico si erano dati alla fuga e immediatamente venivano indicati con il denigrante appellativo di “caporettisti”. Frattanto, la lezione subita a Caporetto, aveva evidenziato a livello d’Intesa, la necessità di una direzione univoca della guerra. Per fronteggiare l’emergenza le rappresentanze alleate riunitesi a Rapallo, pervenivano alla costituzione di un “Comitato militare permanente”, che coordinasse le operazioni belliche lungo tutto il fronte, dalle Fiandre all’Adriatico.
A salutare positivamente la decisione, provvedeva anche il generale cremasco Fortunato Marazzi, il quale con lungimiranza, sin dall’anno precedente, aveva avanzato la proposta di un’unica entità direttiva, che si concretizzasse in un Comando unico, un esercito unico, un teatro di guerra unico. Secondo l’illustre generale, gli Alleati dovevano predisporsi a stanziare tre gruppi di armate, da dislocare uno in Belgio, uno in Francia e l’altro in Italia. Ciascun gruppo si sarebbe costituito da tre armate inglese, francese e italiana, onde favorirne il confronto e l’emulazione. Intanto, gli Alleati promettevano l’intervento di alcune divisioni inglesi e francesi, lungo la linea del Piave e il rassicurante sostegno alimentare americano, condizionando tuttavia la collaborazione alla rimozione di Cadorna, che veniva prestamente sostituito dal generale Armando Diaz. La programmazione militare era così coordinata per l’ampio fronte dell’Intesa, ma all’Italia -tacciata da più parti d’aver condotto una guerra nazionale - si richiedeva una maggior esposizione dei propri soldati, sino a quel momento risparmiati nel sistema di compartecipazione vigente tra gli eserciti alleati. In particolare la Francia, il cui fronte si era dimostrato tra i più gravosi del conflitto, aveva iniziato a elaborare una concezione più “civile” della guerra, finalizzata alla salvaguardia dei suoi giovani, da destinare alla produzione economica e alla riproduzione demografica. Reclamava di conseguenza, un maggior concorso di soldati cobelligeranti.
Pertanto, nel quadro di una più diretta collaborazione e per continuare ad accreditarsi il supporto alleato sulla sponda del Piave, il Governo italiano, all’inizio del 1918, decideva l’invio di consistenti contingenti militari in terra di Francia. Decretava il trasferimento sul fronte occidentale delle cosiddette T.A.I.F (Truppe ausiliarie italiane Francia), che giungevano nel Paese d’oltralpe nel febbraio 1918. Facevano seguito, di lì a breve, e più precisamente nell’aprile dello stesso anno, le truppe combattenti costituenti il II Corpo d’armata italiano.
Le Truppe ausiliarie italiane in Francia
In osservanza della Convenzione stipulata con la rappresentanza francese e firmata a Roma il 19 gennaio 1918, il Governo italiano poneva a disposizione degli Alleati 60.000 nostri soldati da adibire “a lavori delle organizzazioni difensive sulla fronte occidentale… I soldati - precisava la Convenzione - saranno presi per due terzi da militari non idonei alle fatiche di guerra, per un terzo e in via provvisoria, da idonei aventi speciali attitudini o mestieri: questo terzo però, nello spazio di tre mesi, sarà sostituito da militari non idonei”.
Le Truppe ausiliarie (T.A.I.F) si predisponevano dunque allo svolgimento delle attività operative sottostando alla supervisione tecnica francese, rimanendo al comando degli ufficiali italiani. L’opinione pubblica interna tuttavia, giudicava deplorevole l’utilizzo dei nostri soldati sul fronte straniero, in mansioni lavorative ritenute indegne, poco nobili e certamente non confacenti al prestigio dell’Italia. Tanto più che, in precedenza, quelle medesime mansioni erano eseguite da indigeni provenienti dalle colonie. Il malcontento veniva comunque posto a tacere. Le difficoltà del momento non consentivano di indulgere in sdegnose puntualizzazioni.
Era urgente continuare ad accreditarsi la collaborazione degli Alleati e il Ministero della Guerra diramava gli ordini ai depositi territoriali per il reclutamento dei 60.000 uomini. Intorno ai depositi gravitavano i soldati non idonei alle fatiche di guerra: feriti, invalidi, o addirittura gli inetti, e persino gli invisi imboscati, coloro che erano riusciti a tenersi al riparo dal rovinoso conflitto. I depositi selezionarono anche “elementi fisicamente e moralmente tarati” appartenenti alla truppa e persino tra gli ufficiali. Le loro condizioni psicofisiche facevano sì che fossero giudicati “soldati di scarto” già dai propri commilitoni. Alcuni di essi infatti, non riuscirono neppure a sostenere le fatiche del viaggio. Malati, feriti, malvestiti, male in arnese “privati delle mostrine e dei fregi dell’arma, forniti esclusivamente del distintivo e del numero del deposito di provenienza” al loro arrivo in Francia, lasciarono sconcertati gli Alleati, che li vedevano trascinasi in simili condizioni. In maniera improvvida, non si era valutata la ricaduta d’immagine che un simile contingente doveva inevitabilmente generare. Anche i rapporti con la popolazione civile erano inficiati da diffusa diffidenza. Persino le prostitute locali disdegnavano la frequentazione degli italiani, preferendo loro i soldati americani, più alti, avvenenti, ben vestiti, più sani e soprattutto, provvisti di maggiore disponibilità economica.
In aggiunta, le T.A.I.F comprendevano quella percentuale di soldati “idonei” alle fatiche di guerra: per lo più giovani artiglieri che, rimasti per così dire “disoccupati”, attendevano che l’industria bellica italiana rifornisse nuovamente degli armamenti andati distrutti a Caporetto. Tali soldati venivano pregiudizievolmente valutati dagli Alleati, “uomini da niente” “caporettisti”, veri e propri “disertori”, appositamente inviati sul suolo francese, per essere “risanati” dalla severa disciplina d’oltralpe. Fra questi, possiamo annoverare alcuni giovani artiglieri cremaschi inquadrati nel 10° Artiglieria Fortezza d’assedio, i quali, per colmare la distanza che li separava dalla madre patria e più in particolare dall’amatissima città di Crema, inviavano i propri calorosi saluti attraverso le pagine dei settimanali locali. Ricordavano allora la famiglia, le belle ragazze cremasche, gli amici del Foot-Club cittadino, unitamente alle tralasciate consuetudini della vita civile. Si firmavano: De Poli Pietro, Bussi Alfredo, Bianchi Vincenzo, Simonetta, C. Doldi, Mandolli Giovanni, Mariani Giacomo, Mandotti Pietro, Ragazzi Egidio, Voltini G, Franceschini.
Anche il sergente Ferdinando Baroli appartenente alla 20ª Compagnie Italienne, non mancava di tradurre la propria malinconia, avvertendosi “lontanissimo dalla mia bella Crema… speranzoso di rivederci presto”.
Il ventitreenne fante castelleonese Boiocchi, rientrava nella categoria degli invalidi richiamati. Presumibilmente, aveva ormai escluso ogni suo coinvolgimento alle attività belliche, dal momento che riportava un’offesa permanente ad una gamba. Era invece stato inserito in una Compagnia mista, costituita in gran parte da invalidi da adibire a “lavori leggeri” nelle retrovie. Le T.A.I.F infatti, prevedevano quattro raggruppamenti, ripartiti di seguito in 200 Compagnie, ognuna di tre centurie. Al comando del generale Giuseppe Tarditi, si apprestavano allo svolgimento del proprio servizio ausiliario. Tuttavia, associati alle Armate alleate, i soldati italiani vivevano l’avvilente confronto con i commilitoni stranieri e avvertivano l’inveterato pregiudizio, che li dipingeva come sfaccendati, secondo il consueto cinico cliché. Ad inasprire la propria esperienza in terra di Francia, contribuivano i precari e squallidi alloggiamenti in cui erano ospitati, come pure l’alimentazione insufficiente costituita per lo più da patate e fagioli. D’altro canto, anche la Francia era allo stremo delle sue risorse e non poteva garantire di meglio neppure alla sua popolazione. Inoltre, i continui trasferimenti, che costringevano i soldati ausiliari italiani a seguire a piedi le truppe combattenti, nonostante le pregresse ferite e le personali invalidità, li privavano anche della possibilità di ricevere l’attesa corrispondenza e di mantenere quella confortante relazione con le famiglie, in grado di procurare un vicendevole supporto morale. Tuttavia, la lontananza dalla patria unitamente alla guida sollecita del generale Tarditi, contribuiva a ridestare un sopito orgoglio nazionale, che induceva le T.A.I.F a operare al meglio per rispondere alle esigenze del fronte francese e a rapportarsi dignitosamente con gli Alleati.
Ben presto infatti i soldati delle T.A.I.F concorrevano ad apportare un ingente contributo materiale. Attribuibili all’opera dei soldati lavoratori figuravano: camminamenti, trincee, scavi e drenaggi d’ogni sorta, arterie stradali e ferroviarie, ricoveri sotterranei, linee telegrafiche, reticolati, baraccamenti e tutto quello che abbisognava alle truppe idonee ad affrontare i combattimenti. Ne prendevano atto anche i commilitoni inglesi e francesi, che, dapprima imbevuti di pregiudizi, modificavano il proprio atteggiamento, sino a intrattenere con i soldati italiani relazioni maggiormente rispettose e paritarie.
Le truppe ausiliarie si dovevano distinguere anche in azioni militari attive. Il 18 marzo,in occasione dell’offensiva tedesca in direzione di Amiens, che travolgeva la modesta Armata portoghese e la 5ª Armata inglese, erano proprio i soldati delle T.A.I.F a porre in salvo i feriti, gli ammalati e le dame infermiere trascurati dai reparti in ripiegamento. Riuscivano persino ad impossessarsi delle armi abbandonate e, senza l’appoggio di altre truppe, rallentavano l’avanzata tedesca. Durante gli spostamenti dei reparti a cui erano associati, i soldati ausiliari nonostante fossero inidonei alle fatiche di guerra, trovandosi impegnati a ripristinare le strutture divelte durante i combattimenti, venivano inevitabilmente coinvolti nelle operazioni di belligeranza, esposti ai bombardamenti, all’azione dei gas asfissianti e dell’artiglieria nemica. Inoltre, in seguito alle pesanti perdite del II Corpo d’armata italiano subite in occasione della Seconda battaglia della Marna del 15 luglio, circa 4 mila soldati ausiliari tra i più validi, andavano a costituire i nuovi complementi, da impiegarsi negli scontri successivi. Il riconoscimento ufficiale del proprio operato, particolarmente in attinenza alla battaglia della Marna, veniva loro elargito dal generale Gouraud comandante della 4ª Armata francese, che in tal senso si esprimeva “il a obtenu le rendement maximum dans l’execution des travaux de defense qui ont largement contribué aux succes de la bataille du 15 juillet”. Le truppe ausiliarie italiane non si arrestavano alla Marna, ma proseguivano il proprio servizio anche nelle operazioni successive, sino alla conclusione del conflitto.
I soldati cremaschi del II Corpo d’armata in Francia
All’alba del 1918, le sorti della guerra apparivano ancora incerte per entrambi gli schieramenti contendenti. Quello che invece sembrava assodato era che l’esito si dovesse decidere sul fronte occidentale. Era dunque in quel contesto che l’Italia stabiliva l’invio sullo scenario francese di un consistente contingente di truppe combattenti costituenti il II Corpo d’armata. “In questo momento – affermava in proposito il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, non senza una punta di retorica – in questo momento che è certamente il più culminante del conflitto, non poteva mancare accanto ai suoi Alleati, non doveva mancare l’Italia… le bandiere dei reggimenti italiani saranno spiegate al vento, sui campi di Piccardia e di Fiandra insieme con le bandiere alleate”. L’invio di truppe combattenti sul fronte francese, da impiegare contro un nemico potente come quello tedesco, oltre che affermare una solidarietà comune fra Alleati, doveva testimoniare l’avvenuta ripresa dell’esercito italiano, dopo il cedimento morale dimostrato a Caporetto.
Al comando del generale Alberico Albricci, il II Corpo d’armata giungeva in Francia verso la fine di aprile 1918. Usciva da un periodo di riordinamento e di intensa preparazione, dal momento che aveva perso quasi la metà dei suoi effettivi durante gli scontri sulla Bainsizza e nei numerosi combattimenti di retroguardia sostenuti nell’ottobre precedente, in occasione dello sfondamento nemico sul fronte italiano. Per il trasferimento in terra di Francia, venivano reclutati per lo più veterani, uomini che la guerra avevano imparato a conoscerla. Il II Corpo d’armata contava circa 51.000 soldati inquadrati nell’ 8ª Divisione, composta dalla Brigata Brescia e dalla Brigata Alpi, con il 10° Reggimento artiglieria; e nella 3ª Divisione comprendente la Brigata Napoli, la Brigata Salerno, il 4° Reggimento artiglieria, 2 squadroni del Reggimento Lodi cavalleria, a cui si aggiungeva il 2° Reparto d’Assalto.
Al loro arrivo in Francia, dislocate a Mailly, le truppe italiane attendevano a familiarizzare con i metodi di guerra francesi e ad acquisire la pratica di quei terreni, così differenti dal fronte nazionale. Dopo aver affrontato, in formazioni separate, i primi scontri nella regione delle Argonne, il II Corpo d’armata italiano riunito, per volere del suo comandante, veniva schierato a cavallo dell’Ardre, in uno dei punti più delicati del settore, a difesa del saliente di Bligny, in previsione della nuova poderosa offensiva tedesca. In Italia tuttavia, l’impiego dei nostri soldati sul fronte occidentale sollevava una buona dose di malcontento fra la popolazione, ormai provata dall’interminabile guerra. In particolar modo il proletariato, che aveva pagato un elevato prezzo al conflitto e da tempo reclamava per l’Italia la pace separata, non si capacitava che i propri uomini andassero a morire per la nazione d’oltralpe.
Ben consapevole delle critiche, la stampa nazionale esercitava una campagna di convincimento presso i suoi lettori. A questa si allineava anche la stampa liberale cremasca, la quale con fervore, si prodigava nel richiamare gli ideali comuni, che legavano l’Italia alla Francia martoriata. Rivolgendosi soprattutto alle donne – madri, sorelle, spose o fidanzate – le spronava a non mentire alla missione ad esse affidata da Dio e dalla patria. Così che, equiparate alla Madonna, attraverso la generosa forza muliebre, potessero cogliere la necessità del sacrificio da consumarsi in quella terra contermine, dove bimbi indifesi e vergini deturpate attendevano il soccorso dei nostri soldati, per respingere il teutonico invasore. E come dalla Madre celeste pietosa e indulgente, dal cuore generoso delle donne cremasche sarebbe sgorgato il balsamo consolatore capace di lenire il dolore e di rinfrancare i dubbiosi. Le sollecitazioni mosse dalla stampa alla partecipazione morale delle donne, inducevano numerose di esse, in particolare se appartenenti alle classi elevate, a riconoscersi negli ideali nazionali e ad abbracciare la scelta interventista. Inoltre, per suscitare un più acceso sentimento verso la causa francese, la rivista liberale ospitava i leggiadri saluti dei soldati cremaschi dislocati in quel fronte lontano, desiderosi di conservare rassicuranti legami con i propri cari. Erano allora il caporale Gino Bruschieri e il soldato Filippo Merico di Crema, i soldati Francesco Draghetti e Enrico Trovati di Pandino con Ernesto Magnetti di Gombito, a rivolgersi “alla Spettabile Direzione de Il Paese – dicendosi – lieti di portare sulle colonne del vostro giornale, ai nostri parenti e amici e alle nostre famiglie, tanti e tanti saluti dalla Lorena francese ove ci troviamo per la causa comune, sperando in un lieto avvenire per la Patria, inneggiando alla bella Crema”. Le origini locali degli scriventi impegnati sul fronte straniero, come pure le ordinarie espressioni di propaganda, facilitavano la pubblicazione della missiva. E proprio attraverso la corrispondenza tenuta con la rivista liberale, si veniva a conoscenza del loro prossimo trasferimento e fra le righe, si evinceva un mutamento di spirito nei giovani militari cremaschi. Infatti, il 22 giugno, dalla regione dell’Oise, seppur concisamente, i medesimi si accingevano a precisare “Prima di partire per ignota destinazione rivolgiamo un pensiero alla nostra cittadina bella, rassicurando tutti i nostri cari e tutti gli amici e parenti della nostra perfetta salute”. Nell’immediatezza del trasferimento, che induceva a presumerne un prossimo impiego, venivano tralasciati i retorici temi propagandistici, per lasciare posto alle rassicurazioni per i propri familiari, solitamente vergate poco prima dei combattimenti.
Di fatto, dalla seconda metà di giugno, il II Corpo d’armata italiano era stato assegnato alla V Armata francese, in previsione dell’offensiva nemica. Si apprestava a partecipare alla Seconda battaglia della Marna, (o battaglia di Bligny o dell’Ardre, 15-23 luglio 1918). I soldati cremaschi tornavano a scrivere gioiosi in data 11 agosto ’18, quando, indirizzandosi ancora al settimanale liberale asserivano “Come di consueto ci rivolgiamo alla abituale cortesia del Paese onde voglia essere interprete presso i nostri cari parenti e amici dei nostri sentimenti, rassicurando della nostra perfetta salute e buona armonia. Oggi si brinda per la grande vittoria ottenuta ed in special modo, pel compiuto volo sulla città nemica della squadriglia del Grande d’Annunzio”. Alla vittoria alleata sul fronte occidentale, che aveva sbaragliato l’avanzata nemica in direzione di Reims, trovava corrispondenza sul fronte italiano lungo il Piave, l’esito vittorioso della battaglia del Solstizio, che arrestava l’ultima grande offensiva austriaca. Accadeva in tal modo che i due fiumi – il Piave e la Marna – finissero col rappresentare nell’immaginario collettivo, i due estremi baluardi difensivi contro i nemici invasori.
Il fante-contadino Natale Pattonieri
Cremonese di nascita, cremasco d’adozione, Natale Pattonieri rientrava nel novero degli innumerevoli fanti-contadini richiamati in occasione del conflitto; tragiche figure destinate a trasformarsi negli emblemi più rappresentativi della Grande guerra. Classe 1889, vedeva la luce a Paderno Ponchielli nella giornata del 25 dicembre ricorrenza della sacra natività, e proprio in virtù di tale coincidenza, gli era imposto il nome Natale. Primogenito di Angelo e Celesta Frosi contadini/affittuari, con i genitori, i fratelli, lo zio paterno Giovanni e la famiglia di quest’ultimo, assecondando il consueto nomadismo rurale, si muoveva sul territorio alla ricerca di sempre nuove e migliori affittanze. D’altronde, il numero consistente dei famigliari – 15 elementi – costituiva una discreta manovalanza interamente dedita all’attività agricola, in grado di assicurarsi una modesta autosufficienza. Era rimasto precocemente orfano di madre e altrettanto precocemente, appena le forze glielo avevano consentito, si era adattato alle fatiche del lavoro. Ed era presso la Cascina Costa, sita in Casaletto di Sopra, nel mandamento di Soncino, circondario di Crema, acquisita in conduzione con i familiari, che Natale, il 22 aprile 1915, veniva raggiunto dalla circolare riservata, che lo richiamava alle armi, e subitamente, sin dai primi giorni di maggio, perveniva in territorio di guerra. In qualità di tiratore scelto, per quasi due anni veniva allocato sul Monte Mrzli e sullo Sleme, lì dove le postazioni italiane correvano a pochi passi da quelle austriache e si passava facilmente a miglior vita pur in assenza di combattimenti, a causa delle gravosissime condizioni di sussistenza. Dopo un periodo di ospedalizzazione e di convalescenza per aver “assaporato” i gas venefici del nemico (motivo per il quale subirà i postumi anche negli anni a venire), col successivo trasferimento al 33° Reggimento fanteria trovava collocazione presso il Monte Santo, appena in tempo per partecipare alle ultime offensive di Cadorna. Nel fatidico ottobre 1917, viveva con i suoi commilitoni, l’esperienza della disastrosa ritirata, diviso tra lo sconforto derivatogli dal dover abbandonare quei luoghi - per la difesa dei quali numerosi compagni erano caduti - e il timore d’essere “tagliati fuori”, dopo che il nemico era riuscito magistralmente a sabotare le nostre linee di comunicazioni e minacciava l’accerchiamento. In seguito al riordino della compagine militare conseguente allo sfaldamento di numerosi reparti, l’umile fante veniva inserito nel 76° Reggimento fanteria, Brigata Napoli, appartenenti alla 3ª Divisione, che unitamente all’8ª, ricostituiva il II Corpo d’armata, destinato al fronte francese. E proprio sul fronte occidentale si apprestava a vivere un’ulteriore pagina di storia militare. Infatti, dalla metà di giugno 1918, il II Corpo d’armata italiano aveva occupato le posizioni su cui si erano provvisoriamente attestate la 28ª Divisione francese e la 19ª Divisione inglese durante gli scontri dei mesi precedenti. Qui, sin dai primi di luglio, mentre le informazioni di una prossima offensiva germanica prendevano sempre più consistenza, anche il fante-contadino Natale Pattonieri si disponeva ad affrontare il combattimento, in quel pernicioso “posto d’onore” espressamente richiesto dal generale Albricci per il II Corpo d’armata italiano, affinché potesse “risultare tutta la sua forza, nella zona più propria a far valere le sue magnifiche qualità”.
Il contadino eroe
In data 4 di luglio gli allarmi si intensificavano e tutti gli sforzi venivano allora finalizzati alla preparazione di un’accanita difesa attiva. Mentre si organizzavano nuovi lavori, si aumentava lo scaglionamento in profondità, onde rendere leggerissima la prima linea e conservare le riserve per le manovre e il contrattacco. Secondo le notizie fornite dai prigionieri, l’offensiva tedesca doveva scattare alla mezzanotte, dal 14 al 15 luglio. Poco prima dell’orario segnalato, le truppe alleate scatenavano un violentissimo fuoco di contropreparazione, mentre, superata da poco la mezzanotte così come attestato dai prigionieri, principiava il poderoso bombardamento nemico su tutte le posizioni avversarie, destinato a durare per ore, congiunto all’abbondante uso di gas asfissianti. Era iniziata la memorabile Seconda battaglia della Marna. Il II Corpo d’armata italiano schierato a difesa, controllava un ipotetico fronte bastionato, dove una estremità era costituita dal saliente boscoso di Vrigny e l’altro bastione si configurava nella poco più elevata montagna di Bligny. Nel rispetto della disposizione strategica lo schieramento delle due Divisione veniva strutturato ad ala: ossia, ogni Brigata collocava una modesta parte delle forze sulla linea avanzata, il rimanente fra la linea principale di resistenza e in riserva. Per giorni i combattimenti proseguivano accaniti e gli italiani venivano investiti dall’urto micidiale del nemico. Il II Corpo d’armata riusciva comunque ad arginare quello che è stato giudicato l’ultimo imponente sforzo germanico, sino a provocarne il fallimento completo. Sono infatti numerosi gli storici che concordano nell’attribuire soprattutto agli italiani l’arresto dell’ultima poderosa offensiva tedesca, così da decidere le sorti del conflitto. Nella zona di propria competenza infatti, il II Corpo d’armata italiano conservava intatta sulla destra la posizione di Vrigny, nonostante i numerosi attacchi subiti, e anche il centro del settore, profondamente inflesso dall’urto nemico, comunque aveva tenuto. L’ala sinistra dello schieramento italiano, distaccatasi dalla V Armata francese a motivo dell’arretramento di questa, soccorsa e sostenuta dal nostro Reparto d’Assalto e dalle riserve, era riuscita nuovamente a ricollegarsi alle linee francesi. Inoltre la città di Eparnay, che era minacciata dall’offensiva teutonica, veniva difesa ad oltranza dagli italiani e per riconoscenza, attribuiva la cittadinanza onoraria al generale Albricci. La Seconda battaglia della Marna si rivelava un vero inferno per i nostri soldati, che avevano imparato a conoscere i carri armati nemici, in una guerra di movimento, a cui non erano abituati. A tramandare la drammatica esperienza vissuta dai soldati italiani contribuivano anche due eminenti personalità, destinate alla fama letteraria. L’una, era il provocatorio scrittore e giornalista Curzio Malaparte, che arruolatosi volontario militava nel Reparto d’Assalto e con sprezzante realismo asseriva “Fu un massacro, nulla potrà mai superare in orrore quel bombardamento: seduti sull’erba, le spalle appoggiate ai tronchi degli alberi, in un terreno senza trincee, senza camminamenti, senza ricoveri, ci facemmo ammazzare allo scoperto, fumando una sigaretta dopo l’altra”. Al termine della battaglia – ricordava ancora Malaparte – “… per tutto il bosco non si udiva che l’immenso rantolio degli agonizzanti”. Nel medesimo contesto, un’altra figura di letterato e combattente, Giuseppe Ungaretti, presso il bosco di Courton, tratteggiava attraverso un’incisiva e amara similitudine, l’estrema precarietà dell’esistenza “Si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie”. Fra i numerosi soldati destinati all’oblio della memoria, si contava anche il fante-contadino Natale Pattonieri. Veterano del fronte italiano, affrontava la nuova sconvolgente epopea sullo scenario occidentale. Assai probabilmente in un diverso contesto, memore delle abitudini rurali, avrebbe ammirato i dolci declivi della campagna francese, nel mentre squassati dai furibondi bombardamenti. In quelle ore invece, non rimaneva che affondare nel terreno privo di difese, nel tentativo di abbarbicarsi al suolo, quasi a farsi invisibile, prima di rialzarsi per l’ennesima corsa. Quante volte aveva ripetuto la drammatica esperienza, balzando dalle trincee o dai provvisori ricoveri, per correre avanti, avanti, tra le micidiali vampe rossastre e le assordanti esplosioni. Nel mentre, la collaudata tattica nemica era riuscita a sabotare le linee di comunicazione, rievocando nell’animo dell’umile fante l’angoscioso turbamento già vissuto sul fronte italiano. Era allora che, in un’estrema bramosia di vita o nel tentativo di abbreviare la sorte – sortendo a più riprese, senza che gli venisse comandato – si esponeva al fuoco nemico, al fine di riassestare le linee di comunicazione interrotte. Vi era forse da stupirsi che un veterano ormai uso alla guerra, potesse arguire il da farsi? L’intelligente lettura della situazione unita alla connaturata fermezza conduceva il fante Pattonieri a spendersi in un comportamento vantaggioso e valoroso. L’episodio non passava inosservato e a combattimento ultimato, le lieutenant Calisti, comandante la fanteria della 2ª Divisione coloniale, segnalava all’Ordine della Brigata il nostro fante-contadino, per il conferimento della Croce al merito francese con la seguente motivazione: “Natale Pattonieri soldat, Bel exemple de courage et de valeur militaire. A de sa propre iniziative, sous un feu intense de artillerie, rétabli à plussieurs reprises les communications télégrafiques”. Anche Sua Maestà il Re d’Italia non mancava di conferire la Medaglia di bronzo al valor militare, coll’annesso soprassoldo di lire 100 annue, al soldato Natale Pattonieri che: “Con alto sentimento del dovere, fermezza ed ardimento singolari, sotto violento ed intenso bombardamento nemico, esponendosi a sicuro pericolo, si recava lungo la linea telefonica per riattare le linee interrotte, rimanendo continuamente sotto violento fuoco di interdizione. Bois de Vrigny, 23 luglio 1918”. Con orgoglio di Brigata la Napoli sottolineava “le gesta memorabili e gli audaci contrattacchi” del 76° Reggimento fanteria ( il Reggimento del fante Pattonieri), “che suggellavano l’arresto definitivo della marea tedesca”. Il II Corpo d’armata lasciava sul campo quasi 6000 morti e oltre 4000 feriti, tant’è che i tedeschi, a conferma dell’intensità degli scontri, affermavano “ … Abbiamo a che fare con gli italiani, ai quali i francesi hanno lasciato l’onore e la gloria di avere le massime perdite”.
Le vicende militari del coraggioso fante Pattonieri intanto, proseguivano di pari passo con quelle del II Corpo d’armata, che riavviandosi a riordinarsi dopo le ingenti perdite, si accingeva a ricostituirsi con l’innesto di nuovi complementi tratti in gran parte dalle T.A.I.F. Il 22 settembre infatti, il contingente italiano era nuovamente in prima linea sull’Aisne e durante le settimane successive contribuiva alla conquista delle munitissime difese dello Chemin des Dames e del canale Oise-Aisne. Intorno alla metà di ottobre l’avanzata delle truppe Alleate si trasformava in un vero e proprio inseguimento del nemico, che tuttavia opponeva un’accanita resistenza presso la Hunding Stellung, la fitta rete difensiva organizzata dai tedeschi sin dal 1914. Durante i primi giorni di novembre, il II Corpo d’armata italiano continuava la sua avanzata; nella mattina del giorno 11, la cavalleria entrava in Rocroi, mentre le avanguardie raggiungevano la linea della Mosa. Nel frattempo, con presumibile certezza, l’eco della vittoria italiana a Vittorio Veneto doveva giungere anche sul fronte occidentale, contribuendo al cedimento morale delle truppe tedesche le quali, fiaccate dai violenti combattimenti e debilitate dall’insufficienza alimentare, ormai davano segni di disorientamento e abbandonavano armi e prigionieri. Alle ore 11 del giorno 11 novembre infatti, veniva firmato l’armistizio. L’orribile guerra era giunta al suo termine.
Il II Corpo d’Armata italiano sarebbe rientrato in Italia nel gennaio del ’19. Il fante-contadino Natale Pattonieri, classe 1889, che di guerra ne aveva combattuta a sufficienza, si riproponeva di beneficiare, a tre mesi dalla pace, del modesto capitale di lire 1000, destinato dal Governo italiano a tutti i soldati e graduati di truppa, purché si impegnassero a investirlo per l’acquisto di strumenti di lavoro o di terreni. La guerra era conclusa ed era quanto mai necessario prospettare la ricostruzione. Un’era di pace imperitura si schiudeva all’orizzonte - secondo quanto aveva assicurato la propaganda - un’era densa di progetti e di attività, in grado di cancellare per sempre la minaccia di nuovi conflitti. Il fante- contadino Natale Pattonieri, autorizzato a fregiarsi del Distintivo di guerra - due stellette d’argento - a memoria delle Campagne combattute, veniva definitivamente congedato il giorno 15 agosto 1919, lusingato dalla concessa dichiarazione di “aver servito con fedeltà ed onore”. Ritornava al suo amato paesaggio rurale, che lo avrebbe visto diventare uno dei maggiori e stimati fittabili del suo tempo. Il desiderio e la necessità di obliare l’orrenda carneficina, lo portavano a custodire le sudate onorificenze nel cassetto della propria scrivania. Senza ostentazione, tacendo persino ai familiari la narrazione delle tragiche vicende. Solamente ad alcuni coscritti alludeva talvolta con pudico orgoglio alla bronzea medaglia. In tal modo, come numerosi suoi commilitoni teneva per sé i ricordi della dolorosa esperienza, convinto di aver assolto semplicemente il proprio dovere.
Alcuni nominativi di militari cremaschi e cremonesi sepolti nel cimitero di Bligny
Andreoli Andrea di Antonio. Soldato 376ª Centuria. Nato 8 agosto 1876 , Vaiano Cremasco. Morto 11 gennaio 1918 in Francia, in prigionia per malattia.
Belloni Gaetano di Luigi e Negri Luigia. Soldato 163ª Compagnia lavoratoti ausiliari. Nato 30 settembre 1896, Spino d’Adda. Morto 11 settembre 1918 in Francia, per ferite riportate in combattimento.
Bertoglio Eugenio di Francesco, 4° Rgt. Bersaglieri, Pozzaglio ed Uniti.
Botti Enrico di Geremia, 4° Rgt. Bersaglieri, Due Miglia.
Brandaglio Giacomo di Giovanni, 93° Rgt. Fanteria, Palvareto.
Bravi Angelo di Alessandro e Bussarelli Maria. Compagnia ausiliaria, Massa di Casalmaggiore.
Busi Giovanni di Fermo, 229° Rgt. Fanteria, Vho.
Caldara Luigi di Carlo. Soldato, 2° Rgt. Granatieri. Nato 1 gennaio 1882, Torlino. Morto 20 marzo 1918, in Francia, per malattia.
Corradi Alfredo di Antonio. 74° Rgt. Fanteria. Gadesco Pieve Delmona.
Delera Antonio di Isaia. Soldato, 119° Rgt. Fanteria. Nato 8 ottobre 1880, Ticengo. Morto 27 agosto 1918 in prigionia, per malattia.
Gagliardi Palmiro Emilio di Giuseppe. 21° Rgt. Bersaglieri. San Bassano.
Gerevini Angelo di Carlo. 38° Rgt. Fanteria. Due Miglia.
Ghezzi Paolo di Giacomo. 52° Rgt. Fanteria. Rivarolo del Re ed Uniti.
Girelli Umberto 518° Compagnia Mitraglieri. Castelponzone.
Guarneri Alessandro di Giovanni. 4° Rgt. Fanteria. Corte de’ Frati.
Luvieri Anselmo di Paolo e Meduci Teresa. Soldato. 257° Rgt. Fanteria. Nato 17 ottobre 1889 Spino d’Adda. Morto in Francia, per malattia
Maghini Angelo di Giovanni. 234° Rgt. Fanteria. Crotta d’Adda.
Maiandi Francesco di Pietro. Soldato. 68° Rgt. Fanteria. Nato 20 ottobre 1880, Genivolta. Morto 27 gennaio 1918, in prigionia.
Mazzolari Giacinto di Giuseppe. 4° Rgt. Artiglieria Camp. Robecco d’Oglio.
Mondini Francesco di Alessandro. 57° Rgt. Fanteria. Grumello Cremonese ed Uniti.
Mondoni Pietro di Costante. Soldato. 52° Rgt. Fanteria. Nato 18 agosto 1896 Genivolta. Morto 4 luglio 1918, in prigionia.
Pagani Giuseppe di Augusto. Carabiniere della Legione Carabinieri Reale di Milano. Nato 1 dicembre 1898 a Chieve. Morto 10 ottobre 1918, in Francia, in seguito ad azione di gas asfissianti.
Pagliari Ernesto di Eugenio. 174 ª Compagnia lavoratori ausiliari. Solarolo Rainerio.
Paternieri Ottorino di Francesco e Garavelli Maria Teresa. 164 Rgt. Fanteria. Casalmaggiore.
Peia Carlo di Pietro. Soldato. 26° Rgt. Artiglieria di Campagna. Nato 6 gennaio 1885, Genivolta. Morto 6 aprile 1918 in prigionia.
Perdomini Emilio Tomaso di Vincenzo. 9° Rgt. Bersaglieri. Casalmaggiore.
Pitturelli Giovanni di Carlo. 73° Rgt. Fanteria. Grontardo.
Raimondi Giovanni di Antonio. Soldato. 208° Rgt. Fanteria. Nato 30 marzo 1879, Campagnola Cremasca. Morto 11 febbraio 1918, in Francia, in prigionia.
Torri Domenico di Battista. Soldato. 242° Rgt. Fanteria. Nato 10 dicembre 1899, Dovera. Morto 7 febbraio 1918, in prigionia.
Tosoni Emilio di Paolo. Soldato. 8° Rgt. Artigleria di Fortezza. Nato 10 dicembre 1899 Ticengo. Morto 28 marzo 1918.
Valenti Cesare di Carlo. 85° Rgt. Fanteria. Martignana.
Zanetti Giovanni di Sante. 51° Rgt. Fanteria. Carpaneto Dosimo.
Nelle foto una cartolina della seconda Battaglia sulla Marna, poi il cimitero di Bligny, alcune fasi della battaglia e lo scrittore Curzio Malaparte
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