Il misterioso Cristo dalle sembianze umane venuto dal Po (forse dalla sponda cremonese) venerdì in processione a Busseto. La storia. I templari e i Pallavicino, il Sacro Graal e la tavola di Busseto
Il Cristo venuto dal Po, nel legame indissolubile tra l’una e l’altra sponda del fiume, torna silenzioso ma significativo “protagonista” venerdì sera, 3 aprile. a Busseto (Parma) in occasione della tradizionale processione del Venerdì santo. Appuntamento che, tra storia, fede e mistero, ancora una volta, porta con sé una vicenda, del tutto singolare, e misteriosa, che lega la terra del Cigno a Cremona. Uno dei tanti legami, del resto (mai sviluppati a sufficienza, nonostante i chiari benefici che potrebbero esserci per le due città) tra Busseto e Cremona.
La Via Crucis, guidata dal parroco don Luigi Guglielmoni e dal viceparroco don Davide Grossi, venerdì sera inizierà alle 21 con partenza dalla collegiata di san Bartolomeo Apostolo. In processione sarà portato l’antico, venerato e misterioso simulacro del Cristo Morto che, da molti anni, è custodito nella vicina chiesa di santa Maria Annunziata.
Si tratta del Cristo venuto dal Po, arrivato proprio da Cremona. Una statua in tutto e per tutto simile ad una figura umana, anche al tatto, visto che il materiale con cui è realizzato, il cuoio, sulle prime, può appunto far pensare ad un essere umano autentico. Quello che lo riguarda può essere definito un giallo storico. Una vicenda in cui, più che mai, storia e leggenda si fondono. Si dice che a farlo arrivare sulla sponda emiliana fu, nel XV secolo, una piena del Po. Il fiume impetuoso, stando sempre alle narrazioni che da tempo vengono tenute vive dalla memoria popolare, distrusse una chiesa cremonese, portandosi via, quindi, anche questa statua del Cristo Morto. La “corsa” sulle acque finì a Vidalenzo di Polesine, sulle rive del fiume naturalmente. Immediatamente la gente locale lo scambiò per un cadavere autentico. Una volta avvicinato ecco che la verità si materializzò: quello che era davanti a tutti era un simulacro, integro, del Salvatore rappresentato dopo la crocifissione. Subito divampò una diatriba, tra le opposte rive del Po, circa il luogo in cui il misterioso Cristo doveva essere portato.
A dirimerla, stando sempre ai racconti che si tramandano, sarebbe stato un frate che consigliò di adagiare la statua su un carro trainato dai buoi. Dove questi si sarebbero fermati avrebbe quindi dovuto sorgere un luogo di culto. Se ciò fosse vero significherebbe, quindi, che i buoi, dopo aver compiuto una manciata di chilometri, si fermarono a Busseto, dove ora sorge la chiesa di Santa Maria Annunziata.
Impressionanti sono anche i capelli e la barba del Cristo. Si tratta infatti di autentica capigliatura umana: quella che una donna donò, per grazia ricevuta, al Cristo stesso. La statua, alla quale i fedeli di Busseto sono estremamente legati e devoti, viene portata in processione, ogni anno, la sera del Venerdì Santo ed è anche al centro di un’altra storia ricca di fascino e mistero.
Si dice infatti che, ormai molti anni fa, proprio dopo una processione del Venerdì Santo, fu lasciata in chiesa collegiata, la principale chiesa cittadina, senza essere riportata nella sua collocazione originaria. Il mattino seguente, l’incredibile sorpresa: il Cristo, infatti, non si trovava più in collegiata. Subito si pensò ad un furto e invece, poco dopo, fu ritrovato, di nuovo in Santa Maria Annunziata. Come ci arrivò se entrambe le chiese (collegiata e S.Maria) erano chiuse e non presentavano alcun segno di effrazione? In tanti, da allora, ritengono che, prodigiosamente si sia spostato, nel bel mezzo della notte, da una chiesa all’altra e che quindi voglia rimanere nell’edificio in cui da secoli è posto. Da evidenziare che, per la storica processione del Venerdì Santo, il maestro Giuseppe Verdi compose quattro “Notturni”: andati tutti persi. Dove si trovano?
Sono andati persi per sempre o si trovano ancora celati in qualche “angolo” di Busseto e dintorni? Interrogativi che aumentano i misteri che accompagnano la storia di questo luogo. Venendo alla storia della chiesa di santa Maria Annunziata, questa fu edificata nel 1472 per disposizione dei fratelli Gian Lodovico e Pallavicino Pallavicino, unitamente ad un ospedale di cui per due secoli fece parte. Ospedale di cui, oggi, non resta di fatto alcuna traccia. Fra alterne vicende fu completata nel 1518 e, in quel medesimo anno vi fu istituita una confraternita detta di S.Maria o dei Battuti o Disciplinati – più tardi “del Confalone” – pio sodalizio eretto da papa Leone X con breve 11 aprile 1518 e dotato da Sisto V nel 1596 e da Paolo V nel 1607, di indulgenze. Oltre alla divulgazione del culto mariano, la confraternita aveva il compito di amministrare i beni dell’ospedale, prendendosi cura del miglior funzionamento dell’Ente, di distribuire elemosine e di sostenere economicamente nubende povere.
La chiesa, nel XVII secolo smise di far parte dell’ospedale, che fu trasferito nella nuova sede, nel centro cittadino. Fu quindi ampliata nel 1595 per iniziativa e a spese del giureconsulto Pietro Pettorelli e ricostruita ex novo nel 1804 dalla confraternita che l’aveva in uso, su progetto del bussetano Giuseppe Cavalli che si occupò anche delle decorazioni a stucco. Al suo interno conserva diverse opere d’arte, su tutte la pala dell’altare maggiore, l’ “Annunciazione” del cremonese Vincenzo Campi (Cremona 1536-1591, fratello di Antonio e Giulio Campi). In questo dipinto tutta la scena si svolge all’aperto, presso una colonna in parte coperta da una tenda accanto alla quale si trova l’inginocchiatoio di Maria, su cui sono posati un libro e un vaso di fiori. La Vergine panneggiata in veste rosa e manto bianco, riceve l’annuncio da un angelo, che le sta di fronte genuflesso con un giglio in mano e l’indice teso verso l’alto. Inoltre, sul capo della Vergine stessa aleggia la Colomba, simbolo di pace, mentre più sopra appare l’Eterno benedicente tra una gloria di cherubini. Le figure compaiono immerse in una calma sovrumana in cui è tutta l’augusta solennità dell’avvenimento. L’opera reca sul fondo il nome dell’autore, Vincenzo Campi appunto, e la data 1581. Nella chiesa, luogo in cui, il 31 gennaio 1805, si unirono in matrimonio Carlo Verdi e Luigia Uttini, i genitori del sommo musicista e compositore Giuseppe Verdi, si trovano anche opere pittoriche del bussetano Pietro Balestra. Una rappresenta l’Apparizione di Cristo alla Maddalena, che giace genuflessa ai piedi di Gesù, il quale, presso il sepolcro scoperchiato e vuoto custodito da angeli, appare nelle vesti del giardiniere, con la vanga tra le mani e il capo aureolato e circondato di cherubi. Un’altra raffigura invece le Marie al sepolcro: sono in tutto quattro e incedono da sinistra verso il sepolcro, un sarcofago scoperchiato e vuoto posto all’ingresso di una grotta, cui fa da custode un angelo. Lo sfondo è di paesaggio; adagiata a terra, immersa in meditazione, giace la Maddalena.
Tornando al misterioso simulacro del Cristo morto, è normale chiedersi da quale chiesa cremonese possa essere arrivato. Domanda alla quale è chiaramente difficile dare una risposta dal momento che non esistono documentazioni storiche, ed inequivocabili, a riguardo. E’ noto che, nel corso dei secoli, con le sue piene, il Grande fiume si portò via interi centri abitati (Polesine San Vito, Polesine Manfredi, Vacomare, Isola dei Bozardi, Carpaneta Tolarolo e Arzenoldo, per citarne alcuni) ed anche parecchie chiese tra cremonese, piacentino e parmense. Sulle prime verrebbe da ipotizzare la vecchia chiesa di Brancere, ma l’ipotesi è da scartare visto che questa venne definitivamente distrutta nel 1801, e il Cristo venuto dal Po arrivò invece quattro secoli prima. Inoltre la statua fu trovata a Vidalenzo, più a monte rispetto a Brancere ed è ovvio che nessun oggetto può risalire le acque contro corrente. Resta dunque il mistero sull’originaria collocazione di questo straordinario simulacro che, tra fede, storia e mistero, continua a legare in modo significativo Busseto e Cremona.
Ma i misteri, e le leggende, legate alla figura di Cristo, tra l’una e l’altra sponda del Po, non si esauriscono qui e, abbracciando anche il piacentino, vanno a coinvolgere direttamente uno dei più grandi enigmi di tutti i tempi, quello del Sacro Graal, che nel tempo ha originato numerose suggestioni letterarie e cinematografiche, con tesi e discussioni che si sono moltiplicate. Fatto sta che, ad oggi, nessuno sa che cosa sia realmente né dove sia finito. Uno dei più grandi, suggestivi e curiosi misteri di sempre. Ma cosa centrano le terre di fiume, tra Bassa Parmense, Bassa Cremonese e Bassa Piacentina con il leggendario Sacro Graal? Probabilmente poco o nulla. Ma alcuni curiosi interrogativi restano e riguardano due chiese pressoché contemporanee, poste a pochi chilometri l’una dall’altra, entrambe fondate dalla nobile famiglia dei Pallavicino che, tra i suoi esponenti, ebbe anche appassionati e cultori di leggende e vantò nientemeno che un cavaliere templare, Guido Pallavicino, sepolto nell’antica Abbazia cistercense di San Bernardo, a Fontevivo. È noto che, spesso e volentieri, la vicenda del Graal viene associata a quella dei cavalieri Templari. Le due chiese in questione sono l’Insigne chiesa collegiata di san Bartolomeo Apostolo in Busseto e la Basilica di Santa Maria delle Grazie e San Lorenzo in Cortemaggiore. La prima, quella di Busseto, riedificata tra il 1437 ed il 1450 (all’epoca di Orlando Pallavicino il Magnifico) in luogo della precedente (documentata come più piccola) fondata nel 1336 da Uberto V Pallavicino. La seconda, quella di Cortemaggiore, iniziata nel 1481 per volere di Gian Lodovico e Rolando II Pallavicino. Quindi pressoché contemporanee, distanti appena 12 chilometri l’una dall’altra. Entrambe caratterizzate dalla presenza di raffigurazioni del Preziosissimo Sangue: a Busseto una tavola dipinta e a Cortemaggiore un affresco. In ambedue i casi il Cristo viene raffigurato in posizione eretta mentre dal suo corpo si sprigiona il sangue che finisce in un calice posto ai suoi piedi. Calice semplicemente dipinto a Cortemaggiore, mentre a Busseto è fissato sull’antica tavola lignea su cui è dipinto il Cristo ed è impreziosito da una evidente lamina in argento, senza dubbio a voler esaltare questo oggetto. Perché esaltarlo? Un semplice fatto di devozione popolare? Una grazia ricevuta? O ci sono altri motivi per volerlo mettere in evidenza? C’è da dire che la rappresentazione del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, per un certo periodo della storia, è stata assai in voga. Infatti il sangue versato da Gesù per la salvezza dell’umanità fu oggetto di culto fin dai primo secoli dell’era cristiana, ma la devozione si intensificò a partire dall’XI secolo, specialmente in relazione alla diffusione della leggenda del Sacro Graal. In particolare la devozione verso il Preziosissimo Sangue ebbe una importante diffusione nel Cinquecento, soprattutto nel Nord Italia. Ed è stato nel Cinquecento che il tema è stato dibattuto, teologicamente e iconograficamente.
Ad oggi è del tutto ignoto l’autore che ha dipinto il Redentore sulla tavola di Busseto. C’è stato chi ha ipotizzato una attribuzione al cremonese Tommaso Aleni, detto il Fadino (autore, doveroso ricordarlo, della spettacolare “Ultima Cena”che si trova nel refettorio del convento domenicano di San Sigismondo di Cremona ed è copia, forse addirittura la prima, del famoso Cenacolo Vinciano) ma questa ipotesi sembra poco probabile. Ignoto è anche il nome di chi ha inserito la lamina d’argento sul calice. Curioso poi il fatto che la tavola dipinta sia stata posizionata sulla prima colonna di destra, entrando, in chiesa mentre sulla prima colonna di sinistra è raffigurato un affresco della Madonna col Bambino. A Cortemaggiore, l’affresco del Redentore si trova invece sulla pilastrata absidale di destra e, su quella di sinistra, guarda caso, spicca un’altra Madonna col Bambino. È solo una coincidenza che, nelle due chiese “pallaviciniane” il Preziosissimo Sangue e la Madonna col Bambino siano stati rappresentati nelle due estremità opposte delle chiese? Oppure un significato nascosto va a collegare le due chiese con le rispettive opere? Venendo all’immagine del Preziosissimo Sangue di Busseto, quella appunto dipinta su una tavola, oggi il tutto si presenta molto scuro, il che non favorisce né le attribuzioni né datazioni precise. Da notare il fatto che il Cristo è ricoperto del solo perizoma e porta una mano al petto indicando il cuore infiammato. Sorprende inoltre il fatto che non pochi testi di storia locale, dedicati alla collegiata, non facciano alcun cenno di questa tavola e, men che meno, del calice in argento. Non si è nemmeno a conoscenza della provenienza di questa tavola. È stata fatta per la collegiata di San Bartolomeo o proviene da un altro luogo? Domande che, al momento non trovano alcuna risposta. Sulla colonna opposta si trova invece, come già anticipato, una Madonna col Bambino, affresco quattrocentesco di scuola senz’altro lombarda. È dipinta nella rappresentazione iconografica della Madonna del Divino Soccorso in cui la Vergine compare con una veste bianca e un manto rosso trapunto di stelle dorate. Sorregge in grembo il Bambino che, come lei, è coronato ed è rappresentato nell’atto di poppare. Passando invece al Cristo Risorto rappresentato sulla pilastrata di destra (rispetto all’altare maggiore) della basilica di Cortemaggiore, si tratta di un frammento d’affresco cinquecentesco, di scuola lombarda. C’è chi ipotizza possa essere opera del cremonese Andrea Mainardi detto il Chiaveghino (nacque a Cremona nel 1550 circa e vi morì il 28 febbraio 1617) che a Cortemaggiore così come a Busseto ebbe modo di lavorare. Nell’affresco è raffigurato in piedi (come a Busseto) con il calice a fianco del piede destro (esattamente come a Busseto) all’interno del quale finiscono le abbondanti quantità di sangue. Quattrocentesco è invece l’affresco della Madonna col Bambino che si conserva sulla pilastrata opposta. Sicuramente di scuola lombarda (quasi certamente cremonese), rappresenta la Madonna avvolta in un manto che sorregge il Bambino nudo, ma con indosso una collana e bracciali in corallo rosso. A pochi metri di distanza un altro luogo, mistico, ricco di fascino e di mistero, vale a dire la cripta nella quale campeggia l’affresco del Cristo Risorgente, definito anche il “Cristo miracoloso”, tornato alla luce nel 1761 durante i lavori per la realizzazione della cripta. Datato 1522, opera di Antonietto dè Renzi, venne ritrovato in maniera del tutto fortunosa, durante appunto la realizzazione della cripta. L’evento colpì, e non poco, l’opinione pubblica che iniziò a chiamare, quello in oggetto, il “Cristo miracoloso”, rimasto per decenni sepolto sotto cumuli di terra, riscoperto in quel modo imprevisto. Su quella che poteva essere la sua funzione originaria le tesi degli storici si dividono. Per alcuni era posto sopra l’ingresso dell’area in cui venivano tumulati i sacerdoti; per altri sormontava, invece, il tabernacolo dove, durante il Triduo Pasquale, venivano custodite le particola. Una immagine, comunque, particolare che vede raffigurato il Cristo mentre sorge dal sepolcro, con le croce imbandierata alle spalle e le braccia allargate, richiamando così alla Misericordia divina che, come scrisse il sommo poeta Dante Alighieri “Ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei”. Da evidenziare che anche nel “casino di campagna” dei Pallavicino si trova una immagine del Cristo Risorto (raffigurato mentre esce dal sepolcro, con a fianco la Madonna in trono e le mani, però, incrociate), datata 1519, opera a sua volta di Antonietto dè Renzi e pure in diverse abitazioni del paese si conservano non poche immagini del Cristo che risorge dal sepolcro. Questo è dovuto al clamore che ebbe il ritrovamento del 1761 oppure altri significati, ad oggi celati dal mistero, accompagnano questa particolare iconografia religiosa che ricorre nel borgo piacentino? Misteri e domande irrisolte, dunque, che si rincorrono in questa linea di pianura divisa dall’Ongina, dall’Arda e dal Po, ma unita dalla storia che trova le sue radici nelle vicende della nobile famiglia dei Pallavicino. In questo senso va ricordato che nella divisione dei feudi di Rolando il Magnifico, Busseto e Cortemaggiore toccarono, in comune, a Gian Lodovico e a Pallavicino Pallavicino. I loro rapporti, tuttavia, non erano idilliaci e, così, si divisero il territorio e, a Gian Lodovico, toccò, nel 1479, Cortemaggiore dove si trasferì seguito, per altro, da parecchi abitanti di Busseto. Nacque così il nuovo ramo di Cortemaggiore e da subito iniziò la costruzione della fortezza, progetta da Maffeo Carretto da Como. Gian Lodovico morì due anni più tardi, nel 1481 e gli successe così il figlio Rolando II, che alcuni storici tuttavia citano come Orlando. Fu lui a portare avanti i lavori del castello e della cinta muraria e ad avviare la realizzazione dell’odierna basilica di Santa Maria delle Grazie e San Lorenzo. Una storia, quella della famiglia Pallavicino, che andando indietro nei secoli incrocia anche quella, come anticipato, di Guido Pallavicino, del ramo di Pellegrino Parmense, celebre cavaliere templare, vicerè di Tessalonica, sepolto nell’Abbazia di San Bernardo a Fontevivo di cui era benefattore (motivo questo che spiega la sua sepoltura in un edificio sacro), in una tomba posta nelle immediate vicinanze dell’altare maggiore, sulla cui lastra frontale compare l’immagine dello stesso cavaliere, vestito della sua armatura, per altro caratterizzata da svariati simboli esoterici. Guido Pallavicino poteva forse essere a conoscenza di particolari, non secondari, riguardanti la vicenda del Sacro Graal? E’ noto che numerosi sono, a tutt’oggi, i misteri, e le leggende, che accompagnano la storia dei cavalieri Templari, soprattutto quelli legati proprio al Sacro Graal. Misteri irrisolti che i cavalieri si sono portati nella tomba. E’ assai probabile che questo possa essere accaduto anche per Guido Pallavicino. La domanda, allora è: vi sono fatti o vicende, non passati alla storia, che tuttavia in qualche modo si sono tramandati, nei secoli, all’interno della nobile famiglia Pallavicino arrivando così anche ad esponenti di altri rami? Interrogativi, anche questi, a cui è ben difficile poter dare una risposta. Se dunque, come affermato fin dall’inizio, è a dir poco improbabile che la storia del Sacro Graal possa anche solo sfiorare quella di Busseto e Cortemaggiore, è altrettanto vero che tanti interrogativi restano. Perché rappresentare in due chiese vicine, contemporanee, due immagini del Preziosissimo Sangue con il calice, quasi nascosto, ai piedi di Cristo? Perché evidenziare quello di Busseto con una lamina in argento? Perché queste immagini sono state poste all’inizio e alla fine delle due chiese? Che cosa ha “tramandato” la vicenda storica di un importante cavaliere templare quale è stato Guido Pallavicino, attraverso i secoli, verso i suoi discendenti? Di quali misteri è stata custode la nobile famiglia? Tutti interrogativi avvolti dal mistero che lasciano aperta una storia ricca di fascino tra Cremona, Busseto e Cortemaggiore.
Eremita del Po
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