Il rischio dell'essenziale: Requiem in miniatura con l'ensemble Teatro delle Voci per lo StradivariFestival
Nel contesto acusticamente prezioso dell’Auditorium Giovanni Arvedi il programma proposto dal Teatro delle Voci per lo STRADIVARIfestival si è rivelato come un itinerario spirituale di forte intensità, capace di coniugare essenzialità esecutiva e profondità espressiva. L’accostamento del brano Da Pacem Domine di Arvo Pärt al Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart in una versione per quartetto vocale e quartetto d’archi ha rappresentato una precisa scelta estetica, che ha sollevato interrogativi tutt’altro che marginali.
L’apertura affidata a Pärt ha introdotto un clima di sospensione e meditazione: la scrittura tintinnabulante, ridotta all’essenziale, ha sospeso il tempo in una dimensione quasi liturgica, dove ogni intervallo e ogni risonanza hanno assunto un peso simbolico. Il brano si fonda sull’antica antifona gregoriana “Da pacem Domine in diebus nostris, quia non est alius qui pugnet pro nobis, nisi tu, Deus noster”, una supplica disarmante nella sua nudità. Eppure, proprio queste parole oggi risuonano con una forza problematica: se il testo affida a Dio solo il compito di combattere per l’uomo, la realtà contemporanea sembra contraddirlo apertamente, mostrando uomini che si armano contro altri uomini in guerre sanguinose e spesso insensate. In questo scarto doloroso tra invocazione e storia si apre una frattura che la musica di Pärt non tenta di colmare, ma piuttosto di narrare: la rarefazione del suono si traduce allora in concentrazione espressiva e, insieme, in una domanda radicale rivolta all’ascoltatore, chiamato a confrontarsi con il silenzio inquieto che separa il desiderio di pace dalla straziante realtà del nostro tempo.
Molto convincente e d’effetto l’esecuzione in cui le voci si sono rincorse nelle imitazioni con il quartetto d’archi in un gioco di specchi in cui era quasi impossibile distinguere il timbro strumentale da quello vocale, complici i suoni fissi e filati, privi di vibrato, quasi scolpiti nel ghiaccio, del quartetto d’archi.
Più problematica è risultata la proposta del Requiem in veste cameristica. Se da un lato la riduzione ha permesso una maggiore trasparenza del tessuto polifonico e una leggibilità più immediata delle linee vocali – affidate a Else Torp, Anna Caroline Olesen, Paul Bentley-Angell e Jakob Bloch Jespersen – dall’altro ha inevitabilmente inciso sulla natura stessa dell’opera. Il Requiem è un’opera destinata a una dimensione corale e rituale, dove la massa sonora contribuisce in modo determinante alla costruzione del senso: ridurlo a quattro voci e quartetto d’archi ha comportato una trasformazione sostanziale, che ha posto una domanda implicita sull’identità del capolavoro mozartiano. In questo senso, affrontare il Requiem in una formazione cameristica rappresentava una sfida non indifferente, per la quale ci saremmo aspettati una riflessione consapevole sulle possibili strategie compensative atte a restituire equilibrio e coesione: un lavoro, insomma, volto a favorire una fusione delle parti capace di supplire alla perdita della massa corale. Tale processo però non è parso realizzarsi pienamente, lasciando emergere una certa frammentazione del discorso musicale, al di là dell’indiscutibile ed eccellente padronanza tecnica ed espressiva dei musicisti.
Il quartetto Meta4 ha sostenuto l’insieme con precisione e cura del dettaglio, instaurando un dialogo con le voci; tuttavia, proprio questa chiarezza cameristica ha spostato l’asse espressivo verso una dimensione quasi parossistica, dovuta alla marcata ricerca espressiva e all’esasperazione, anche visiva, del gesto sonoro per compensare la diminuzione della massa (lungi da noi l’intenzione di aprire in questa sede il vaso di Pandora della diatriba musicisti seduti/musicisti in piedi…). Il Dies irae ha perso parte della sua forza travolgente e si è tramutato nella caricatura di sé stesso, anche a causa degli effetti proposti dal quartetto (il suono aspro e vetrificato dell’arco al ponticello), risultando meno convincente che apocalittico, mentre i momenti di supplica – dal Lacrimosa all’Agnus Dei – hanno guadagnato in raccoglimento, ma sempre nella cifra di una marcatura dell’aspetto lirico e individualista più che di quello corale.
Ci si è trovati così di fronte a un’operazione che ha oscillato tra rivelazione e sottrazione. Da un lato, la trascrizione ha messo in luce dettagli strutturali e linee contrappuntistiche che potrebbero risultare meno evidenti nella versione orchestrale; dall’altro, ha sollevato il dubbio che questa stessa chiarezza si sia risolta in una sorta di impoverimento, privando l’opera della sua precipua dimensione rituale e comunitaria. La domanda sulla sua piena sensatezza è rimasta aperta: si è trattato di una rilettura possibile o di una riduzione che ha alterato in modo significativo l’equilibrio originario?
Il dialogo con Pärt ha comunque offerto una chiave interpretativa coerente: in entrambi i casi, il suono si è fatto veicolo di una riflessione sui temi della caducità dell’essere umano, del sacro e della pace, temi che, alla luce della tensione irrisolta tra invocazione e realtà storica, hanno trovato nella sobrietà dell’organico una forma di espressione tanto essenziale quanto inquieta. In questo senso, il programma ha mantenuto una sua coerenza, pur lasciando emergere, con lucidità, le tensioni insite in una scelta interpretativa così radicale.
Si rimane perplessi su una scelta di questo tipo, considerando che il lodevole intento di voler proporre un programma legato al calendario liturgico poteva suggerire ben altro repertorio scritto per un organico adeguato alla sala e di pari bellezza. È lecito stravolgere qualsiasi opera in nome della libertà di espressione? Il voler imporre il potere delle singole individualità a tutti i costi è quasi una dimostrazione di arroganza e scarso rispetto per la divinità che alberga anche tra le note, e che mal si accosta all’essenza di quelli che sono capolavori immortali.
Il pubblico, numeroso e partecipe, ha tributato agli interpreti un caloroso apprezzamento, testimoniato da applausi prolungati e da ripetuti richiami in sala.
Il servizio fotografico è di Francesco Sessa Ventura
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