25 luglio 2022

Il vigile del fuoco che vive sul Po. "Che tristezza il nostro grande fiume diventato ruscello. Mio padre parlava delle piene mai delle secche"

Combatte gli incendi, ma vive sull'acqua. “Mio padre, Giovanni per tutti Mario, uno degli ultimi pescatori professionisti lombardi lungo il Grande fiume, mi parlava sempre delle piene e mai delle secche. In queste condizioni anche lui sarebbe rimasto fermo”. Paolo Zaniboni, 55 anni, di Stagno Lombardo, è vigile del fuoco dal 1991 e attualmente, dopo aver ricoperto lo stesso ruolo per due anni a Crema, è caposquadra a Cremona e istruttore del Gos, il Gruppo operativo speciale dei pompieri, gli 'incursori' che con la loro abilità e il loro coraggio aprono varchi, rimuovono detriti, creano strade alternative per raggiungere i luoghi delle sciagure nel tentativo di salvare persone e cose. La nuova sciagura è la siccità, davanti alla quale anche il professionista del fuoco che ama l'acqua è impotente. Guarda il Po e sospira: “Non ho mai visto una situazione del genere”.
Il suo rifugio, il suo 'buen retiro' è l'Antenna del Po, un piccolo angolo di paradiso immerso nel silenzio, Lo ha fatto rivivere lui tagliando periodicamente l'erba molto alta, sistemando le quattro panchine da dove si può godere la pace di tramonti spettacolari, puntellando la scala che scende all'attracco e, con l'aiuto della moglie Monica, piantando le rose intorno al cippo, costruito dallo stesso Paolo, che ricorda il padre con un'incisione semplice di poche parole: 'Mario Zaniboni, Caronte: 1934-2006'. Ma niente è più come prima. “L'erba è secca, il terreno bruciato, le rose appassite. E sconfinati gli spiaggioni sull'altra riva. Che desolazione”. Il vigile del fuoco continua a recarsi con il suo furgoncino all'Antenna, ma non più volentieri come una volta e solo per consentire ai suoi due inseparabili amici, Dado, lo splendido lagotto romagnolo adottato dopo il terremoto di Mirandola (Modena), e Diana, un'intelligente bastardina trovata nel 2014 in una cascina cremasca, di tuffarsi e giocare, gli unici ad essere ignari della gravità del momento, nel fiume.
"Ho una barca in vetroresina, 7 metri per 40 centimetri, ma per la prima volta non l'ho messa in acqua a causa della magra. Se l'avessi fatto, ora si troverebbe nelle condizioni di quella barca, del mio amico Oscar, qui giù: in secca, sulle pietre. Esattamente come il pontile: è mio e, con una gru, l'ho adagiato in acqua a maggio, ma ora è inutilizzabile, sui sassi anch'esso. Lo tiro a riva d'inverno e lo sistemo in un angolo qui intorno”. Il figlio di pescatori ha dovuto rinunciare ai suoi progetti estivi. “Mi sarebbe piaciuto arrivare per la prima volta a  Venezia oppure portare in giro le persone per spiegare loro come si vive e si viveva sul nostro fiume. Andavo su sino a Isola Serafini e giù sino a Casalmaggiore. Era bello scendere da Cremona con il motore spento e solo con la forza della corrente, sotto la luna. Ma da settimane il Po non è più navigabile”. Non del tutto. “Si potrebbe farlo, ma unicamente durante il giorno e stando molto attenti ad evitare le piante, i legni che si muovono sotto il pelo dell'acqua ma non si vedono. Un Po senz'acqua è un anche un Po pericoloso, ci vuole poco per scontrarsi con un ostacolo nascosto e ribaltarsi”. Nell'emergenza un aspetto positivo. “Sui sassi è spuntata l'erba, un'altra cosa che non ho mai notato prima d'ora, e intorno ai tronchi si scorgono i cefali. Se c'è la vegetazione, significa, come mi diceva sempre mio papà, che l'acqua non è cattiva”. Al ricordo del padre, il vigile del fuoco si commuove e si gira dall'altra parte. Poi chiede scusa e riprende. “Ero sempre con lui a gettare le reti per riempirle di anguille, pesci gatto, pesci bianchi. Quanti momenti indimenticabili. Come quando prendevamo l'acqua del Po con una paletta di plastica, che poi mettevamo in punta alla barca. Bevevamo quell'acqua il mattino seguente, dopo che la rugiada l'aveva rinfrescata: era buonissima. Tutto questo non c'è e non ci sarà più. Resta solo l'amarezza, la tristezza per il nostro fiume diventato un ruscello”.



Gilberto Bazoli


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