21 giugno 2026

L'emozionante liuto di Cascio saluta la dolcezza e la bellezza del solstizio d'estate dal camposanto dei Canonici della Cattedrale

Un liuto che, al dipanarsi delle tenebre, suona solitario tra antichi resti romanici di un camposanto. Ai primi chiarori dell’alba si diffondono così soavi note di canti, balli, ricercari e fantasie nella musica italiana del Cinquecento e scorrono sotto il suggestivo titolo di Hor che la vaga aurora. Il Monteverdi Festival ha così salutato, nella sua ultima giornata, il solstizio d’estate 2026. 

Protagonisti quei meravigliosi musicisti che tra Quindicesimo e Sedicesimo secolo hanno allietato le corti padane. Da Francesco Milano a Francesco Spinacino da Vicenzo Capirola a Antonio Rotta. Per arrivare anche a Vittoria Aleotta una delle prime donne compositrici tra Cinque e Seicento. Una parola a parte merita Bartolomeo Tromboncino perché le sue musiche sono ritornare ad allietare Cremona. Il compositore infatti, insieme ad un altro grande di questo periodo Marchetto Cara, faceva parte di quei musici girovaghi che facevano la spola, con le loro Frottole, tra il ducato gonzaghesco e il castello di Santa Croce in riva al Po. Erano entrambi il simbolo di scambio culturale “sempre prolifico tra il Ducato di Milano e la corte Gonzaeghesa”. Ed è così riapparso in forma plastica l’asse culturale tra Cremona e Mantova che è proprio uno dei pilastri fondanti su cui si basa, non solo la vita del ‘Divin’ Claudio’, ma anche l’attuale Monteverdi Festival. 

Interessante anche dal punto di vista strettamente musicale la proposta di un Anonimo di inizio Cinquecento nella cui musica, conservata a Parigi, ci sono novità armoniche particolari e innovative che poi troveranno una loro applicazione ‘musicale’ e ‘madrigalistica’ nel repertorio monteverdiano.

A dipingere questo incredibile affresco di musica antica il liuto di Roberto Cascio. Musicista assolutamente raffinato. Capace di far apprezzare il suo suono in un luogo all’aperto. Dominatore delle armonie nei pezzi di danza come in quelli tratti da composizioni originariamente vocali e quindi con importanti sviluppi di natura contrappuntistica. Di Cascio è stata, ancora una volta, la tecnica liutistica. E ancor di più la forza espressiva. Anni di concertismo e di insegnamento che lo hanno portato ad avere un rapporto quasi simbiotico con il suo strumento. Caratteristiche che ne fanno, in questo genere di musica, un interprete tra i più interessanti e apprezzati dell’universo della musica antica italiana. Del resto, si era già avuto modo di apprezzarlo quando, da accompagnatore, aveva realizzato il ‘basso continuo’ nel concerto dell’Accademica Monteverdiana nella chiesa di San Vitale.

Tutto quindi assolutamente bello. Idea della celebrazione del solstizio con un concerto all’alba. La scelta dello strumento: il liuto, già di per se stesso delicato e capace di dare emozioni anche in un’ora particolare della giornata. Ottima la scelta di un repertorio di grande pregio e totalmente rappresentativo di un’ epoca pre monteverdiana e sua contemporanea.

Unico neo i continui rumori di fondo che spesso hanno impedito di avere una fruizione precisa e pulita dell’arte di Cascio. Forse sarebbe stato più opportuno isolare dal traffico la zona attorno alla Cattedrale. Qualche posto in più a sedere non sarebbe poi guastato.

I cremonesi hanno gradito. Esperienza, se sarà possibile, da rifare. 

Roberto Fiorentini


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