5 luglio 2026

La Messa su Raiuno per i mille anni di consacrazione della basilica di Pomposa: ha celebrato l'Arcivescovo di Ferrara, il cremonese Gian Carlo Perego

Cremona di nuovo “protagonista” sui teleschermi di Raiuno. Domenica 28 giugno la messa domenicale, come noto, è stata trasmessa dalla cattedrale con la cerimonia presieduta dal vescovo monsignor Antonio Napolioni. Domenica 4 luglio, invece, la messa delle 11 su Raiuno è stata trasmessa in  diretta dalla magnifica Abbazia di Pomposa ed è stata presieduta da monsignor Gian Carlo Perego, cremonese di Vailate, da quasi dieci anni Arcivescovo di Ferrara e Comacchio e Abate proprio di Pomposa. E’ stata una occasione speciale; infatti si celebrano quest’anno i mille anni della consacrazione del grande complesso abbaziale che sorge nel territorio ferrarese di Codigoro. Un anniversario di assoluto rilievo, che monsignor Perego che ovviamente guidando con grande solennità e con la sue consueta sensibilità spinta da quella profondissima fede che da sempre lo anima e lo fa essere sempre presente nelle preghiere e nel cuore del suo popolo cremonese.   L'Abbazia di Pomposa, di cui monsignor Perego è Abate, sorge sull'antica Insula Pomposiana, una striscia di terra che nell'antichità era un rigoglioso nodo strategico completamente circondato dalle acque del mare e dei rami del Po (Goro e Volano). Sebbene i rilievi archeologici testimonino la presenza di una comunità monastica già nel VI-VII secolo, la storia ufficiale del cenobio emerge con forza nell'874, anno in cui una lettera di papa Giovanni VIII ne sancì la diretta dipendenza dalla Santa Sede, sottraendola alle mire dell'arcivescovo di Ravenna.  La vera ascesa politica avvenne nel 1001, quando l'imperatore Ottone III concesse a Pomposa lo statuto di monastero imperiale, garantendole una totale autonomia che ne favorì l'immensa espansione patrimoniale e culturale.  Sotto la guida dell'abate Guido, il complesso visse il suo secolo d'oro: l'edificio fu profondamente rinnovato e ampliato dal maestro Mazulo, che aggiunse il nartece e due nuove campate alla struttura originaria. Questo lungo processo di trasformazione culminò solennemente nel 1026, data in cui la basilica di Santa Maria fu riconsacrata. Questo anno rappresenta lo spartiacque definitivo che consacrò Pomposa come uno dei centri spirituali più influenti d'Europa. Il declino iniziò a partire dal XII secolo, innescato da catastrofici mutamenti idrografici come la Rotta di Ficarolo (1152), che causò la deviazione del Po e il progressivo impaludamento della zona. La diffusione della malaria e l'ascesa della signoria estense ridussero gradualmente il prestigio dell'abbazia, fino al trasferimento dei monaci a Ferrara nel 1553 e alla definitiva soppressione del monastero nel 1653. L'architettura pomposiana è una sintesi armoniosa di stili romanico, bizantino e orientale. Spiccano l'atrio del maestro Mazulo, ornato di fregi in cotto e simbologie fitoformi, e il maestoso campanile alto 48 metri, opera dell'architetto Deusdedit nel 1063. La torre è celebre per le sue finestre che aumentano di numero e ampiezza verso l'alto (dalle monofore alle quadrifore) per alleggerire la struttura. Di grande importanza è anche il Palazzo della Ragione, dove l'abate esercitava il potere temporale e l'amministrazione della giustizia.

L'interno della basilica è un eccezionale palinsesto decorativo dominato dai maestosi affreschi trecenteschi di scuola bolognese, che rivestono le pareti della navata centrale con un intento sia ornamentale che didattico per i fedeli.  La narrazione è strutturata su tre registri paralleli: la fascia superiore è dedicata alle storie dell'Antico Testamento (da Adamo ed Eva ai profeti), quella mediana alle scene del Nuovo Testamento (dall'Annunciazione alla Pentecoste), mentre la fascia inferiore ospita il ciclo dell'Apocalisse di Giovanni.  Quest'ultima è considerata una delle più rare e complete rappresentazioni medievali dell'ultimo libro delle Scritture, capace di mettere in scena con incredibile forza visiva l'Agnello sul monte Sion, i quattro cavalieri e la vittoria finale dell'arcangelo Michele sul drago.  L'apparato pittorico culmina nel catino absidale, dove splende il Cristo in Trono di Vitale da Bologna (1351), e nella controfacciata, occupata da un monumentale Giudizio Universale. Altrettanto straordinario è il prezioso pavimento in opus sectile e mosaico, frutto di una stratificazione artistica che va dal VI al XII secolo. La superficie è un intricato labirinto di simbologie medievali popolato da un vero e proprio bestiario allegorico: si distinguono il cervo (Cristo) che dà protezione agli uccelli (i fedeli), il drago (simbolo del male), il leone (la Resurrezione) e l'elefante, emblema di purezza e al contempo della fragilità umana. Tra le decorazioni geometriche ricorre spesso il Nodo di Salomone, che simboleggia l'unione indissolubile tra l'umano e il divino. Una sezione del tappeto musivo presso il presbiterio, risalente al VI secolo, testimonia il legame diretto con le prestigiose botteghe di Ravenna, richiamando per stile e complessità i mosaici della basilica di San Severo a Classe. Il prestigio di Pomposa raggiunse il suo apice sotto la guida dell'abate San Guido (1008-1046), una figura di straordinario rilievo politico e spirituale nell'Europa medievale. Esponente dell'élite ravennate e uomo di profonda cultura, Guido trasformò il monastero in un centro imperiale d'eccellenza, ottenendo privilegi e donazioni dai sovrani ottoniani che garantirono all'abbazia un'immensa fortuna economica. Sotto il suo governo vennero realizzati i più importanti rinnovamenti architettonici, culminati nella riconsacrazione della basilica nel 1026. San Guido morì a Fidenza nel 1046 mentre si recava a un sinodo imperiale; le sue spoglie furono sepolte a Spira, in Germania, per volontà dell'imperatore Enrico III, ma il suo legame con Pomposa è eterno, come testimoniano gli affreschi che ne ricordano la santità e il miracolo della trasformazione dell'acqua in vino. In quegli stessi anni, il monastero ospitò anche altre menti eccelse, tra cui San Pier Damiani, incaricato di istruire i monaci, e il celebre Guido d'Arezzo, che proprio qui iniziò i suoi studi sulla musica. Sebbene Pomposa fosse già un faro culturale, fu l'opera del monaco Guido Monaco (noto anche come Guido musico o Guido d'Arezzo) a renderla immortale nella storia della musica. Osservando le enormi difficoltà dei cantori nel memorizzare i canti gregoriani, Guido ideò un metodo didattico rivoluzionario che permetteva di leggere e cantare una melodia mai ascoltata prima. A lui dobbiamo l'invenzione del tetragramma (l'antenato del pentagramma) e la creazione dei nomi delle note musicali (Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La), ricavati dalle sillabe iniziali dell'Inno a San Giovanni. Nonostante l'ostilità di alcuni confratelli diffidenti, che lo spinse infine ad allontanarsi dall'abbazia, la sua 'nuova grammatica' musicale si diffuse in tutto il mondo, trasformando la musica da una tradizione puramente orale a un linguaggio universale scritto. Durante il Medioevo, Pomposa fu uno dei più importanti centri di conservazione e diffusione della cultura grazie alla sua operosa comunità di monaci amanuensi. Sotto l'abate Girolamo (XI secolo), la biblioteca dell'abbazia era considerata una delle più significative d'Italia, custode di rari codici classici e cristiani. Sebbene gran parte del patrimonio sia andata dispersa nei secoli, l'abbazia resta il simbolo di un'epoca in cui i chiostri erano i custodi della sapienza europea. Infine Inoltre pare che anche il sommo poeta Dante Alighieri ebbe a soggiornare presso l’Abbazia di Pomposa durante i suoi viaggi tra Ravenna, Venezia e Verona, incaricato delle ambascerie dai signori Da Polenta ravennati. Qui ebbe modo di ammirare gli affreschi del giudizio universale e i mosaici pavimentali, forse ispiratori delle forti immagini letterarie della sua Commedia. Proprio presso l’Abbazia di Pomposa, di ritorno dal suo ultimo viaggio a Venezia, venti giorni prima della morte a Ravenna, si dice che lasciò gli ultimi tredici canti del Paradiso, recuperati poi misteriosamente un anno dopo dal figlio Jacopo, anch’esso poeta. Nel XXI canto del Paradiso Dante fa riferimento proprio al monastero di Pomposa quando fa dire al monaco camaldolese San Pier Damiani, che qui visse tre anni durante l’abbaziato di Guido degli Strambiati: “in quel loco fù io Pietro Damiano, e Pietro peccator fù ne la casa di Nostra Donna in sul lito Adriano”. E cita forse in un altro passo, questa volta nel V Canto del Purgatorio, anche il nostro campanile, in riferimento alle numerose e non sempre felici vicissitudini che visse nel corso dei secoli il monastero, a causa anche delle invidie e delle malevolenze di altre istituzioni, religiose e civili. Parla della torre campanaria pomposiana, quando fa dire a Virgilio: ”vien dietro a me, e lascia dir le genti, sta come torre ferma, che non crolla giammai per soffiar de’ venti”.

Eremita del Po

Paolo Panni


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti