15 ottobre 2022

Quella pista cremonese di Fausto e Iaio, giovani di sinistra uccisi per vendetta politica, ricordati da Ignazio La Russa al Senato

Nel suo discorso di insediamento al Senato, il presidente Ignazio La Russa ha ricordato tre vittime dell'odio politico: Sergio Ramelli, giovane di estrema destra e Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio) assassinati a Milano davanti al Leoncavallo. Era il 18 marzo 1978 e mancavano pochi minuti alle 20: tre persone aspettano i due ragazzi davanti al Leoncavallo. Uno dei tre esplode numerosi colpi di pistola su di loro provocandone la morte. L'omicvida teneva la pistola nascosta in un sacchetto di plastica. C'era una pista cremonese per quel delitto dei due ragazzi di sinistra, molto concreta ma a cui mancava la prova definitiva.

Il giudice Guido Salvini ha affermato: "Sappiamo come sono andate le cose, abbiamo ricostruito tutta la vicenda legata a quel duplice omicidio e alla pista cremonese-romana, purtroppo non abbiamo avuta la prova regina, quella definitiva, dobbiamo solo sperare che chi sa finalmente parli”. 

Mi sono occupato tanti anni fa della pista cremonese dell'omicidio dei due ragazzi del Leoncavallo. Sono stato il primo cronista locale a riprendere le intuizioni giornalistiche di Poletti e Gay, giornalisti milanesi, a svilupparle e a raccontare come, da una piccola città di provincia si potesse muovere un gruppo di fuoco fascista per sparare a due ragazzi, Fausto e Iaio, che avevano il solo torto di militare nell'estrema sinistra. Secondo quelle indagini gli autori degli omicidi furono Mario Corsi, romano, aderente ai Nar, amico di Fioravanti, più volte qui sotto il Torrazzo a casa di una zia, amico anche del cremonese Mario Spotti. Oggi Marione Corsi è un capo tifoso della Roma e conduttore di una radio legata agli ultras giallorossi. Guido Zappavigna, romano, anche lui a Cremona al tempo dell'omicidio come sottotenente di complemento alla caserma Col di Lana. Zappavigna è sempre stato in bilico tra il Fuan-Msi e i Nar. E poi Massimo Carminati, aderente ai Nar e vicino alla Banda della Magliana. Milanese trapiantato a Roma, era quasi certamente a Milano il giorno dell'omicidio di Fausto e Iaio. Oggi è in carcere come uno dei capi della mafia romana nell'inchiesta “Roma capitale”. 

Ma mancava la prova finale e tutto finì in nulla.

Quando scrissi delle indagini del Pm Spataro e del fatto che quel gruppo di fuoco, costituito essenzialmente da fascisti romani, avesse goduto a Cremona di appoggi e protezioni mi convinsi da subito che quella fosse davvero la pista giusta. Oggi a distanza di 44 anni da quel delitto, dopo aver letto e studiato le carte dell'inchiesta, le conclusioni del Gip di Milano Clementina Forleo, quelle del giudice Guido Salvini, sono ancora convinto che i neofascisti romani hanno ucciso Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci. Non ho alcun dubbio, gli ultimi li ha spazzati via la mia amicizia e le lunghe chiacchierate con il poliziotto che ha effettuato le indagini sulla pista cremonese, l'ispettore Carmine Scotti. Carmine oggi è in pensione ma è bene ricordare come questo straordinario servitore del nostro Paese sia stato sempre in prima linea a Milano arrestando la banda di Francis Turatello, quella di Vallanzasca, poi contro le Br, a Cremona ha lavorato sull'omicidio del Leoncavallo, sulle cellule del terrorismo islamico in anni in cui l'isis non si sapeva nemmeno cosa fosse o nel trovare il covo delle Brigate Rosse in via Volturno quando la Walter Alasia era in fuga da Milano e cercava di riorganizzarsi in provincia. 

Scotti, che non ha mai sbagliato un'indagine, è certo che il commando sia partito da Cremona, dove ha avuto appoggi e probabilmente quell'arma storica, la 7,65 appartenuta al terrorista nero Franco Anselmi ucciso durante una rapina ad una armeria e conservata come una reliquia fino al giorno del duplice omicidio del Leoncavallo dall'estremista di destra cremonese Mario Spotti, morto suicida nel 1985 a Bolzano dopo essere finito in carcere per aver tentato di vendere un mitra ad un carabiniere in borghese. Quella pistola, anche per una specie di rito simbolico a cui il terrorismo nero era solito cimentarsi, doveva “vendicare” la morte di Anselmi con il sangue di avversari politici quella volta forse scelti a caso ma sicuramente “rossi” del Leoncavallo. Probabilmente la vittima designata era un'altra, sempre del Leoncavallo, che pensavano coinvolta nel pestaggio mortale di Sergio Ramelli avvenuto tre anni prima. Guardate queste foto sono state scattate più o meno nell'anno del delitto qui in città: una sotto la Galleria “Leoncavallo sinagoga ebraica” e dall'altra parte c'era scritto “Leoncavallo brucia” ed ancora “Mario Tuti spara”, inneggiando al killer di due poliziotti andati per perquisire la sua abitazione e che sono stati assassinati. 

Spotti, fin dai primi interrogatori, ha ammesso di aver posseduto la pistola di Anselmi di fabbricazione turca ma poi di essersene liberato gettandola nel Po, poco oltre il ponte ferroviario. 

Qualche anno fa, un pescatore trovò una pistola in Po, più o meno all'altezza delle Colonie Padane e la consegnò alla polizia. Appena l'ho saputo mi sono precipitato in Questura, ho chiamato subito Daniele Biacchessi, giornalista milanese che a lungo si è occupato del delitto, sperando che quella fosse la pistola del delitto del Leoncavallo, per poter dare finalmente una prova certa, la prova regina del duplice omicidio. Purtroppo il calibro era diverso, questa era servita forse per un delitto di 'ndrangheta.

Ci siamo illusi di essere vicini alla soluzione ma non smettiamo, continuiamo a cercare. Aspettando, come dice il giudice Salvini, che chi sa si metta una mano sulla coscienza e finalmente parli.

Mario Silla


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