Un Beethoven tout court inaugura il debutto cremonese di Pogorelich all’Auditorium Arvedi. In programma alcune delle più celebri pagine pianistiche
Un Beethoven tout court ha segnato stasera il debutto del pianista Ivo Pogorelich all’Auditorium Giovanni Arvedi di Cremona: un’immersione totale nel mondo del Genio di Bonn, senza deviazioni né concessioni, capace a tratti di togliere il respiro agli spettatori per concentrazione e intensità anche grazie al leggendario carisma dell'interprete. Il programma, interamente dedicato a Ludwig Van Beethoven, tracciava un percorso attraverso stili e stagioni diverse, accentuandone contrasti e sorprendenti somiglianze.
La luce soffusa in sala ha contribuito a ricreare un’atmosfera raccolta, quasi salottiera, coerente con l’idea di un Beethoven indagato più nei dettagli che nei suoi slanci più spettacolari. Pogorelich ha offerto una prova di perizia tecnica indiscutibile: ogni articolazione sorvegliata, ogni frase cesellata con attenzione minuziosa. A prevalere è stata la bellezza del suono in sé, la cura timbrica e l’equilibrio delle architetture, più che un’immediatezza emotiva capace di travolgere.
In apertura, la Sonata n. 8 in do minore “Patetica” op. 13 è emersa con un piglio controllato, quasi trattenuto. L’introduzione grave non ha cercato effetti declamatori, ma ha puntato su un equilibrio severo delle masse sonore, privilegiando la chiarezza delle linee interne rispetto all’enfasi drammatica. Anche nel celebre Adagio cantabile, il fraseggio è apparso nitido, ben scolpito, dove la cantabilità si è rivelata più come costruzione formale che come abbandono lirico. Una lettura coerente e pensata, forse meno teatrale del consueto, ma solida nella sua architettura.
La Sonata n. 17 in re minore “Tempesta” ha confermato questa linea interpretativa. Il secondo movimento si è aperto come ideale contraltare del primo, con un carattere speculare e riflessivo; il dialogo interno tra le sezioni è risultato limpido, fino ad approdare a un finale dalle sonorità più sommesse, che ha chiuso la narrazione — ammesso che di narrazione si possa parlare — di questa pagina enigmatica con un senso di sospensione più che di compimento.
Le Bagatelle (op. 33 n. 6 e op. 126 n. 3) hanno offerto un momento di respiro, mostrando un Beethoven meno accigliato, più incline al garbo e alla leggerezza. In mezzo alle imponenti architetture delle Sonate, questi brani hanno funzionato come intermezzi raffinati, capaci di alleggerire la tensione introspettiva dominante senza perdere profondità.
In chiusura, la Sonata n. 23 in fa minore “Appassionata” op. 57 ha suggellato il percorso con una tensione costante, più controllata che incendiaria. Opera di slanci estremi e contrasti brucianti, è stata affrontata con lucidità quasi analitica: il primo movimento ha evidenziato con forza i nuclei tematici, ma sempre entro un disegno rigorosamente governato. Nel movimento conclusivo, più che l’impeto travolgente, ha colpito la progressione inesorabile verso l’epilogo, costruita con fermezza e compattezza sonora. Ne è scaturita un’“Appassionata” intensa ma non esplosiva, coerente con una serata che ha privilegiato intelligenza e controllo all’abbandono emotivo.
Come bis, il Notturno op. 55 n. 2 di Chopin ha introdotto un cambio di clima: una parentesi lirica e morbida, quasi un congedo sussurrato dopo la densità beethoveniana. Applausi convinti, anche se non incandescenti, per un concerto di indubbio spessore, che ha restituito un Beethoven rigoroso, compatto, profondamente meditato.
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