Impianti di Biogas e Biometano. I rischi per la Salute Pubblica nel Casalasco e nella Bassa Cremonese-Mantovana
Il contesto: una densità fuori norma.
La provincia di Cremona ospita circa 200 impianti tra biogas e biometano, monitorati da ARPA Lombardia. La Lombardia conta complessivamente 770 impianti, pari al 35% del totale nazionale, con un incremento del 9% rispetto al 2023, e il 70% dei nuovi insediamenti si concentra nel cosiddetto "triangolo della pressione ambientale" formato da Cremona, Brescia e Mantova. In questo quadro, ARPA Lombardia ha già programmato per il 2026 specifici controlli nei comuni di Casalmaggiore e Piadena. Non è un caso: si tratta di uno dei territori a più alta saturazione impiantistica d'Europa.
L'episodio di Gussola: un caso emblematico.
Il 5 febbraio 2026, un guasto a un impianto di biometano al confine tra Gussola e Torricella del Pizzo, ha causato un importante sversamento di digestato nei canali, in terreni agricoli e parzialmente nell'area di un'abitazione privata. La sostanza, descritta come un liquido oleoso dall'odore nauseabondo, ha percorso i fossati del Consorzio Navarolo, richiedendo l'intervento di Vigili del Fuoco, ARPA e Polizia Locale.
Rischi per la salute pubblica: le principali criticità.
Gli impianti di biogas e biometano espongono le comunità locali a rischi su più fronti:
Inquinamento atmosferico e PM10. L'ATS Val Padana, già nel febbraio 2022, in un parere ufficiale durante una conferenza dei servizi aveva scritto: "gli impianti a combustione di biomassa potrebbero diventare una forma numerosa e diffusa di emissioni di particolato primario, aggravando ulteriormente un quadro ambientale già critico", sconsigliando nuove autorizzazioni salvo necessità essenziali. In entrambe le province di Cremona e Mantova si registra il superamento sistematico dei limiti giornalieri di PM10 in tutte le stazioni di monitoraggio.
Emissioni di ammoniaca (NH₃). Il 95% delle emissioni di ammoniaca lombarde proviene proprio dal triangolo Cremona-Brescia-Mantova, dove si concentra un'enorme pressione zootecnica e agro-industriale. L'ammoniaca è precursore diretto del PM10 fine, con effetti cronici su apparato respiratorio e cardiovascolare.
Sversamento di digestato e contaminazione delle acque. Il digestato è altamente inquinante sia per la carica organica che per quella microbiologica: può contenere patogeni come Salmonella, E. coli, Klebsiella e Clostridium botulinum. Sversamenti accidentali (come quello di Gussola) possono contaminare le acque superficiali e, attraverso l'insufficiente impermeabilizzazione dei suoli alluvionali padani, raggiungere le falde acquifere. Esperienze analoghe in Germania hanno portato all'inquinamento di 50 bacini in Baviera in soli 8 anni.
Patologie nella popolazione. Un'indagine epidemiologica di ATS Val Padana (2008–2018) ha rilevato dati preoccupanti: nella sola provincia di Cremona sono stati registrati 269 casi di leucemia acuta in dieci anni, con il 32,7% che ha colpito minori (0–18 anni), nonostante questi rappresentino solo il 7,8% della popolazione. Lo stesso studio ha documentato un aumento del rischio di aborto spontaneo, prematurità e basso peso alla nascita correlati ai livelli di PM2.5 e NO₂.
Odori e stress cronico. Gli sversamenti e la normale attività degli impianti producono emissioni di idrogeno solforato (H₂S) e altri composti volatili maleodoranti. Sebbene tossici solo a concentrazioni elevate in caso di rilascio accidentale, l'esposizione cronica a basse dosi, tipica dei residenti nelle vicinanze, è associata a disturbi neurologici, cefalea e alterazioni del sistema endocrino.
La formaldeide nei suoli: un allarme trasversale
Un elemento di forte preoccupazione, emerso in un convegno tenutosi al MuVi di Viadana il 21 febbraio 2026, riguarda la formaldeide nei suoli della bassa pianura mantovana e reggiana. Lo studio, il primo in Italia di questo tipo, ha effettuato oltre 120 campionamenti in 40 siti diversi nell'arco di un intero anno solare, rilevando concentrazioni definite «allarmanti» dagli stessi ricercatori. I campionamenti hanno interessato non solo aree industriali, ma anche campi sportivi, asili, luoghi pubblici e abitazioni private.
La formaldeide, classificata come cancerogeno certo, è risultata presente anche a chilometri di distanza dalle fonti emissive, confermando la sua capacità di diffondersi in atmosfera e depositarsi nei suoli rurali circostanti. Lo studio mette in discussione l'adeguatezza degli attuali limiti normativi di riferimento e si inserisce nel filone delle ricerche epidemiologiche "Viadana I, II e III", che avevano già documentato effetti sulla salute della popolazione esposta agli inquinanti atmosferici della Pianura Padana. Considerando la vicinanza geografica tra Viadanese e Casalasco, e la continuità territoriale della pianura padana, questi dati sollevano interrogativi seri anche per il territorio di Casalmaggiore.
Le nostre considerazioni.
Il quadro che emerge è quello di un territorio esposto a una pressione ambientale cumulativa (biogas, zootecnia intensiva, industria del pannello truciolare, traffico pesante) in cui la mancanza di studi epidemiologici strutturati e aggiornati impedisce una valutazione compiuta del danno sanitario. Come sottolineato da più fonti, i pareri sanitari contrari di ATS Val Padana vengono sistematicamente ignorati in fase autorizzativa. L'episodio di Gussola non è un incidente isolato, ma il segnale di un sistema di controllo insufficiente rispetto alla densità impiantistica esistente.
Nel territorio di Casalmaggiore, continuare a discutere su quale sia il fattore inquinante “più green” rischia di essere un alibi. Quando si vive in una delle aree più compromesse d’Europa per qualità dell’aria (la Pianura Padana lo è da anni) il punto non è scegliere l’opzione meno peggiore, ma avere il coraggio di spegnere, togliere, vietare ciò che continua ad aggravare una situazione già oltre il limite.
Qui non parliamo di teoria. Parliamo di salute. Parliamo di famiglie che convivono con diagnosi sempre più frequenti. Parliamo di percentuali di malattie oncologiche e respiratorie superiori alla media nazionale. E quando la salute pubblica è in gioco, la prudenza non è estremismo: è responsabilità.
Il tema delle biomasse è emblematico. Vengono presentate come rinnovabili, come parte della transizione ecologica. Ma “rinnovabile” non significa automaticamente “non inquinante”. Le combustioni, anche quelle da biomassa, producono polveri sottili, ossidi di azoto, composti organici volatili. In un territorio già saturo, ogni nuova emissione non è neutra: è un peso aggiuntivo su un equilibrio già fragile.
La vera domanda allora non è: è più green rispetto a cosa?
La vera domanda è: possiamo permettercelo qui, ora?
La transizione ecologica non può diventare una giustificazione per nuovi impianti in aree che hanno già dato troppo. Non può essere solo business, incentivi, investimenti. Deve essere prima di tutto tutela della salute. Se un territorio è tra i più inquinati, lì le regole devono essere più stringenti, non più elastiche.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che in certi contesti la priorità è ridurre, non compensare. Spegnere prima di sostituire. Vietare prima di mitigare. Dire dei no chiari, anche quando sono scomodi.
Perché la scelta non riguarda solo noi. Riguarda i giovani, i bambini, chi non ha voce nei tavoli tecnici ma respirerà quell’aria per decenni. E se la politica è scegliere, allora qui la scelta è semplice, anche se difficile: mettere la salute davanti a tutto.
Dire di no non è essere contro lo sviluppo. È decidere che lo sviluppo deve cambiare direzione.
Stefano Superchi (con la collaborazione di Pierluigi Pasotto)
per Gruppo Laboratorio Comune
Casalmaggiore
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