16 aprile 2026

Vanno bene il volontariato e la carità ma la salute la deve garantire lo Stato

Ho letto in questi giorni che il Consiglio comunale di Cremona ha approvato all'unanimità la mozione dedicata al contrasto della cosiddetta "povertà sanitaria", con particolare riferimento al recupero e alla redistribuzione dei farmaci inutilizzati. Un tema importante, che tocca la vita concreta di molte persone. Proprio per questo credo sia necessario andare oltre l'apparenza e interrogarsi sul significato politico di questa scelta.
 
La mozione nasce da buone intenzioni, e nessuno mette in discussione il valore del volontariato e del Terzo Settore, che da anni suppliscono con generosità alle mancanze del sistema pubblico. Il punto, però, è un altro: quando un'istituzione locale affronta il tema dell'accesso alle cure attraverso la logica del recupero dei farmaci, sta implicitamente accettando che il diritto alla salute non sia più garantito dallo Stato, ma dalla carità organizzata.
 
L'Articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività"
Non parla di "donazioni", né di "recupero di eccedenze". Parla di un diritto che deve essere garantito in modo universale, non lasciato alla buona volontà di chi si impegna nel sociale.
 
La vera povertà sanitaria, infatti, non nasce dalla mancanza di farmaci donati. Nasce dalle liste d'attesa, che costringono migliaia di cittadini a scegliere tra pagare il privato o rinunciare alle cure. È lì che si crea la disuguaglianza: quando una visita viene fissata a dieci mesi, quando un esame diagnostico arriva troppo tardi, quando il sistema pubblico non è più in grado di rispondere nei tempi necessari.
 
Di questo, purtroppo, la mozione non parla. E la maggioranza che l'ha approvata senza chiedere integrazioni ha scelto di non nominare il problema strutturale: la responsabilità di Regione Lombardia e dello Stato nel garantire un servizio sanitario realmente accessibile.
 
Accettare una mozione che celebra la "rete del dono" senza pretendere un impegno concreto sulla riduzione delle liste d'attesa significa normalizzare l'inefficienza del sistema pubblico e sollevare chi dovrebbe garantire il diritto alla salute. Significa, in altre parole, non disturbare l'assetto – regionale e statale – che quella malattia la produce.
 
Il volontariato è prezioso, ma non può diventare la stampella permanente di un sistema che arretra. E soprattutto: i cittadini non devono essere messi nella condizione di sentirsi indigenti per accedere a un farmaco o a una cura. La dignità non si tutela distribuendo ciò che avanza, ma garantendo ciò che spetta.
 
Se si continua su questa strada, temo che anche altri diritti fondamentali – penso alla scuola pubblica, all'istruzione come ascensore sociale – rischino la stessa deriva: un lento scivolamento verso modelli in cui chi ha risorse ottiene servizi, e chi non le ha deve accontentarsi di soluzioni residuali, spesso affidate al privato o al volontariato.
 
E allora una domanda diventa inevitabile, e credo legittima: a cosa serve andare a votare, se poi le scelte politiche finiscono per favorire i privati invece di dare voce e forza alla Costituzione?
 
La mozione approvata cura il sintomo, ma ignora la malattia. E la politica, quando sceglie di non affrontare le cause, finisce per accettare che la dignità dei cittadini sia un tema secondario. Ma la dignità non è un dettaglio: è il cuore stesso della nostra democrazia.
Biagio


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti