11 marzo 2026

"Il fuoco era la cura": intensa metafora sulla morte della cultura dei nostri tristi tempi. Successo al Ponchielli per l’opera portata in scena da Sotterraneo

Fahrenheit 451, opera degli anni Cinquanta di Ray Bradbury, da profetica è diventata reale. Tutto è già accaduto. Il solo con il tecnopotere digitale, senza neppure l’uso del fuoco, i libri sono piombati nel baratro della distruzione. E il pensiero critico che è la loro anima vivente, pure. 

Ed è per questo che Il fuoco era la cura, creazione Sotterraneo ideato da Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa con la scrittura è liberamente ispirato a Fahrenheit 451 ed è una rappresentazione plastica che ciò che è dispotico può diventare reale. Anzi oggettivo nella società contemporanea. 

Lo spettacolo andato in scena al Ponchielli per la stagione de La Prosa non è stata solo una libera interpretazione, seppur intensa del romanzo, ma ha rappresentato una durissima requisitoria di questi nostri tempi moderni. Senza possibilità di appello. Dove alla distruzione di libri, per altro perpetrata da sempre, da regimi liberticidi si unisce una critica aspra di quell’evoluzione che ha  profondamente inciso in ognuno di noi. In tutto quello che viviamo quotidianamente. 

Sul palcoscenico, trasformato sostanzialmente in un ‘non luogo’, sono transitati i frammenti della trama concepita da Ray Bradbury; accompagnati da flash tratti dai maggiori scrittori della cultura mondiale. Quelli, per dire, che hanno fatto la storia della letteratura. Titoli suggeriti da due mega schermi che hanno accompagnato l’evoluzione della narrazione. Enormi display che hanno svolto, con la tecnologia digitale, la funzione dell’antico coro della tragedia classica. A commento e suggerimento di questa corsa dell’uomo verso la distruzione di sé stesso con la distruzione dei libri, ovvero della sua stessa natura razionale. Della sua capacità critica. Del suo modo di interpretare ciò che gli sta intorno. Schiacciato invece dal paese di uniformità che grava con una pesante cappa di piombo. 

Ed è questo il punto. Senza libri la libertà del pensiero critico. Sfuma. Si annebbia dentro un conformismo gelido e perfino schizofrenico. Motore immobile di questo meccanismo infernale la volontà politica di ridurre il tutto alla massima semplicità. Una riduzione ‘ad unicum’ funzionale all’affermarsi di forme di governo politico come il ‘cesarismo’ , l’autoritarismo, il personalismo hanno bisogno dell’assenza di ‘pluri pensiero’ per vivere. “Leggere non serve. Complica solo la vita” : un grido che si alza forte in una società che non vuole impedimenti di valutazione critica che vadano aldilà di una banale ‘semplificazione’. Della famosissima e parossistica affermazione che tutto quello che è ‘ di buon senso’  sia giusto in senso assoluto. 

Per fortuna, però, come in altri romanzi dispotici c’è chi si ribella a queste costrizioni. Ne prende coscienza fino ad immolarsi come il vigile del fuoco che non si presenterà più a bruciare i libri come desiderato dal ‘regime’ . O come, invece, coloro che si riterranno in luoghi isolati e solitari per continuare a leggere.  Come quei ‘sopravvissuti’ narrati in altre opere rappresentanti una società post-nucleare. 

Uno spettacolo ben congegnato. Non di certo banale. Di spessore e di riflessione su quanto l’attuale abbassamento di cultura non fosse solamente una perfida previsione di un’inguaribile Cassandra di anni antichi, ma che, al contrario, sia l’attuale situazione.

Molto bravi tutti i cinque attori: Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu, Cristiana Tramparulo

Espressivi. Capaci di recitare, come di danzare e di cantare. Giovani ma assolutamente promettenti.

Intensi le luci di Marco Santambrogio come gli abiti di scena Ettore Lombardi, i suoni di Simone Arganini e le coreografie di Giulio Santolini.

Al termine grande tributo di applausi degli spettatori che sono tornati a gremire il teatro per lavori di grande qualità 

Roberto Fiorentini


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