Le mille (im)perfette forme della musica da camera: il Quartetto Arod convince il pubblico del Ponchielli
Si avvia alla conclusione la stagione musicale del Teatro Ponchielli, e lo fa nel più intimo ed elevato dei modi: con un concerto dedicato a quella che da sempre è considerata la forma cameristica per eccellenza, il quartetto d’archi. Da sempre terreno fertile per i compositori in materia di sperimentazione formale e timbrica, il quartetto ha saputo nei secoli trasformarsi e rinnovarsi continuamente; e proprio nel corso della serata è stato possibile cogliere quanto la plasticità di questo ensemble abbia prodotto capolavori capaci di assumere pieghe profondamente differenti nel tempo. Protagonista della serata il Quartetto Arod, formazione francese tra le più apprezzate della nuova generazione, che ha proposto un programma capace di attraversare tre secoli di storia musicale, da Haydn a Kurtág fino a Dvořák.
In apertura il Quartetto per archi in Sol maggiore op. 76 n. 1 di Franz Joseph Haydn, autentica perla dello sterminato repertorio quartettistico del compositore austriaco, capace di racchiudere nel suo incredibile equilibrio stilistico e formale tutti i traguardi raggiunti dal “compositore con la livrea”. Il primo movimento, Allegro con spirito, è emerso per la limpidezza delle imitazioni, ben calibrate tra i quattro solisti e derivate da una melodia gioviale e luminosa. Il successivo Adagio sostenuto ha messo in luce le qualità espressive più alte tanto della scrittura quanto dell’esecuzione: sincopi e contrattempi, quasi a evocare una sorta di rubato interno, hanno fatto affiorare il lato più teneramente languido della composizione. Più sbarazzino il Menuet, affrontato con leggerezza e brillantezza ritmica, mentre il Finale. Allegro ma non troppo ha suggellato l’esecuzione con slancio, precisione e spirito coinvolgente.
Di segno completamente diverso Hommage à Mihály András op. 13 di György Kurtág, i celebri Dodici microludi per quartetto d’archi. In questa raccolta folgorante si sintetizzano alcune delle principali tendenze del Novecento: lo stile miniaturistico di Webern sembra costituire il fondamento su cui si stagliano echi di Bartók e Ligeti. Ogni cameo sonoro è risultato nitidamente caratterizzato, ogni frammento ha saputo instaurare un arco narrativo di ampio respiro. Il Quartetto Arod ha restituito con grande attenzione ogni sfumatura dinamica — dai pianissimi quasi inudibili ai fortissimi volutamente più ruvidi — così come ogni peculiarità timbrica della scrittura, tra pizzicati, col legno, armonici e molte altre raffinatezze tecniche.
L’ampia parentesi americana di Antonín Dvořák fece sì che, in alcune delle sue più celebri composizioni, lo stile autenticamente boemo si fondesse — o talvolta lasciasse spazio — a suggestioni provenienti dal Nuovo Mondo. Su questa scia si colloca il celeberrimo Quartetto per archi n. 12 in Fa maggiore op. 96, “Americano”, brano amato soprattutto per la sua inesauribile inventiva melodica. Il primo movimento, Allegro ma non troppo, ha convinto per il notevole equilibrio tra le parti e per la ricerca di una sonorità più “esotica”, quasi a sottolineare gli elementi di alterità timbrica e stilistica del brano rispetto alla più severa tradizione quartettistica austro-tedesca. Il celebre Lento è stato affrontato con misura e cantabilità, senza indulgere in eccessi sentimentali. Più trascinanti i movimenti conclusivi: lo Scherzo e il Finale, particolarmente convincenti per energia, compattezza e slancio ritmico, tanto da strappare più di qualche applauso a scena aperta.
Calorosa l’accoglienza del pubblico del Ponchielli, che ha richiamato i musicisti sul palco per un bis di grande suggestione: l’Andante cantabile dal Quartetto per archi n. 1 di Čajkovskij, pagina di intensa cantabilità che ha chiuso la serata in un clima di raccolta e malinconica poesia.
Foto di Francesco Sessa Ventura
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