24 aprile 2026

Dentro la partita, oltre lo sguardo. Il magazine Vita racconta come allo Zini, la partita la possano vivere tutti. Compreso chi ha deficit visivi o di attenzione. Accade solo a Cremona

C’è uno sport che va oltre il risultato, oltre il tabellino, oltre perfino ciò che l’occhio riesce a cogliere. È uno sport che si ascolta, si immagina, si condivide. È uno sport che unisce. Sulle pagine di VITA – il magazine dedicato al racconto del sociale, del volontariato e della sostenibilità – è apparso un articolo, a firma di Niccolò Poli, che restituisce con delicatezza e profondità una storia capace di far riflettere. Una storia che parla di sport, certo, ma soprattutto di umanità.

Fondata nel 1994 dal giornalista Riccardo Bonacina, VITA è da sempre una voce autorevole nel raccontare quell’Italia spesso silenziosa ma vitale, fatta di associazioni, comunità e persone che ogni giorno costruiscono ponti invece che muri. Ed è proprio uno di questi ponti che emerge dal racconto: quello costruito a Cremona, intorno alla passione per la US Cremonese.

Nel cuore dello stadio Zini, tra cori, attese e respiri trattenuti, accade qualcosa di speciale. Non è solo una partita. È un’esperienza che si trasforma, che si adatta, che accoglie. È il progetto “Si…AMO in diretta”, nato dall’Associazione Marcotti Osvaldo, a rendere possibile tutto questo. Un’idea semplice e potente: permettere anche a chi non può vedere – o fatica a seguire con gli occhi – di vivere il calcio nella sua pienezza. Non si tratta solo di ascoltare una radiocronaca. Si tratta di entrare dentro la partita. Di sentire il campo prendere forma attraverso le parole. Di costruire immagini nella mente, guidati da una voce che non racconta soltanto, ma accompagna. Una voce che descrive ogni dettaglio, ogni movimento, ogni emozione. È qui che il calcio smette di essere solo gioco e diventa linguaggio universale. I ragazzi seduti in tribuna non stanno semplicemente assistendo a un evento sportivo. Stanno partecipando, ridono, si emozionano, commentano. Vivono la partita insieme agli altri tifosi, dentro lo stesso spazio, dentro la stessa passione. Le cuffie non li isolano: li includono. Forse, è proprio questo il punto più profondo: l’inclusione non è creare qualcosa di separato, ma rendere accessibile ciò che già esiste. Non è aggiungere, ma aprire.  Scrive Poli su "Vita": "I ragazzi prendono posto nella Tribuna laterale Nord, ognuno rigorosamente al proprio posto, quasi un rituale scaramantico, e si apprestano ad assistere al match. Indossano delle cuffie wireless che li isolano dai rumori forti e improvvisi e seguono la partita accompagnati dalla voce di Lorenzo Cerioli, radiocronista cremonese, 22 anni, neolaureato in Media dell’Informazione. «La prima partita che ho commentato è stata Cremonese-Ascoli nell’aprile del 2022», dice. «Arrivò una sconfitta, i ragazzi erano un po’ abbattuti, ma un mese dopo a Como saremmo andati in Serie A. Queste cuffie senza fili, agganciate a una radiolina, permettono al gruppo di concentrarsi sull’audio e sulla telecronaca, ma allo stesso tempo di vivere a pieno l’atmosfera dello stadio, con i cori e le canzoni delle curve»

Il racconto di Niccolò Poli ci restituisce uno sport capace di abbattere barriere invisibili ma reali. Barriere fatte di limiti sensoriali, di fragilità, di esclusione involontaria. Lo fa senza retorica, mostrando semplicemente ciò che accade quando qualcuno decide di guardare – o meglio, di ascoltare – un po’ più a fondo. "Hanno età e disabilità diverse», racconta Cerioli, «ma sono accomunati da un’unica grande passione: quella per i colori grigiorossi. Questo progetto è un unicum nel panorama degli stadi nel nostro Paese. Spero possa fare da apripista anche per altre città in Italia"

Cremona diventa così un simbolo. Una città che, attraverso la sua squadra, racconta una comunità che non lascia indietro nessuno. Una comunità che riconosce nello sport non solo competizione, ma relazione. Perché, alla fine, ciò che resta non è il risultato di una partita finita magari 0-0. Ciò che resta è il suono condiviso di un’emozione. È la possibilità, per tutti, di sentirsi parte di qualcosa e, forse, è proprio questo il dono più grande dello sport: ricordarci che, anche quando non vediamo, possiamo comunque appartenere.

In un tempo attraversato da smarrimento, rumore e fragilità diffuse, probabilmente vale la pena tornare a ciò che è essenziale. Lo sport, nella sua forma più autentica, ci indica una strada semplice e al tempo stesso rivoluzionaria: ripartire dalle relazioni, dai gesti quotidiani, dalla capacità di stare insieme. Non servono grandi proclami per cambiare le cose. A volte basta una tribuna condivisa, una voce che racconta, un ascolto che accoglie. È da qui che può nascere una comunità nuova, capace di riconoscersi davvero come gruppo, non solo come insieme di individui. Una comunità che mette al centro la gentilezza, il rispetto, l’attenzione all’altro. Dove le differenze non sono ostacoli da colmare, ma ricchezze da custodire. Perché è proprio nelle particolarità di ciascuno che si rivela qualcosa di profondamente umano: quella straordinaria unicità che, se accolta, ci rende più completi, più veri, più vicini. Forse è questa la rivoluzione più silenziosa e potente: imparare di nuovo a stare insieme, partendo dalle cose semplici e scoprire che, proprio lì, si nasconde la possibilità di un futuro diverso.

I beneficiari del progetto “Si…AMO” e i volontari dell’Associazione Marcotti Osvaldo durante la partita Cremonese-Torino di Serie A, domenica 19 aprile 2026 (foto di Niccolò Poli per "Vita")

Leggi qui l'articolo completi di Niccolò Poli su Vita

Beatrice Ponzoni


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