8 agosto 2026

70 anni fa la tragedia di Marcinelle in cui morirono 262 minatori. Nel dopoguerra 31 casalaschi partirono per le miniere del Belgio sperando in una vita migliore. Le loro testimonianze

70 anni fa avvenne il disastro di Marcinelle. Era la mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio. Si trattò d'un incendio, causato dalla combustione d'olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L'incendio, sviluppandosi inizialmente nel condotto d'entrata d'aria principale, riempì di fumo tutto l'impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 275 presenti, di cui 136 immigrati italiani.

La tragedia sfiorò anche un folto gruppo di casalaschi (di cui riportiamo l'elenco) che nel dopoguerra emigrarono facendo i minatori perchè la nostra terra non dava lavoro. Si salvarono a Marcinelle ma poi la silicosi e l'asbestosi perseguitò diversi di loro per il resto della loro vita. Una vita dura nei cunicoli bui e malsani delle miniere belghe per racimolare qualche soldo per le loro famiglie rimaste in Italia. Furono 31 i casalaschi che per scampare alla fame tra il 1947 ed il 1956 cercarono fortuna in Belgio. Nell’immediato dopo guerra il casalasco era praticamente in ginocchio. Poche le occasioni di lavoro duraturo. Grande la risonanza, invece, data all’accordo stretto tra Italia e Belgio in base al quale l’Italia si impegnava a favorire l’emigrazione di 2000 minatori la settimana (50 mila in tutto) ed il Belgio ad assicurare le stesse condizioni di lavoro garantite ai belgi. E’ attraverso i manifesto affissi dalla Federazione Carbonifera Belga che i casalaschi vennero a conoscenza di quest'opportunità di lavoro. La speranza di una buona paga e l’auspicio di migliorare le proprie condizioni di vita furono la leva che convinse diversi di loro a partire con destinazione Charleroi, Liegi e Limburgo. Ad attenderli in quei luoghi lontani da casa solo il rischio di non arrivare vivi a sera. La paga non era come ci si aspettava, il costo dell’alloggio caro e le condizioni di lavoro ancor peggio. L’impatto con la miniera fu traumatico. Nessuno era consapevole di cosa li aspettava. La gabbia su cui venivano caricati li trasportava nelle viscere della terra in pochi istanti. Qui, in fondo solo buio, rumori di martelli pneumatici e di nastri trasportatori. Solo polvere, quella stessa che ha lasciato il segno indelebile della silicosi nei polmoni di molti di loro. Il lavoro si svolgeva su tre turni (dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 6) per sei giorni la settimana. I casalaschi erano in massima parte impegnati come manovali specializzati oppure come minatori d’estrazione. Il pagamento era a cottimo: tutto dipendeva da quanti metri si facevano. Basta questo per rendersi conto delle disumane condizioni di lavoro a cui erano costretti. Condizioni in cui la parola sicurezza non era contemplata. E la tragedia di Marcinelle ne è la conferma. 

In occasione del cinquantesimo della tragedia, in un  volume, “Marcinelle Cinquant’anni dopo” compare anche una parte dedicata alle testimonianze. Sono tre e sono tutte di ex minatori casalesi: Davide Gialdi, Adriano Biffi e Giuseppe Chiesa (nel racconto della moglie Amelia Alberti). Il Ministero, infatti, nel realizzare la pubblicazione, ha fatto direttamente riferimento alla ricerca  “I casalaschi nelle miniere di carbone in Belgio”, a cura di Ettore Gialdi in sinergia con il Sindacato Pensionati Italiani (SPI) Casalmaggiore- Cremona. 

Tra i casalesi che nel 1947 andarono in Belgio c’era appunto  Davide Gialdi, scomparso nel 2006, La sua testimonianza. Per non dimenticare, riproponiamo il suo racconto su come si viveva a Marcinelle.

Leggendo i manifesti affissi all’ufficio di collocamento venni a sapere che in Belgio c’era lavoro nelle miniere di carbone...Trovare lavoro non era facile e così decisi di partire. Avevo 17 anni e ‘obbligai’ mio padre, che era contrario, a firmare l’autorizzazione ad emigrare minacciandolo viceversa di arruolarmi in marina. Partimmo in un gruppo che comprendeva Adriano Biffi, Mino Incerti, Spartaco Torelli, Valentino Cirelli e Pietro Benvenuti...Arrivammo a Charleroi con una tradotta di oltre mille emigranti alle 4 del pomeriggio del 4 dicembre 1947, giorni di Santa Barbara festa dei minatori. Scendemmo alla stazione io, Biffi e Incerti mentre tutti gli altri proseguirono per il Limburgo. Ci caricarono su dei camion e ci portarono nella località di Marcinelle dove alloggiammo in una ‘cantina’ (alloggi di proprietà delle società minerarie) gestita da un italiano...Il 5 dicembre ero già al lavoro nella miniera numero 24 di Marcinelle al turno del mattino. Il primo giorno mi dissero di seguire il capo. Già sull'ascensore che scendeva velocissimo, presi paura. Una volta arrivato in fondo percorsi a piedi circa tre chilometri di galleria. Nessuno ci aveva spiegato a cosa andavamo incontro. Pian piano vedevo davanti a me sparire gli altri uno ad uno e mi sembrava di essere rimasto da solo. Non sapevo che in realtà ognuno era entrato in ‘taglia’ (vena di carbone) al posto che gli era stato assegnato. All'inizio mi misero a fare il manovale a spingere il carbone sul ‘bac’ che era una specie di canale di metallo che, azionato da stantuffi, spingeva in avanti il carbone a strattoni. Dopo due mesi ho chiesto di passare minatore a cottimo. Lavoravo ad 830mt di profondità. Il mio numero di medaglia era il 276. Ho lavorato in taglie al- te da 80 a 50cm: a volte facevo fatica ad entrarci coricato e neppure la lampada ci entrava diritta. Dopo 20 giorni di lavoro ero già pronto per rientrare in Italia: l’ascensore che scendeva a 800mt di profondità, la paura dei crolli, una polvere che non si vede- vano neppure le lampade, il frastuono del ‘motopic’ e del carbone trasportato sui bac...ma nessuno di noi voleva cedere per primo....Ho fatto il primo mese con un solo paio di scarpe che usavo sia fuori che in miniera: avevo sempre i piedi neri! I primi soldi che mandai a casa furono 1.500 franchi che mi aveva prestato il cugino di Adriano Biffi. Pian piano la situazione è migliorata: mi sono comprato un paio di scarpe ed un vestito. Riuscivo a mandare a casa regolarmente una parte del guadagno....Nell’agosto del ‘49 decisi di tornare in Italia: il lavoro in miniera era pessimo e non si guadagnava quello che speravo. Finito il servizio mili- tare incontrai ancora molte difficoltà a trovare lavoro così decisi di andare di nuovo in Belgio: era l’agosto del ‘55. Questa volta partii con Carlo Ballerini e Guglielmo Goffredi fino a gennaio del 1957 e poi decisi di smettere”.

S.P.


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commenti


Biagio

8 agosto 2026 07:32

Oltre la retorica dell’eroismo: la dignità del bisogno e il riscatto di una generazione
​Raccontare la vicenda dei minatori italiani in Belgio – e in particolare la memoria di Marcinelle e delle storie locali come quelle dei trentuno casalaschi partiti nel dopoguerra – richiede oggi un cambio di sguardo. Per decenni la narrazione si è divisa tra due estremi: da un lato il mito rassicurante degli "eroi del lavoro", dall'altro la mera commiserazione per le vittime di una tragedia.
​Ma la realtà vissuta da quegli uomini era molto più complessa, pragmatica e, al tempo stesso, umana.
​Se si guarda a quell’epoca senza le lenti del sentimentalismo, ciò che emerge è prima di tutto un accordo strategico e spietato: l’intesa del 1946 tra Italia e Belgio fu, nei fatti, uno scambio di risorse. Il nostro Paese inviava manodopera in cambio di quintali di carbone per sostenere la ricostruzione post-bellica. In questo meccanismo, i lavoratori non erano percepiti come individui, ma come "braccia", una vera e propria valuta di scambio.
​Coloro che partirono dalle campagne cremonesi e da ogni angolo d'Italia non lo fecero per spirito di avventura né con l'ambizione di diventare martiri del progresso. La loro fu una scelta dettata da un pragmatismo radicale. Di fronte alla miseria, all'assenza di prospettive e alla fame del dopoguerra, la miniera rappresentava l'unica via d'uscita concreta. Accettare un lavoro degradante, pericoloso e invisibile – a mille metri sotto terra – non era un atto ideologico, ma un gesto quotidiano di cura e responsabilità verso le proprie famiglie.
​Anche per chi sopravvisse alla tragedia dell'8 agosto 1956, il prezzo da pagare non fu meno alto. La miniera non uccideva solo attraverso gli incendi e i crolli improvvisi; consumava i corpi lentamente. La silicosi e i polmoni compromessi dalla polvere di carbone sono stati il costo differito con cui quegli uomini hanno pagato la propria sopravvivenza e il futuro dei propri figli. Si è trattato di un vero e proprio "ammortamento della salute" in cambio della dignità di un salario.
​Definire quel periodo come l’era della "dignità del bisogno" o del "riscatto generazionale" restituisce a quegli uomini la giusta misura della loro impresa. Il loro più grande successo non è stato l'estrazione del carbone, ma l'essere riusciti a costruire un ponte verso il futuro: fare in modo che la generazione successiva potesse studiare, emanciparsi e non dover mai più scendere nell'oscurità di un pozzo.
​Ricordare i minatori di Marcinelle e i partenti delle nostre terre senza retorica significa riconoscerne la grandezza non perché fossero eroi da monumento, ma perché erano uomini comuni che, con dignità, onestà e un profondo senso del dovere, hanno trasformato la durezza del loro presente nel benessere del nostro futuro. Biagio

Manuel

9 agosto 2026 20:12

Condivido pienamente.