17 febbraio 2026

Ammalia il Teatro Ponchielli, il dolce e profondo canto del cello di Capuçon

Un concerto del violoncellista Gautier Capuçon: è sempre un evento. Un momento di felicità estemporanea. Di immersione in universi sonori di grande fascino e fantasia. 

Ciò non solo per la sua tecnica, di cui è quasi superfluo sottolinearne la perfezione oramai raggiunta. Ma per la sua capacità interpretativa, che è frutto di una personalità che ha in sé ogni germe delle grandi personalità musicali. Ed è ciò che distingue un ottimo esecutore da un artista, invece, a tutto tondo. Che garantisce all’ascoltatore quella sorpresa, ogni volta, di ascoltare ‘musica’ e non solo un semplice torrente di note, seppur eseguite alla perfezione. La sua figura, così estremamente vitale, sembra prendere possesso di ogni nota. Di ogni linea melodica. 

Al Teatro Ponchielli, per la Stagione dei Concerti, è arrivato accompagnato dall’ottima e giovanissima pianista, Mirabelle Kajenjeri. 

Ha così proposto un programma a sua immagine e somiglianza. Riflettente i colori della sua immensa tavolozza cromatica di suoni. Di sentimenti. Di infinita capacità tecnica e interpretativa. 

Proprio a partire da Claude Debussy e dalla sua Sonata n. 1 in Re minore per violoncello e pianoforte, L 144. Una sintesi perfetta dello stile del compositore francese dove elementi di profonda liricità si mescolano, improvvisamente, a frammenti dove la contemporaneità diventa una forza sprigionante e dove il canto si trasforma. Si contorce. Si destruttura ribalzando particelle tematiche nel lungo e ostinato ‘pizzicato’. E proprio in questo alternarsi di stili e di paesaggi sonori così diversi tra loro che Capuçon trova la sua ideale realizzazione espressiva.

Poi la  Sonata n. 2 in Re maggiore per violoncello e pianoforte, op. 58, MWV Q32 di Felix Mendelssohn dove ritorna, splendida, l’eco del primo tempo del Trio per pianoforte n. 1 in re minore, op. 49. Nella freschezza melodica. Nella suo incidere così profondamente penetrate, a volte perfino ‘cantabile’, quasi fosse un’inciso di un’aria. Bella la sua interpretazione a tratti folgorante, al punto di essersi perfino compiaciuto degli applausi dopo il primo travolgente movimento. Poi Robert Schumann con Phantasiestücke op. 73, Pezzo originariamente scritto per clarinetto, mantiene, anche nella sua versione per violoncello, il fascino intrinseco della scrittura schumaniana. Ricco di chiaro scuri. Di repentini mutamenti di tempo. Abbarbicato su cime di invenzione melodica incredibilmente efficaci, ha mostrato il lato più enigmatico del violoncellista francese. 

Chiusura del programma ufficiale dedicata a Johannes Brahms con un altro capolavoro della musica cameristica quale la Sonata n. 2 in Fa maggiore per violoncello e pianoforte, op. 99. Nelle vaste praterie di serenità linguistica e sentimentale, come nell’Adagio affettuoso, è emersa la capacità dell’artista di trattare con una perfezione, quasi assoluta, le poliedriche sfumature dei registri del suo strumento. Cristallino il registro acuto. Meravigliosamente caldo quello grave. 

Mirabelle Kajenjeri si è dimostrata interprete all’altezza del violoncellista d’oltralpe. Precisa tecnicamente. Interfacciata perfettamente con l’espressività debordante di Capuçon. Ma anche in grado di far sentire la sua partecipazione nei tratti solistici dedicati al pianoforte. Ha davanti una carriera luminosa. 

Due bis. Uno più intenso dell’altro. Un brano dal suo Gaïa e Le Cygne penultimo brano dalla raccolta Le carnaval des anìmaux di Camille Saint-Saëns. Bello. Dolce, e anche solenne come un grande cigno bianco.

Ponchielli ammaliato da tanta bellezza. Tanti applausi per un giusto tributo a un grandissimo musicista. 

fotoservizio di Francesco Sessa Ventura

Roberto Fiorentini


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