30 dicembre 2025

I migliori artisti del Terzo Reich per la prima pellicola cinematografica su Antonio Stradivari

Meno noto di altre importanti pellicole più recenti, questo film ha anticipato di decenni alcuni film che hanno cercato di descrivere la complessa figura del liutaio più noto al mondo.

Era il novembre del 1936 quando, in previsione delle celebrazioni del bicentenario stradivariano che si sarebbero tenute l’anno successivo, il comitato che si era appositamente costituito, tra le altre iniziative, proposte anche l’idea di realizzare un film su Antonio Stradivari, che si sarebbe dovuto girare interamente tra le vie di Cremona. La proposta fu fatta propria anche dall’Ente provinciale del Turismo, appena costituito sotto la presidenza di Tullo Bellomi. Se ne discusse nell’ultima seduta di quell’anno, ma poi non se ne fece nulla.

L’idea, tuttavia, non era per nulla originale. I cremonesi erano stati bruciati sul tempo dai tedeschi che, il 25 agosto 1935, avevano distribuito nelle sale cinematografiche “Stradivari” il primo film dedicato al grande liutaio, affidato al regista Géza von Bolvàry, con un cast che annoverava i migliori attori del momento. Una produzione franco-tedesca realizzata con grande dispendio di mezzi, cui seguì in ottobre, la versione francese intitolata “Stradivarius”.

Quasi novant’anni fa, dunque, venne realizzato il primo vero film, di oltre un’ora e mezza, con protagonista Stradivari ed i suoi violini, con una trama che, per alcuni versi, ricorda i contenuti del celebre “Violino rosso”, girato effettivamente nelle strade e nelle piazze di Cremona sessant’anni dopo, nel 1995, dal regista canadese François Girard.

Siamo nel 1914, poco prima della guerra mondiale, quando Sandor Teleky, un ufficiale austriaco, virtuoso del violino, viene in possesso per una eredità lasciata da uno zio di un prezioso strumento, che poi si scoprirà essere stato realizzato da Stradivari. Una leggenda vuole però che ogni possessore di quello strumento non riesca a conquistare la donna amata. L’ufficiale, innamoratosi di una musicista italiana non ricca, Maria Belloni, dà le dimissioni e accetta una scrittura in America per sposarla. Lo scoppio della guerra impedisce le loro nozze e divide i due fidanzati. Sandor torna al suo reggimento e non dà più notizie di sé per quattro anni. A Milano la giovane è corteggiata da un ufficiale medico, Pietro Rossi, che, ironia della sorte, è venuto in possesso del prezioso violino mentre cura l’ufficiale austriaco, raccolto gravemente ferito. Quando i due uomini si riconoscono innamorati della stessa fanciulla, l’ufficiale italiano, che ha la prova dell’affetto che la donna nutre per il suo primo fidanzato, si ritira lealmente ricongiungendo i due giovani. L’annuncio dell’armistizio pone fine alla tragedia bellica. Il film, prodotto da Fritz Fromm, fu distribuito dalla Boston Film di Berlino, ed ebbe un discreto successo grazie soprattutto al nome del regista ed al cast prestigioso.

Geza von Bolvary, regista ungherese naturalizzato austriaco, è stato particolarmente attivo in Germania e Austria a partire dagli anni Venti. Dopo una carriera da giornalista freelance ed attore, ha lavorato come regista dapprima per la casa di produzione Star Film, dove conobbe l’attrice ungherese Ilona Mattyasovszky che sposò nel 1923. Successivamente, nel 1922, fu assunto con un contratto di quattro anni dall’Emelka, la futura Bavaria Film di Monaco. Trasferitosi a Berlino, venne messo sotto contratto dalla casa cinematografica tedesca Fellner & Somlo per la quale diresse dal 1926 al 1928. Abbandonò la compagnia tedesca per trasferirsi a Londra dove lavorò circa un anno per la casa cinematografica britannica Associated British Picture Corporation (BIP). Nel 1930, diresse Due cuori a tempo di valzer, con Walter Janssen e Willi Forst, il suo primo lavoro apprezzato dalla critica e dal pubblico a livello internazionale. Con questo film, inaugurò un genere cinematografico che andò molto in voga tra gli anni trenta e gli anni quaranta, ovvero l’operetta musicale viennese di cui fu il principale rappresentante e per il quale si avvalse della collaborazione, oltre che del citato Forst, dello sceneggiatore Walter Reisch e del compositore Robert Stolz. Tra il 1923 ed il 1933, si dedicò soprattutto alla direzione di pellicole del genere commedia leggera, scoprendo talenti come Zarah Leander, Hilde Krahl, e Ilse Werner.

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Fabrizio Loffi


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commenti


Anna Lucia Maramotti Politi

30 dicembre 2025 15:36

Il saggio di Loffi apre un interessante scenario nei confrnti della musica e soprattutto del suo linguaggio. Lo strumento, col proprio timbro, definisce l'orizzonte estetico della percoezione. Conferisce identità all'interpretazione perchè ad esso l'esecutore si affida.
Loffi, nel ricostruire una storia che, certamente senza la sua puntuale indagine, sarebbe stata dimenticata, evidenzia ancora una volta come l'arte, se pur carica di tradizioni locali, si fa riconoscere entro diverse culture ed è ricchezza di tutta l'umanità. Non si è trattato solo di ricordare Stradivari, ma, nel diffonderne la sua storia, creare un dovuto interesse alla sua arte.