Nella notte dopo la tromba d'aria nel cielo la Luna piena dello Storione ha illuminato Cremona
Come se fosse passato un uragano o fosse scoppiata la guerra. A Cremona ieri sera il paesaggio si presentava così. Nemmeno il buio è riuscito a celare gli effetti devastanti della tromba d’aria che solo poche ore prima ha sconvolto, ferito, danneggiato la città e mandato non poche persone al pronto soccorso. Si è lavorato tutta la sera e tutta la notte per ripristinare le diverse situazioni perché la gente di queste terre è fatta così. Qui non “ci si lecca le ferite” (triste e scontata espressione che spesso si utilizza in questi casi); gli uomini e le donne del fiume non sono abituati a “leccare” alcunché. E’ gente che si rimbocca le maniche e lavora; gente che sa soffrire e piangere nel nascondimento, sorridere e gioire senza fare chiasso. Gente che vive le proprie tragedie, i propri dolori ed anche le proprie sconfitte senza mai piegare la testa; gente che non cerca riflettori e non si ferma, non si arrende, non molla mai. Si tira su le maniche e guarda avanti, senza voltarsi indietro. Sono arrivate anche le televisioni nazionali, questa volta. Chissà che possa servire a far smuovere la politica regionale e nazionale con i fatti e non con le parole, evitando comunicati stampa scontati, stucchevoli e banali. Invece di spendere fiumi di parole e invece di esprimere una inutile solidarietà (a cosa serve?) si passi ai fatti, subito, oggi. Anche nei momenti difficili esiste sempre una luce, un bagliore, una speranza. Ieri a “illuminare” la difficile notte di Cremona, dando una mano dall’alto, ci ha pensato la luna piena che dopo l’eclissi di qualche ora prima si è mostrata in tutto il suo splendore. Era la Luna piena dello Storione. Se ne è già parlato ma giusto ricordare che per comprendere questo nome bisogna attraversare l'Atlantico e tornare alle tradizioni stagionali delle popolazioni del Nord America. I nomi popolari attribuiti ai pleniluni sono nati come un modo per raccontare il trascorrere delle stagioni attraverso ciò che accadeva in natura. Secondo la tradizione oggi divulgata dall'Old Farmer's Almanac, la Luna dello Storione trovava un’associazione con il periodo dell'anno in cui la pesca degli storioni nelle zone dei Grandi Laghi e del lago Champlain era particolarmente attiva. Lo storione non è un pesce qualsiasi. Appartiene a una famiglia antichissima, gli Acipenseridi, presente sulla Terra da milioni di anni. Alcune specie possono raggiungere dimensioni impressionanti e vivere per molti decenni. Per le comunità che vivevano intorno ai grandi bacini d'acqua nordamericani lo storione rappresentava un'importante risorsa alimentare. Quindi, il nome della Luna racconta il ripetersi di un momento che accadeva ogni stagione e rappresentava la raccolta delle provviste prima dei mesi più freddi. Attenzione, è importante ricordare che non esiste un unico calendario lunare condiviso indistintamente da tutte le popolazioni native del Nord America. Le denominazioni oggi diventate popolari derivano da consuetudini differenti, in cui le tradizioni native americane sono sopravvissute intrecciandosi anche alle osservazioni dei coloni, successivamente raccolte e diffuse da pubblicazioni come l'Old Farmer's Almanac. Popoli diversi osservavano fenomeni differenti nel territorio e affidavano ai nomi delle lune ciò che la natura annunciava in un particolare momento dell'anno. Denominazioni diverse provenienti da differenti tradizioni indigene legavano la fine dell'estate ai raccolti e ai cambiamenti osservabili, dai riferimenti al mais e al raccolto, fino alle migrazioni e il volo degli uccelli. Testimonianze interessanti oggi sono custoditi negli archivi di organizzazioni come Smithsonian Institution di Washington D.C. dove si trovano studi di inizio Novecento. Per esempio, presso gli Ojibwa la raccolta del riso selvatico era così importante da dare il nome a una delle lune tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno: era la Wild Rice Moon, la “Luna del riso selvatico”, ora in agosto, ora in settembre. Il nome della Luna si trasformava così in un calendario della natura, capace di raccontare la maturazione delle piante e, insieme, le attività da cui dipendeva la vita delle comunità. Dietro ciascun nome ci sono un luogo e un momento dell'anno: un modo per prepararsi a una nuova stagione. Osservando il cielo si teneva memoria della Terra. Quella Terra che tutti dobbiamo “curare” con maggiore consapevolezza anche per provare a limitare eventi estremi come quello di poche ore fa. La Custodia della Terra non deve essere solo un proclama ma un impegno operoso concreto e quotidiano di tutti noi. Anche nelle piccole azioni di ogni giorno.
Eremita del Po
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