13 maggio 2026

Quei naufragi sul Po con decine di vittime: al ritorno da Cremona il barcone stracarico di gente poi la strage dei lavoratori del vimini e il naufragio del nonno di Verdi

Un luogo che parla di fede popolare, di grazie, ma anche di esondazioni del fiume e di un naufragio, datato 1608, che vide il Grande fiume portarsi via numerosi cremonesi. E’ la chiesa della Madonna della Visitazione di Pieveotoville in terra Parmense, meglio conosciuta come “Madonnina del Po”. Un fatto ben poco conosciuto tra le “pagine di storia” cremonesi ma ben descritto, invece, nelle memorie della parrocchia di Pieveottoville, lasciate dal parroco di allora.

Era il 20 dicembre 1608 – si legge nel documento – da Cremona tornando quel giorno l’imbarcazione sul Po al comando del barcaiolo Giovanni detto Maini, stracarica di gente, fu sorpresa da un nubifragio presso la località detta Olio e naufragò. Tutti perirono insieme con il Maini. 11 persone erano di Pieve, 13 di Ragazzola e molti altri del Cremonese. Tutta gente che tornava al paese in vista del Natale e dalle compere natalizie. Molti in quei tempi erano a servizio presso famiglie facoltose e solo nelle circostanze di Pasqua e Natale raggiungevano le proprie case. Triste Natale di 365 anni fa! Ancora una volta la rabbia del fiume si abbattè recando lutto e dolore in tante famiglie”.

Una sciagura che spinse ad accelerare i tempi di erezione della chiesa, le cui radici risalgono ad un po’ di anni prima ed esattamente al 1570 (epoca in cui Pieveottoville apparteneva alla Diocesi di Cremona) quando la gente del luogo aveva costruito, in onore della Vergine, una piccola cappella nel punto in cui sorgeva un pilastro sul quale era collocata l’immagine della Madonna per ottenere la sua protezione. “A questa cappella – si legge ancora nelle memorie della parrocchia – tanti si soffermavano a pregare. Nei primi mesi dell’anno 1592, anno in cui la parrocchia era ancora parte integrante della diocesi di Cremona guidata allora dal vescovo Cesare Speciano, accadde un fatto prodigioso , durante una grave inondazione. Le acque del Po, travolti gli argini, invasero parte del paese, danneggiando seriamente le case di certi Franco Bonelli e Pietro Zani, lasciando illese le mura dell’adiacente Cappellina senza nemmeno sfiorarle. Poiché la cappelletta del Prodigio fu subito meta di folle devote, il parroco Vincenzo Frondoni maturò l’idea, insieme ai suoi parrocchiani, di onorare la Madonna con un luogo più degno e capace di sostenere l’affluenza dei fedeli. Solo nel 1615 il tempio in onore della B.V. Maria sarà realtà”. Ancora oggi, a lato dell’argine maestro del Po, la chiesa continua a testimoniare la devozione, l’amore e la gratitudine dei fedeli del paese verso Colei che fu prescelta, fra tutte le donne, a Madre di Dio ed è testimone di pagine di storia fatte, come sempre, di gioie e dolori. Il naufragio del 1608, che costò la vita anche a molti cremonesi, come scritto, accelerò i tempi di realizzazione del luogo. Per quanto riguarda l’inondazione del 1592 va aggiunto che verso la fine del XVI secolo, le cronache registrano diverse rotture degli argini e inondazioni devastanti, spesso legate alla gestione degli argini maestri, come documentato anche negli archivi di Cremona, e alla necessità di contenere il fiume.

A proposito di naufragi, un’altra chiesa in terra di Po, è custode di un’altra sciagura avvenuta sul fiume tra il Cremonese e il Parmense. E’ la chiesa di Stagno di Roccabianca dedicata ai santi Cipriano e Giustina, recentemente sistemata e restaurata, che conserva, sul muro interno della facciata, una lapide che ricorda un tragico fatto di storia, legato al Grande fiume: un naufragio avvenuto in Po, il 13 aprile 1875, nell’area compresa tra il Casalasco e il Parmense. Costò la vita a ventitré lavoratori del vimini, tutti in giovane età. “Luttuosa e memoranda – si legge nella targa – la sera del 13 aprile 1875. Ventitrè poveri lavoratori di vimini, quasi tutti giovanetti, ritornavano d’Oltrepo’ vargando il fiume su piccolo battello quando un vento impetuoso prese a imperversare contro all’onde. Il barcajuolo vogò buon tratto di fronte alla bufera, ma i flutti riempivano d’acqua il legno e i soccorrenti dalla procella sbattuti a riva. Què lavoratori spaventati trassero supplichevoli a poppa e il turbine furibondo sollevando la prora sommerse a un grido straziante barca e viventi. Infelici! Per voi non ebbe il mondo che sciagura sopra sciagura: Dio giusto misericordioso vi dia ristoro e pace”. Un italiano chiaramente d’altri tempi, ma facilmente comprensibile. Ci sono poi i nomi delle vittime: Giambattista Gonzi di 31 anni (portolano); Costante Cocchi, 50 anni, con la figlia Angela di 21; Giovanni Ferrari di 50 anni con i figli Enrico di 18, Vittorio di 16, Ferdinando di 10 e Maria di 12; Fermo Ariozzi di 15 con i fratelli Aldino di 11, Balsamino di 10 e Adelina di 10; Domenica Artusi di 22; Marcellina Galli di 14 e la sorella Alberta di 11; Celso Rodini di 11 con il fratello Luigi di 9; Fecondo Concari di 11 e Giuseppe Tei di 10; Annunciata Maccarini di 15; Sofia Coppini di 11; Francesca Pellegrini di 14; Isaia Azzali di 12. Il solo a salvarsi, nuotando, fu il 14enne Giuseppe Cocchi. “Carità sovvenne da vicini e da lontani paesi – si legge ancora nella lapide – le famiglie desolate che posero piangenti questo triste monumento”

Altro naufragio passato alla storia, e fissato nelle memorie, è quello riguardante Giuseppe Verdi, il nonno del maestro che era oste ad Ongina.  Nel 1777 il suo battello proveniente proprio dal porto di Ongina, in viaggio sul Po verso Parma carico di frumento e grani per il grande mercato della città ducale, all’altezza del porto di Sacca di Colorno ebbe una pesante collisine con una grossa barca del “portinaro” Matteo Pizzadini e di tal Lanzano. A causa della violenza dell’urto il battello perse buona parte del suo carico nel fiume, si incurvò e subì pesanti danni con tanto di strascico giudiziario. In un solo colpo Verdi perse il battello ed il suo prezioso carico; un durissimo colpo per una famiglia che viveva comunque in povertà e pare che da quel momento l’oste abbia rinunciato ai suoi tradizionali traffici sul Grande fiume. Il capitale a sua disposizione, l’eccellente posizione dell’osteria, il carattere deciso, non diedero i frutti sperati nonostante l’osteria di Ongina fosse tra le più promettenti. Doveva purtroppo fare i conti, l’oste con uno Stato Borbonico in declino, dove una burocrazia complessa e inerte lasciava rovinare i beni camerali ed i lavori che il nonno di Verdi chiese evidenziandone la necessità, ma non andarono mai in porto. Verdi era un oste dotato di capacità e intraprendenza ma i risultati dell’osteria di Ongina furono per lui una delusione e anche il Po, che in passato gli era stato “amico” di fatto gli diede il colpo di grazia cambiando il proprio corso, abbandonando l’osteria tra banchi di sabbia finissima. Levi, affittuario dell’osteria, pressato da Verdi, nel 1780 ricorse alla Regia Amministrazione di Parma lamentandosi del fatto che l’osteria non dava profitto e chiedeva di sostenere l’interesse privato, altrimenti la Regia Amministrazione delle Finanze ne avrebbe risentito. Rimarcava anche i problemi ed i disagi causati dal Grande fiume che aveva mutato il suo corso col risultato che, di fatto, il Po insabbiò il porto dell’Ongina e nel 1781 il nonno del maestro lasciò l’osteria di Ongina per quella della Roncole: la stessa in cui nel 1813 nacque il Cigno. I due non si conobbero mai; infatti il nonno del maestro morì improvvisamente, all’età di 50 anni, nel 1798, nei pressi del monastero dei Frati Minori Francescani di Busseto e le esequie furono celebrate dall’allora parroco di Roncole, don Giuseppe Mezzadri, nativo di Monticelli d’Ongina (fu anche parroco a San Giuliano Piacentino). Nel 1807 morì poi Francesca Bianchi (nonna del maestro Verdi) dopo una lunga malattia ed i funerali furono celebrati a Madonna Prati. Pezzi di storia, a volte incisi su “pietre parlanti”, altre riportati in scritti memorabili, che narrano di epoche, vicende e fatti delle genti del Po.

Eremita del Po

Paolo Panni


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti