Riccardo III tra sarcasmo e ferocia shakespeariana, al Ponchielli un'ovazione per Antonio Latella
Il drammaturgo ‘bardo’ è tornato al Ponchielli per la Stagione di Prosa: finalmente un vero ‘classico’ sul palcoscenico cremonese. Il Riccardo III è una delle opere più intense di William Shakespeare. È la storia drammatica del potere politico che non è solo nei tempi e nei luoghi del poeta, ma è essenzialmente universale. Omicidi. Sangue. Tradimenti. Congiure. La faccia più dura dello scontro tra umani per impossessarsi di gloria effimera. Di rivalsa. Di cieca sete per un trono, qualunque esso sia. Questo Riccardo III firmato da Antonio Latella, attore e protagonista, ne ribalta, in parte, la lettura. Tutto il male della vicenda assume una valenza estetica. Con la bella traduzione di Federico Bellini e la drammaturgia di Linda Dalisi, Latella lavora essenzialmente sulla parola. Trasforma la voluttà del potere politico in seduzione della carne. In conquista, con la sola forza del verbo, della femmina. Ne fa la meta. L’obiettivo a cui tendere. Manda in soffitta le tetre scenografie tradizionali per ambientare la tragedia in un giardino. In un Eden, si direbbe, fuori stagione, fatto di fiori bianchi, Di cespugli primaverili. Di scorci bucolici. Una frizione violenta e pesante con il sangue che scorre. Con le vite immolate sull’altare del potere: qualunque esso sia.
La sua recitazione spesso si fa fluente. A tratti sfiziosa per allontanare l’incubo della tragedia che incombe non solo sulle vittime, ma su lui stesso. Gronda sarcasmo. E’ ricca di intonazioni forzate per mescolare il dramma con l’irrisione. Di far sembrare Riccardo III non il genio del male, ma solo un abile manipolatore di frasi e di espressioni. In questo Latella è abilissimo, forse anche di più.
Ma poi quando la fabulazione giunge alla fine, anche lui si deve inchinare al potere del Bardo. Alla forza shakespiriana del dramma. E allora i toni tornano cupi. Duri. Violenti.
Il dialogo con la madre, poco prima della battaglia finale in cui troverà la morte, è un vero capolavoro. Cadono tutte le interpretazioni e le letture e il poeta si innalza sul palcoscenico. Alza la bandiera della sua anima. E a questo Latella non può scappare . Lo accetta e lo trasforma in un vero capolavoro teatrale.
Una pagina magistrale di teatro anche l’ultimo monologo del re, poco prima della battaglia mortale. Decide di far accendere le luci a teatro come se i suoi guerrieri fossero tutti coloro seduti comodamente in platea. Sembra voler trascinare nella sua fine tutto l’universo. Tutto quello che gli sta attorno. Una disperazione universale deve trascinare il suo mondo e il mondo degli altri nel grado più alto della tragedia: che ormai è senza fine. Scuote l’animo di ogni singolo spettatore. Con lucida forza, con una recitazione potente. Con un’anima furente per quel potere che sta per terminare. Non cede neppure all’ironia finale di scambiare il suo regno per un cavallo per non affrontare la morte e fuggire lontano.
Molto bene anche tutti gli altri attori: Vinicio Marchioni e con Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino. Segno dell’ottimo lavoro fatto dalla produzione del Teatro Stabile dell’Umbria e Lac Lugano Arte e Cultura.
Funzionali le scene firmate da Annelisa Zaccheria. Appropriati i costumi di Simona D’Amico e le luci di Simone De Angelis con i suoni curati da Franco Visioli.
Applausi del pubblico.
Finalmente i ‘classici’ sono tornati.
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