"I confini non esistono": al Ponchielli Stefano Mancuso e Matteo Caccia con una serata che invita a ripensare Cremona
Qualche giorno fa una testata cremonese riportava un dato destinato a far discutere: circa un terzo dei nuovi assunti in provincia di Cremona è di origine straniera. Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, su 28.300 ingressi complessivi nel mondo del lavoro, 8.810 riguardano lavoratori stranieri: il 31,1%, un’incidenza superiore alla media nazionale. Cremona si colloca così tra le realtà lombarde dove la componente straniera è strutturalmente integrata nel tessuto economico e sociale.
Eppure basta scorrere i commenti sotto la notizia, sui social, per imbattersi in una narrazione opposta: timori, diffidenze, ostilità, un lessico a tratti aberrante e spesso intriso di pregiudizi. È qui che si apre la contraddizione: una provincia che funziona anche grazie al lavoro degli stranieri e una parte della sua opinione pubblica che fatica a riconoscerlo.
In questo scarto si è inserito con forza, quasi con necessità, lo spettacolo I confini non esistono, andato in scena questa sera al Teatro Ponchielli di Cremona, prevedibilmente semivuoto per la coincidenza con il più appetibile Festivalone nazionale. Chi si aspettava un dialogo strutturato è forse rimasto spiazzato: più che un confronto, abbiamo assistito a un ping pong tra Stefano Mancuso, neurobiologo botanico di fama mondiale e docente all’Università di Firenze, e Matteo Caccia, autore, podcaster e voce radiofonica. Nessuna scenografia, nessuna azione drammatica, nessun artificio teatrale: solo la scarna presenza della parola.
Una scelta coerente con l’idea di uno spettacolo di narrazione, ma che proprio in questa forma ha forse mostrato qualche debolezza nell’impianto generale. Il legame tra le storie raccontate da Mancuso – con le piante protagoniste – e quelle di Caccia – tratte dal suo repertorio di varia umanità – a tratti è apparso debole, più evocato che costruito, e talvolta distante da ciò che il titolo lasciava presagire. Il parallelismo tra migrazioni vegetali e umane, pur suggestivo, non sempre si è tradotto in un vero sviluppo drammaturgico, rimanendo affidato alla sensibilità dello spettatore.
Mancuso nei suoi scritti racconta le piante come organismi migranti per natura. Non si spostano nel senso umano del termine, e tuttavia si muovono: cercano la luce, si espandono, colonizzano territori lontanissimi grazie a semi e spore affidati al vento o agli animali. Senza sradicarsi, conquistano il mondo. È grazie a loro che la vita è possibile sulla Terra. L’idea di regolamentare le migrazioni, di tracciare confini, di alzare recinti, è un’invenzione esclusivamente umana. La natura non conosce frontiere.
A queste storie vegetali Caccia intreccia testimonianze umane: vite spezzate e ricucite altrove, fughe, approdi, rinascite. Migrare come strategia di sopravvivenza, non come devianza. Un assunto forte, ribadito più volte, ma non sempre saldato in modo stringente al percorso parallelo proposto da Mancuso.
Va detto: Mancuso non ha certo bisogno di presentazioni. La sua autorevolezza scientifica e la sua capacità divulgativa sono note. Tuttavia, per uno spettatore che si fosse trovato in sala senza conoscere il background dei protagonisti, senza un contesto che ne chiarisse ruoli e percorsi, il messaggio complessivo è forse risultato meno immediato, più difficile da decifrare nella sua intenzione profonda. La forza delle singole narrazioni non sempre si è trasformata in chiarezza d’insieme.
Ascoltate a Cremona, queste parole hanno comunque assunto un peso specifico particolare. In una provincia dove il 31% dei nuovi lavoratori è straniero, il confine tra “noi” e “loro” appare già, nei fatti, discutibile. Le imprese lo sanno. L’economia lo dimostra. E tuttavia il discorso pubblico continua spesso a irrigidirsi su una rappresentazione emergenziale dell’immigrazione.
I racconti di Mancuso scardinano l’antropocentrismo che ci fa credere di essere padroni del pianeta, sovrani circondati da mura inespugnabili. Se le piante – organismi silenziosi, radicati – hanno fatto della diffusione e dell’adattamento la chiave della loro forza, perché l’uomo dovrebbe immaginarsi immobile, autosufficiente, separato?
La forza della serata al Ponchielli è stata allora soprattutto nell’intenzione: creare uno spazio di riflessione in cui il paradosso cremonese assume contorni rilevanti. Fuori dal teatro, i numeri parlano di integrazione strutturale; dentro, le storie raccontano che il movimento è la condizione naturale della vita. Tra questi due piani si insinua la domanda più scomoda: se la nostra economia è già interdipendente, perché la nostra cultura fatica ancora ad accettarlo?
“I confini non esistono” è un titolo che suona provocatorio, quasi utopico. Forse lo spettacolo non è riuscito sempre a incarnarne fino in fondo la promessa drammaturgica. Ma resta l’urgenza del tema. I confini esistono nelle mappe, nei decreti, nei commenti sui social. Non esistono nei semi che viaggiano, né nelle storie di chi attraversa il mare o una frontiera terrestre per cercare luce.
E forse il teatro, anche quando mostra qualche fragilità nella struttura, può fare questo: mettere una comunità davanti allo specchio dei propri dati e delle proprie paure. E ricordarle, con la calma ostinata delle piante, che la vita non è mai stata stanziale.
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