Spiaggione di Po sotto il ponte Verdi invaso dai rifiuti: plastica, vetro, lattine, sacchetti e perfino scarpe
Quello dei rifiuti dispersi nell’ambiente è un tema che Cremonasera.it da tempo affronta, pressoché quotidianamente, essendo una piaga che interessa tanto la città quanto la campagna e le aree fluviali, specie quelle del Po. Non è lo “sport preferito” di questa testata; si spera anzi (chissà se mai accadrà) di poter assistere ad una inversione di tendenza che porti a non dover più pubblicare queste notizie.
Ad oggi, però il problema è importante, è sotto gli occhi di tutti ed è semplicemente vergognoso che nella società del terzo millennio, quella del progresso e della tecnologia, si debba continuare a fare i conti con immondizia buttata in giro, con tutto quello che ne può conseguire anche e soprattutto in termini di salute pubblica. Incredibile ed inaudito che ci siano persone, e purtroppo non sono poche, che non abbiano un minimo di senso civico e di intelligenza, quel tanto che basterebbe per eliminare e smaltire i rifiuti regolarmente.
L’ennesimo fatto che si deve denunciare è quello che riguarda, ancora una volta, lo spiaggione del Po sottostante il ponte “Verdi”, il lungo viadotto che collega Lombardia ed Emilia, Cremonese e Parmense, nel tratto compreso tra San Daniele Po, Roccabianca e Polesine Zibello. Uno spiaggione che, specie durante la bella stagione, è meta di non poche persone e luogo che molti utilizzano per bivacchi e pic nic. I risultati degli ultimi bivacchi sono lì da vedere con bottiglie (di plastica e vetro), lattine, sacchetti e addirittura scarpe abbandonati sulla sabbia, come se fossero passati i barbari. Ancora una volta, dispiace dirlo, l’uomo si dimostra più maleducato, incivile e sporco degli animali i quali, invece, hanno sempre grande rispetto dell’ambiente in cui vivono. Per la cronaca, semmai interessasse a chi, imperterrito, continua ad abbandonare bottiglie, lattine e quant’altro si ricorda che le bottiglie di plastica impiegano dai cento ai mille anni per degradarsi: e non si degradano mai del tutto perché si frammentano in microplastiche molto dannose per l’ambiente. Le lattine di alluminio (materiale per altro riciclabile al 100 per cento) ci mettono dai dieci ai cento anni; le bittiglie di vetro mille anni e le scarpe dai 25 agli 80 anni. Doveroso anche ricordare che ogni anno finiscono negli oceani, secondo il Wwf, 8 milioni di tonnellate di plastica, il 6% delle quali è composto da microplastiche, particelle infinitesimali altamente inquinanti e non biodegradabili. Secondo un dossier delle Nazioni Unite, nei mari ci sono 51 mila miliardi di particelle di microplastica, un numero superiore di oltre 500 volte a quello delle stelle della nostra galassia. E in questa prospettiva il Mar Mediterraneo (che riceve anche le acque del Po) è un osservato speciale perché è particolarmente colpito dal flagello. Secondo gli esperti, nelle sue acque si trova la più alta concentrazione di microplastiche (1,9 milioni di frammenti per metro quadrato), causata soprattutto dalle attività costiere e da una gestione inefficiente dei rifiuti. Contribuiscono con un impatto significativo anche le attività in mare come pesca intensiva, acquacoltura e navigazione. Nell’elenco di oggetti della società che se non correttamente smaltiti producono polveri di plastica vanno messi anche beni di normale consumo come borse, imballaggio, vestiti, bottiglie, cosmetici e buste. Sono danni collaterali causati dalla casualità, ma spesso dalla scarsa o nulla considerazione per l’ambiente. E parte di queste sostanze, a volte degradate e contaminate da elementi tossici, possono finire nella pancia di pesci e altri organismi marini. Non è un concetto rassicurante nel panorama alimentare dell’uomo. Ocean Clean up, fondazione il cui scopo è sviluppare tecnologie che consentano di estrarre gli inquinanti plastici presenti negli oceani e di evitarne la reimmissione, segnala che i fiumi sono i maggiori responsabili della valanga di materiale plastico scaricata lentamente negli oceani della Terra. Si stima che 1.000 fiumi siano responsabili di quasi l’80% delle emissioni annuali globali di plastica fluviale, pari a 0,8 – 2,7 milioni di tonnellate metriche l’anno. Di fronte a queste cifre uno pensa: da qui a poco il mondo morirà. Non è così perché la Terra sa autoimmunizzarsi, ma la società civile mondiale deve comunque cercare di rimediare. L’istituto superiore di sanità è impegnato in modo consistente su questo fronte. Spiega che molte delle sostanze plastiche definite a bassa intensità essendo sottoposte all’azione distruttiva di vento, acqua, raggi solari vengono frammentate e disperse in quote invisibili nell’ambiente marino. E diventano una minaccia per l’ecosistema. La concentrazione delle microplastiche nei mari si attesta, a seconda delle aree, con valori tra 10.000 e oltre 300.000 per metro cubo secondo il rapporto Unep (UN Environment Programme) 2023. I punti più esposti sono le zone vicine ai siti di smaltimento rifiuti, agli impianti di trattamento delle acque, ai porti. Il 64% delle plastiche micro è in forma di fibre, il resto in frammenti. Se queste sostanze arrivano al mare attraverso i fiumi – è ovvio chiedersi - sono presenti anche nell’acqua potabile? L’Iss lo conferma ma rassicura: per ora non rappresentano un rischio immediato. La plastica non deve essere considerata come Satana ma allo stesso tempo deve essere maneggiata e smaltita correttamente per evitare rischi. Negli ultimi decenni la produzione di questo materiale è aumentata in modo esponenziale e oggi raggiunge in sede globale 400 milioni di tonnellate l’anno. Dunque per contrastare la diffusione anomala nell’ambiente servono strategie flessibili come un corretto riciclo, riduzione dell’uso, investimenti in tecnologia ed educazione dei cittadini allo smaltimento. L’Iss ha arruolato un alleato prezioso nel monitoraggio, la Marina militare nel progetto SeaCare – Salute, Ambiente e Clima nella visione Planetary Health. Le navi italiane, come 007 del mare, eseguono campionamenti e raccolgono dati nelle aree di tutto il mondo dove sono impegnate in missione. Un compito che ha svolto anche la nave scuola Amerigo Vespucci nel recente tour intorno al globo. Ma resta una considerazione di fondo: se ognuno facesse la sua parte e smaltisse regolarmente i propri rifiuti le cose inizierebbero ad andare meglio. Questo anche in considerazione del fatto, ad esempio, che in occasione della recente giornata internazionale per i fiumi, il Wwf ha lanciato il progetto Adopt Rivers and Lake per la salvaguardia del fiume Po. Secondo un recente report dello stesso Wwf, il Po è tra i principali vettori di trasporto dei rifiuti verso l’ Adriatico. Durante le attività di monitoraggio sono stati catalogati circa 8mila rifiuti, col 62 per cento costituito da plastica. Grazie alle iniziative di Citizen science è stato possibile individuare anche le tipologie più frequenti: mozziconi di sigaretta, frammenti plastici tra i 2,5 e i 50 centimetri e bottiglie, sia di plastica sia di vetro. In totale i volontari hanno rimosso 19mila 693 rifiuti e durante le attività di monitoraggio sono state inoltre individuate briglie, barriere artificiali, scarichi non autorizzati e depositi di rifiuti in undici località diverse. Anche per questo si rinnova l’obiettivo di rigenerare la continuità fluviale, con la stima di riportare allo stato naturale circa 25mila chilometri di fiumi entro il 2030. Il problema, non riguarda soltanto il fiume. In Italia oltre il 57 per cento dei corsi d’acqua non si trova in un buono stato ecologico, e iniziative come quella promossa dal Wwf tentano di invertire questa tendenza. Stavolta il progetto non si è limitato a una semplice operazione di pulizia o a un’analisi generale. Sono state sperimentate anche nuove modalità di monitoraggio ambientale, come l’utilizzo delle reti manta per il campionamento delle microplastiche nel Tevere e protocolli scientifici replicabili nelle future attività di Citizen science. Tra le tecnologie testate anche il robot subacqueo Zeno, sviluppato dal Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Pisa, che rappresenta una possibile applicazione delle tecnologie avanzate per l’individuazione dei rifiuti sommersi.
Eremita del Po
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