Superbo Massini in Mein Kampf al Ponchielli: monologo terribile sulla volontà di potenza
Mein Kampf. Un aggettivo e un sostantivo: spettri angoscianti per tutta l’umanità; quella di ieri. Quella di oggi. Sinonimi di male assoluto. Devastate. Abisso totale per coloro che abitano sulla terra. Serve determinazione. Serve insuperabile forza interiore per portare sul palcoscenico un’opera tratta dallo scritto di Adolf Hitler. Manifesto palese e lampante del diluvio universale che ha segnato, per sempre, non solo il ‘Secolo Breve’ ma tutta la storia dell’uomo da quel giorno e per i secoli a venire.
Ci voleva solo il coraggio di Stefano Massini, superbo attore ma soprattutto fine intellettuale, per proporre un lavoro che trova le sue radici in quel terribile pamphlet a cui si mescolano pensieri e discorsi hitleriani. E altrettanto coraggio da parte della stagione de ‘La Prosa’ del Teatro Ponchielli per metterlo in cartellone in questi tempi cupi e feroci.
Massini diventa la voce del führer che racconta quell’indemoniato incipit esperienziale che lo porterà, anno dopo anno, da irrilevante piccolo tedesco a fautore e ideologo assoluto del ‘riscatto tedesco’. Ne impersona quella incommensurabile ‘volontà di potenza’ di Nietzschiana memoria. Ne esemplifica, con una spaventosa verosimiglianza, l’infernale e indemoniata risolutezza. Sa entrare in quelle parole terribili che nascono da una risolutezza feroce di recuperare un’identità annichilita dalla storia. Dal costume. Dalla comodità piccolo borghese del tempo e da un marxismo che condanna, sempre e comunque, alla irrilevanza anche il proletario. Lo schiaccia sotto il peso dell’accettazione di un destino di gramo. Ma che soprattutto lo priva di quel senso di rivalsa e di autenticità che ogni popolo dovrebbe possedere, soprattutto, dal suo punto di vista, quello tedesco.
Dal piccolo borgo natale. Alla Vienna del primo Novecento. ai campi di battaglia del primo conflitto bellico e fino alla Baviera che ne sancirà il primo trionfo politico, il personaggio Hitler rimugina. Pensa. Medita. Riflette su come far uscire lui e il popolo germanico da quell’irrilevanza. Ma soprattutto cerca il nemico. Cerca chi odiare per costruire su questo, come in ogni epoca storica, il sentimento che crea le fondamenta del regime.
E Massini è superbo in questo. Talmente bravo che sembra che in lui sia entrato quello spirito diabolico del piccolo uomo con i baffi. E tutto questo lo spettatore lo percepisce chiaro. Ed è questo il punto chiave: indurre l’ascoltatore a prendere coscienza del dramma che hanno provocato quelle parole, Quei pensieri così carichi di lucida ferocia. Senza alcun limite. Immersi in una determinatezza che non consente alcuna giustificazione.
Altrettanto intense, per il loro minimalismo, le scene di Paolo Di Benedetto; come, per altro, gli ambienti di sonori di Andrea Baggio e le luci di Manuel Frenda
Uno spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana, che è angosciosamente intenso. Scava, senza alcuna pietà, nella coscienza di ognuno. Che fa riflettere se quelle orrende parole fanno ancora breccia. Anche per un solo istante dentro ognuno di noi a oltre cento anni da quando furono pensate e scritte. Se ancora sillaba dopo sillaba riescono a immaginare e a costruire muri. Palazzi. Trincee. Steccati che possono portare a una nuova immane tragedia.
Tanti. Lunghissimi. Minuti d’applausi. Un tributo più che doveroso per un attore profondo e meraviglioso.
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