Villa Verdi: decadente, degradata, trasferiti i tesori documentali e desolatamente vuota dopo il passaggio allo Stato
Lo spettacolo che offre Villa Verdi a un passante che non sia automobilista distratto, ma si fermi un attimo a considerare quale sia la situazione della casa del Maestro, è desolante. Tutto fermo, come se nulla fosse successo, dla giorno in cui la Soprintendenza ai beni artistici e storici ha preso in carico il compendio di Villa Sant’Agata, espropriata dal ministero per i beni culturali.
Considerando la linea temporale, partiamo dal 31 ottobre 2022, quando Angiolo Carrara Verdi, erede del Cigno di Busseto e residente nella villa dovette lasciarla per la chiusura temporanea fissata dal tribunale di Parma. Da qui inizia una sorta di batti e ribatti fra gli eredi e le valutazioni del compendio di Villa Verdi, per stabilirne il valore, in vista della messa in vendita all’asta da parte del tribunale stesso.
Si parte da 20 milioni di euro, che il ministero dice di aver già accantonato; quindi si passa alla metà esatta: 10 milioni, che si ridurranno a poco più di 7 come indennizzo per l’esproprio. Il 1 marzo 2025, due anni e mezzo dopo la chiusura, con evidenti danni sia all’edificio che al parco della villa, lo Stato diventa padrone del “buen retiro” che Giuseppe Verdi si era costruito e, da subito, si vocifera di uno stanziamento di oltre 300.000 euro per lavori urgenti alle copertura, soprattutto dei terrazzi laterali. Arriva anche, in seguito, uno stanziamento di qualcosa come 6 milioni e mezzo di euro per la ristrutturazione, con la proposta, parallelamente, di istituire una fondazione che si occupi della salvaguardia di Villa Sant’Agata.
Oggi, però, i lavori sono fermi e i segni dell’incuria e del degrado si notano benissimo, anche dalla strada. Intanto, però, dalla villa partono i documenti del Cigno, la biblioteca (contenente fra gli altri preziosi volumi, la prima edizione del “Promessi sposi”, cosiddetta “ventisettana”, autografata da Manzoni) e probabilmente altri tesori, mentre la grande casa rimane desolatamente vuota. Verrebbe da dire che, esproprio o vendita a parte, se almeno gli eredi fossero rimasti a Villa Verdi, molto probabilmente lo stato dell’unico monumento verdiano (copyright Giovannino Guareschi) non sarebbe così disastroso. Potrebbe essere un’idea, da trasmettere al ministero competente, quella di aprire Villa Sant’Agata alla stampa, per documentare dal vivo quale sia la condizione dell’edificio e dei tesori in esso contenuti: il pianoforte dal quale nacquero le armonie immortali del Cigno, il dipinto di Hayez ritraente un anziano, il San Pietro di Guido Reni, il servizio da scrittoio dono dello Zar Alessandro, i calchi delle mani di Verdi e della Strepponi opera di Duprè, il busto originale in terracotta di Vincenzo Gemito, solo per citare a memoria quelli che rammentano tutti i visitatori, per non parlare dei tesori documentali, già da tempo trasferiti.
Magari si riuscirebbe ad accelerare gli interventi di salvaguardia, evitando che la situazione, già alquanto precaria, peggiori.
Oggi, però, pare che si parli solo dell’acquisto del “Mulino del Castellazzo”, del recupero dell’hotel San Marco, della chiesetta delle Spine. E Villa Sant’Agata? Qualcuno ripeterà quel grido che risuonò alla prima della Scala: “Salvate Sant’Agata”?
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