27 giugno 2022

Il Libraio di Contrada Serio

"Il nostro programma sta per intero nel titolo del giornale. Gli interessi della città e del circondario di Crema sono il nostro obbiettivo e noi assumiamo formale impegno di averli sempre ed esclusivamente di mira. Alle polemiche personali noi chiuderemo gli orecchi e negheremo le nostre colonne, senza lasciarci commuovere da provocazioni, da insulti e da sfide. Gli uomini della città nostra noi li apprezzeremo, a qualunque partito appartengano, sempre che non nemico del paese. Li apprezzeremo però, non già in ragione della violenza degli attacchi o della bravura della difesa, ma sibbene in ragione del loro disinteresse e dei vantaggi reali da essi arrecati all’Italia intiera od alla città nostra; giacché noi valuteremo le opere e non le parole, le quali come bolle di sapone scoppiano dopo aver fatto pompa di vivaci colori. … Al lavoro di demolizione che ferve in Italia ed anche in Crema, noi cercheremo di contrapporre quello di riparazione e di riedificazione”.

È questo l’inizio dell’articolo di presentazione che compare in prima pagina, sabato 31 gennaio 1880, sul primo numero del giornale “Gli Interessi Cremaschi”, dopo il titolo “Ai nostri Concittadini”. Si tratta di un “Settimanale agricolo, commerciale, industriale” che per undici anni, fino al dicembre 1890, uscirà con molto successo a Crema. Sarà una delle voci principali del riformismo liberale cremasco, soprattutto delle sue componenti imprenditoriali e professionali. È un giornale progressista ma saldamente ancorato alle realtà economiche e sociali del tempo, dal taglio concreto e, per così dire, piuttosto anglosassone, attento ai problemi e alle opportunità reali del territorio e molto poco incline alle polemiche “ideologiche” e alle diatribe delle consorterie politiche. In questo, rappresenta a Crema qualcosa di nuovo, di attivamente positivo, di innovativo nei contenuti proposti e nello stile di relazione con il lettore. Che non è più il lettore del ventennio precedente, quello immediatamente post-unitario e ancora caratterizzato dalle battaglie politiche e dai personaggi risorgimentali locali.

Sono lontani gli scontri giornalistici, spesso feroci, dei primi anni Sessanta, dal 1859 al 1862, tra i due giornali “L’Eco di Crema” e “L’Amico del Popolo”, scontri che comunque non interpretavano solo le posizioni politiche di campanile delle associazioni elettorali cittadine ma, cosa questa sfuggita a vari interpreti novecenteschi di storia locale, anche le ragioni e le istanze delle forze che, sullo scacchiere delle istituzioni nazionali, giocavano allora la loro partita politica ed elettorale, nelle varie città e nei diversi collegi elettorali del nuovo Stato unitario. La vittoria della parte liberale e laica su quella conservatrice e clericale era stata comunque evidente, anche a Crema, sia nelle elezioni politiche che in quelle amministrative. Sono pure lontani gli anni in cui la “Gazzetta di Crema”, tra il 1862 e il 1874, era l’unico giornale di una certa rilevanza e continuità in città. I tempi sono cambiati e i precedenti protagonisti parlamentari di riferimento sono venuti a mancare, come Enrico Martini nel 1869, o saranno presto gratificati “fuori dalla mischia” con una poltrona senatoria, come Luigi Griffini nel 1881.

Sono scomparsi Faustino Sanseverino nel 1878 e Ottaviano Vimercati l’anno successivo. Nel 1880 si è ammalato gravemente Pietro Donati, morto tre anni dopo. Intanto nel 1863 era arrivata a Crema la Ferrovia; nel 1870 era stata fondata la Banca Popolare Agricola di Mutuo Credito; nel 1873 era stata introdotta l’illuminazione a gas (prima era a petrolio). Nel 1880 è attivata la tramvia Soncino-Crema-Lodi, poi prolungata fino a Milano. Il colera apparirà in città per l’ultima volta nel 1884. Intanto, fatta l’Italia, si stanno “facendo gli italiani”. Solo dalla metà del secolo successivo si comincerà a disfarli. Tutto sta cambiando, l’economia, la società, la politica. Anche a Crema, il sentimento dei tempi nuovi e le speranze nel progresso scientifico e sociale si accompagnano a una certa disillusione verso i risultati emersi dai patriottismi e dalle illusioni della temperie risorgimentale. Le politiche della Destra storica e poi della Sinistra storica sono sfociate nel trasformismo e presto inizieranno gli scandali provocati dalla commistione tra affarismo privato e pubblici poteri, soprattutto in ambito romano e ministeriale. A Crema, a partire dal 1876, sono sorti alcuni nuovi giornali, che si aggiungono alla “Gazzetta di Crema”, entrando spesso in posizione polemica con questa (che chiuderà solo nel dicembre 1882). Il panorama giornalistico si fa così molto più movimentato. In pochi anni, vedono la luce “Il Corriere di Crema”, “L’Indipendente Cremasco” e “La Voce del Paese”. È quindi in tale clima di speranze verso il futuro, miste a delusioni nate dal recente passato, che agli inizi del 1880 nasce in città il nuovo giornale “Gli Interessi Cremaschi”, rivolto soprattutto ai ceti produttivi e alle forze economiche.

Potrebbe sembrare qualunquista, da parte di questo nuovo settimanale cittadino, battersi per gli “interessi” dei cremaschi nel complesso, in senso economico, sociale e istituzionale, invece che per l’una o per l’altra consorteria partitica locale. E questo, per lo meno, secondo una certa visione della politica in auge qualche decennio fa, quando l’ideologia faceva da guida e il bene pubblico della comunità si interpretava in base alla bandiera di fazione, stigmatizzando come qualunquista qualsiasi pensiero e azione non funzionale alle logiche e alle conventicole della partitocrazia. Fatto sta che, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, sempre di più si avvertiva l’esigenza di promuovere e sostenere lo sviluppo di Crema e della sua popolazione in un’ottica complessiva e coesa. Probabilmente si iniziava a temere, fin da allora, il destino di un territorio passato da una parziale subalternità a Lodi, con qualche attribuzione concessa dalla vecchia provincia Lodi-Crema, a una totale dipendenza da Cremona, che il fascismo avrebbe poi accentuato. Inoltre, il generale clima di positivo ottimismo verso il futuro, la liberazione da certi precedenti vincoli del tradizionalismo religioso, la fiducia nel progresso e nelle conquiste scientifiche, gli studi economici sempre più diffusi e la ricerca di miglioramenti innovativi nelle attività agricole, industriali e commerciali, tutto questo, insomma, favoriva l’idea che contassero “le opere e non le parole, le quali come bolle di sapone scoppiano dopo aver fatto pompa di vivaci colori”. E che “al lavoro di demolizione che ferve in Italia ed anche in Crema” si cercasse di “contrapporre quello di riparazione e di riedificazione”. Viene da chiedersi se oggi, a Crema, tutto ciò possa indicarci qualcosa, possa darci delle idee, anche dopo le ultime elezioni.

Non è possibile, in questa sede, per motivi di spazio, ripercorrere gli undici anni di vita, di iniziative, di suggerimenti e progetti messi in campo da questo periodico. Va detto che si trattò di un’esperienza editoriale molto importante, per Crema e per i cremaschi. Un’esperienza, come spesso avviene dalle nostre parti, attualmente dimenticata da quasi tutti. Questo giornale però è stato oggetto di qualche articolo, di qualche capitolo inserito in alcune pubblicazioni locali. Viene a volte citato insieme ad altre testate giornalistiche cittadine apparse tra la metà e la fine dell’Ottocento, quindi non in modo specifico e dedicato ma in ambito di rassegna generale. Comunque, sono contributi encomiabili. Basti qui citare, a titolo meramente esemplificativo, in “L’immagine di Crema. Vol. 2 - La gente”, i testi di Barbara Donarini (pp. 51-105) e di Piero Cattaneo (pp. 107-118), 1995, Editrice Leva Artigrafiche, Crema. È d’obbligo, in tema di giornali cremaschi dell’epoca, il richiamo al ben documentato lavoro di Vittorio Dornetti, “L’origine delle Casse Rurali di Crema. Vince in bono malum”, 1992, edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Crema, Grafica GM, Spino d’Adda, specie nei primi due capitoli (pp. 19-135). Pur trattandosi di un’opera avente un diverso tema principale, questa prima parte è ai nostri fini molto interessante.

Si è cercato di tratteggiare il contesto in cui il giornale “Gli Interessi Cremaschi” ha iniziato le pubblicazioni, nel gennaio del 1880. Ma per quale motivo questo periodico viene poi a cessare, nel dicembre del 1890? Tra le varie ragioni, una sembrerebbe più rilevante: la scomparsa, dopo un breve periodo di scarsa salute e malattia, del suo fondatore, che ne era anche l’editore proprietario e gerente. Il suo nome era Giacomo Cazzamali, all’anagrafe in realtà Serafino Giacomo Cazzamali, cognome poi variato in Cazzamalli, con due “elle”, dagli uffici anagrafici. Il quale ne era anche uno dei redattori e uno dei principali articolisti. Il brano riportato all’inizio, con cui veniva presentato il nuovo giornale “Ai nostri Concittadini”, era stato scritto da lui personalmente. Ma chi era Giacomo Cazzamalli? Il personaggio non è facilmente ricostruibile nei suoi reali connotati. E non solo per motivi legati al passare del tempo o alle carenze della documentazione a lui riferibile. Certo, scrivere su un giornale (probabilmente su più giornali) comporta una certa dose di esposizione pubblica. E negli undici anni in cui i suoi scritti sono apparsi su “Gli Interessi Cremaschi”, di cose ne ha dette. Ma mettere insieme quanto emerge sulle sue varie attività, così come percorrere i momenti salienti della sua esistenza, peraltro piuttosto breve, non è agevole. Che si sappia, di lui non restano immagini e, a Crema, non parrebbero rimanere memorie familiari o tracce del suo operato in qualche discendenza. La sua figura meriterebbe indagini e approfondimenti. In tale sede, quello che segue è solo un primo tentativo.

Giacomo Cazzamalli (nel citarlo correntemente evitiamo il primo nome Serafino, presente solo nei registri ufficiali, e scriviamo il cognome nella versione più recente, con due “elle”, per semplificare le cose) non è solo un giornalista, un editore, un imprenditore nel campo della stampa. Sembra essere molto di più, non solo in ambito culturale. Ma procediamo con ordine. Vediamo prima da quale famiglia proviene, anche in base ai registri anagrafici civili e religiosi a nostra disposizione. Il cognome Cazzamalli, almeno da tre secoli, è certamente lombardo e segnatamente cremasco, oltre che di alcuni paesi circostanti. Anche gli attuali strumenti web di ricerca sugli addensamenti dei cognomi confermano questa situazione, in relazione allo stato attuale di diffusione. Alquanto dubbia resta la derivazione dal cognome Cazzamani o Cacciamani, anche se alcune fonti propendono in questo senso, rifacendosi a una diffusione di quel cognome soprattutto nei territori del bresciano, con una sua successiva variazione in ambito cremasco. Di certo, esistono nei registri parrocchiali, oggi riuniti presso l’Archivio Diocesano di Crema, diverse attestazioni di questo cognome sin dalla metà del Settecento.

In questi registri religiosi di nascita, matrimonio e morte, molto utili per i periodi pre-unitari, in quanto i dati anagrafici dei registri civili hanno in genere decorrenza solo dal riordino amministrativo nazionale avvenuto a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, possiamo rilevare, di tale cognome, versioni più risalenti, come Cacciamali e Cazzamali, oppure versioni più recenti, come Cazzamalli. A volte, un medesimo gruppo familiare o persino uno stesso soggetto compaiono, in diversi momenti, con e senza il raddoppio dell’ultima consonante liquida. Vedremo più avanti che questo sarà proprio il caso di Giacomo Cazzamalli e dei suoi figli. Un cognome molto cremasco, dunque, ma con buona presenza pure a Vaiano (dove c’è stato un sindaco Giulio Cazzamali), a Monte e in quella fascia di circondario, oltre che a Romanengo e in altre località del nostro territorio. Sono diversi i sacerdoti elencati nei ruoli della diocesi di Crema con questo cognome, uno anche nel Seicento, un Giovanni Battista Cazzamali di Vaiano, rettore parroco a Casale. Le professioni attestate in questa famiglia passano da quelle più umili a quelle della piccola e media borghesia urbana tra l’Ottocento e il Novecento. Un dato confermato anche dalla storia familiare di Giacomo Cazzamalli e dei suoi immediati ascendenti. In termini etimologici, è difficile confermare l’ipotesi di una genesi del cognome da originarie attività di tipo curativo o taumaturgico, nel senso di allontanare, di cacciare mali e malanni, se non addirittura da pratiche religiosamente poco ortodosse. Questa origine non si può escludere. Però resta opinabile.

Di Giacomo Cazzamalli colpisce il numero di attribuzioni professionali, per quanto in genere riconducibili a forme di imprenditoria commerciale. È editore, gerente di giornali, lui stesso giornalista, però anche “commissionario”, intermediario e procuratore, uomo d’affari in genere, con attività di mediazione e compravendita piuttosto diversificate, dal commercio e noleggio di libri alla prestazione di servizi di promozione culturale, dall’allocazione di spazi pubblicitari al commercio del vino Chianti. Le sue tracce nei documenti dell’epoca lasciano un poco sconcertati e restano solo accennate, di difficile decifrazione, come se tutti questi segni e indizi fossero solo la parte visibile di un’esistenza sostanzialmente poco conoscibile e articolata in percorsi umani e professionali molto riservati e ben protetti. Per di più, la sua figura emerge a Crema quando è ancora molto giovane. Presto orfano di entrambi i genitori, appena ventenne appare già con incarichi e incombenze, in traffici e commissioni.

Una cosa è chiara e certa: Giacomo Cazzamalli, qualunque cosa facesse o disbrigasse, presto o tardi tornava a occuparsi di giornali e di libri. Infatti risulta anche come “libraio”, e questa qualifica sembra negli anni prevalere e forse indicare una scelta, una predilezione tra le varie attività e occupazioni. Si tratta di un aspetto molto importante, perché allora a Crema il concetto di “libreria” e la decisione di procurare, vendere, noleggiare o anche semplicemente pubblicizzare e diffondere libri non erano una cosa frequente e scontata come oggi. Attualmente in città non mancano le librerie (ce ne sono almeno quattro), che svolgono diverse attività nel loro ambito, anche con numerose iniziative di promozione culturale e con una forte interazione mediatica rispetto al proprio potenziale bacino di utenza. Una “storia delle librerie cremasche” deve essere ancora scritta e potrebbe risultare di notevole interesse. Probabilmente, Giacomo Cazzamalli è stato a Crema, tra le altre cose, il primo “libraio” nel senso più moderno del termine. La sua libreria era nell’edificio a più piani, utilizzato anche come residenza familiare e come sede e recapito di determinate attività, nella Contrada Serio, oggi via Mazzini, nel tratto posto all’inizio della parrocchia di San Benedetto. Una libreria come luogo di acquisto, noleggio, scambio di libri ma anche di lettura e di incontro. Un posto dove la cultura si congiungeva alle relazioni e alle frequentazioni cittadine che alimentavano la vita intellettuale ed economica del tempo.

Teniamo presente che solo nel 1864 era stata aperta a Crema una biblioteca comunale, con dotazione libraria ancora da sviluppare compiutamente, nei locali del municipio e con primo bibliotecario Giovanni Solera. Le principali raccolte di libri erano ancora quelle dei palazzi signorili e degli enti religiosi. Inoltre, quando parliamo di Crema in quell’epoca, dobbiamo tenere presente che era una città molto diversa dall’attuale. Migliore o peggiore, è difficile a dirsi (e spesso in proposito non mancano, anche di recente, opposte opinioni). La popolazione cremasca, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, contava solo tra gli ottomila e i novemila abitanti, residenti quasi tutti intra moenia. Non era stata ancora fatta la scelta (ancor oggi discussa) dell’aggregazione dei tre municipi limitrofi nel 1928; non esistevano ancora il quartiere di Crema Nuova e gli altri mal accozzati insediamenti post-bellici (causa di una grave rottura dei precedenti equilibri urbanistici e demografici); non si era ancora verificata la massiccia e incontrollata (e malgestita) immigrazione da altre realtà nazionali e, soprattutto, estere.

La città in cui il Libraio Giacomo Cazzamalli operava era quindi parecchio differente dall’attuale. Dire “cremaschi” significava dire persone di sicuro e risalente radicamento familiare in città da più generazioni, non di provenienza varia, dai paesi o dalle campagne circostanti oppure da altri territori più lontani. Esisteva una forte gerarchizzazione in termini di ceto e di censo. Il tasso di alfabetizzazione era di poco superiore al cinquanta per cento (ed era molto più basso nel contado intorno alla città). Il Libraio di Contrada Serio era dunque un innovatore piuttosto coraggioso, vista la situazione. Aveva infatti raccolto nella sua Libreria circa mille volumi, non trascurando le novità editoriali del momento, che si potevano anche noleggiare pagando un canone mensile prefissato. Andare a quell’indirizzo, al numero “9 rosso” di Contrada Serio, era diventata un’abitudine per molti cremaschi amanti della cultura e dei libri, ma pure in cerca di un luogo di ritrovo, di incontro e di confronto. Anche perché tutto lì si collegava, dalle ultime notizie sulla stampa locale e nazionale alla possibilità di conoscenze ed entrature utili per le proprie attività professionali e imprenditoriali, così da cogliere novità e opportunità non solo intellettuali ma anche economiche, sviluppando meglio i propri affari.

A questo punto, cerchiamo di capire meglio chi fosse questo strano personaggio, che a Crema si muoveva con molta discrezione ma che finiva spesso col trovarsi in diversi punti di snodo della vita civile. Sappiamo, dai registri parrocchiali, che il nonno paterno, Giacomo Cazzamali, era un “artista”, qualifica che allora significava quasi sempre “artefice” o “artigiano”. La nonna paterna, Maria Elisabetta Ferrari, era “cucitrice”. Lo stesso vale per i nonni materni: Vincenzo Macalli (o Maccalli) era anche lui “artista”, mentre Giovanna Mariani era pure lei “cucitrice”. Tutti e quattro gli avi erano cremaschi nativi e residenti. Il padre, Bernardino Cazzamali, era nato il 7 novembre 1812 nella parrocchia della SS. Trinità. La madre, Nicolina Giovanna Faustina Maccalli, era nata il 9 settembre 1808 nella parrocchia della Cattedrale. Anche i due genitori risultano come “artista” e “cucitrice”, quasi un destino familiare, peraltro comune a numerosi appartenenti a quel ceto popolare urbano nella prima metà dell’Ottocento. I due si sposano in Cattedrale il 7 settembre 1834 e vanno a vivere in vicolo al Vescovato n. 457 (allora la numerazione viaria era complessiva e non per singola strada). Bernardino era minorenne, in quanto il Codice Civile austriaco (ABGB) fissava la maggiore età a 24 anni. Nicolina compiva invece, due giorni dopo il matrimonio, 26 anni. Per lo sposo minorenne deve intervenire il prescritto consenso paterno. La sposa è esonerata dalla firma degli atti, in quanto “illetterata”, cioè analfabeta. Testimoni sono il “dottor fisico” Carlo Segalini e il signor Giuseppe Segalini.

Giacomo Cazzamalli nasce quattordici anni dopo il matrimonio, l’11 ottobre 1848, alle 5 pomeridiane, nella casa familiare in vicolo al Vescovato, e viene battezzato nella stessa giornata in Cattedrale dal “curato maggiore” Francesco Gerola, con testimone e madrina Giuseppa Tognoli. La levatrice è Martina Todeselli. Ha già altri fratelli, tra cui Carlo, che ha dieci anni più di lui. La famiglia non è certo abbiente ma conduce un’esistenza tutto sommato dignitosa, tanto che sia Carlo che Giacomo riescono ad avere nell’adolescenza una certa preparazione scolastica e poi a maturare una cultura di tutto rispetto. Carlo diventa un affermato tipografo e un imprenditore molto noto, non solo localmente, nel campo dell’editoria e della produzione di opere tipografiche di buon livello, un ambito imprenditoriale allora in rapida espansione. Dalla sua tipografia nascono e si evolvono alcune delle principali realtà cremasche del settore: dalla ditta “Carlo Cazzamalli” derivano ad esempio la “Cazzamalli di Plausi & Cattaneo” e poi la “Cattaneo”, che si trovava ancora collocata sulle cosiddette Quattro Vie alcuni decenni fa (originariamente in via Vittorio Emanuele II al n. 1, dal 1945 via Matteotti, all’angolo con la Contrada del Cimarosto, dal 1889 via dei Racchetti). Carlo muore nel 1894.

A ventidue anni, Giacomo si sposa. Nel frattempo, il Codice Civile italiano del 1865, in sostanziale estensione nazionale del Codice Civile carlo-albertino del 1837, ha previsto la maggiore età a ventun anni (art. 323). Il 23 gennaio 1871, Giacomo si unisce in matrimonio, nella Cattedrale di Crema, con Lucia Carolina Tosetti, nata il 26 gennaio 1853, minorenne e quindi munita del debito consenso paterno. Il sacerdote officiante è Francesco Antonio Grossi. Testimoni sono Paolo Zurla (SS. Trinità) e Cristoforo Bianchessi (Cattedrale). La moglie è figlia di Luigi Tosetti e Maria Grossi. Sono entrambi cremaschi e anche la loro famiglia risiede nella parrocchia della Cattedrale. Dal registro parrocchiale, Giacomo risulta orfano di entrambi i genitori (“fu Cazzamali Bernardino” e “fu Maccalli Nicolina”) ed è già definito come “libraio”, mentre Lucia risulta “civile”, in pratica casalinga non ancora occupata. È probabile che la coppia vada subito o quasi subito a vivere in Contrada Serio. Il numero civico della casa è in quegli anni il 647, cioè ancora quello complessivo e non distinto per vie cittadine. Solo successivamente questa casa di famiglia, che come si è detto fungerà anche da libreria, sede di varie attività di Giacomo, recapito commerciale e pure magazzino merci in alcuni locali, assumerà il numero viario specifico “9”, divenuto poi “9 rosso” e infine “16”. Nel 1909 la Contrada Serio è intitolata a Giuseppe Mazzini. Con questa scelta di residenza, la famiglia di Giacomo risulta trasferita appena dopo il confine di parrocchia e passa quindi dalla Cattedrale a San Benedetto. È la casa in cui Giacomo vive e opera attivamente all’incirca per una ventina d’anni e nella quale viene a mancare nel 1892.

Scorrendo la serie dei giornali pubblicati a Crema prima dell’uscita del periodico “Gli Interessi Cremaschi”, consultando gli appositi archivi esistenti alla Biblioteca Comunale di Crema (presso la quale purtroppo, per alcuni giornali, la sequenza è incompleta, a volte persino con carenze di alcuni anni), si notano alcuni aspetti interessanti, riguardanti proprio Giacomo Cazzamalli. Sono aspetti rilevati anche da Piero Cattaneo (op. cit.) e che aumentano le curiosità sul nostro personaggio. Ad esempio, riguardo a “L’Amico del Popolo”, pubblicato dal 1859 al 1862, risulta responsabile della “raccolta abbonamenti” la “vedova Cazzamali”. Da notare che la madre di Giacomo era “illetterata”, in pratica analfabeta. Se era lei, come appare probabile, faceva dunque da prestanome? Cattaneo tratta il tema dei prestanome e dei vari “gerenti responsabili” di comodo in modo ben documentato e pure piuttosto arguto, citando tra gli altri Davide Casalini, che era un facchino, e Alessandro Gelera, che era semianalfabeta. Anche per la raccolta abbonamenti della “Gazzetta di Crema”, per il periodo iniziale dal gennaio 1863 al giugno 1864, appare come responsabile la “vedova Cazzamali”. Sempre seguendo la tabella di Cattaneo (pp. 111-117), Giacomo Cazzamalli risulta addirittura editore e proprietario della “Gazzetta di Crema” nel 1872 e per tutto il 1874, restando poi amministratore degli abbonamenti e recapito per tutto il 1875. Il ragazzo è poco più che ventenne. È anche editore e proprietario de “L’Indipendente Cremasco” dal novembre 1875 al giugno 1876. Quindi è editore e proprietario de “La Voce del Paese” nel 1876, che di fatto è il seguito del giornale precedente. Non è chiaro se sia pure l’editore della “Gazzetta del Villaggio”, uscita per pochi numeri nel 1876. Nel 1880, a trentun anni, fonda, dirige e amministra “Gli Interessi Cremaschi”, il periodico che per undici anni sarà un punto di riferimento molto importante, come si è detto, per buona parte dell’opinione pubblica cremasca. 

Difficile dire se Giacomo sia stato, divenuto da poco maggiorenne, un giovane genio del giornalismo oppure un semplice prestanome. Oppure ancora, più verosimilmente, se abbia velocemente imparato, dopo alcuni anni di esperienze più formali che sostanziali, a diventare per davvero, oltre che un libraio molto apprezzato, anche un valido direttore di giornale, editorialista e imprenditore della carta stampata. Qualcuno lo ha aiutato? All’inizio, in effetti, le sue origini familiari non erano certo tali da schiudergli molte porte. Poi, quando “Gli Interessi Cremaschi” si affermano, il suo bagaglio di esperienze e la sua capacità di interpretare i segni dei tempi sono ormai del tutto fuori dubbio. Di Giacomo traccia un interessante profilo Vittorio Dornetti (op. cit.). Questo autore prende in considerazione i contenuti e gli obiettivi de “Gli Interessi Cremaschi”, un giornale “tutto volto al miglioramento della situazione economica della città”, sempre “orientato verso un pragmatismo battagliero”. Evidenzia la sintonia tra gli articoli pubblicati e i lettori ai quali il periodico è in buona misura destinato, che sono soprattutto commercianti, industriali, possidenti, imprenditori agricoli, negozianti (il numero iniziale di 500 copie, sul principio non elevatissimo per Crema, aumenta poi progressivamente, come il numero degli abbonati fissi). Rimarca l’importanza del Supplemento al giornale, che contiene proposte, appelli, iniziative, dichiarazioni, e soprattutto la rilevanza della rubrica Rivista Commerciale, che per molti anni “costituisce un tratto originale della pubblicazione” (in effetti l’insieme di quotazioni, listini, prezzi, considerazioni merceologiche e di mercato di tale Rivista è molto apprezzato dai lettori).

Trattando della personalità di Giacomo, che affronta le diverse sfide giornalistiche ed editoriali sopra indicate con spirito molto proattivo e con notevole intraprendenza, Dornetti colloca il suo ruolo in un contesto culturale davvero significativo, quello del giornalismo economico di qualità, che anche in Italia, nella prima metà dell’Ottocento, aveva svolto un ruolo fondamentale per lo sviluppo della mentalità imprenditoriale e per l’innovazione agricola, commerciale e industriale, sull’esempio di quanto era avvenuto nei paesi anglosassoni (e poi mitteleuropei) tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo. Naturale quindi il riferimento ai precedenti italiani dei diversi “Annali”, sia quelli più “statistici”, sia quelli di “arti e mestieri”, sia quelli di varia “scienza e tecnologia”. Certo, a Crema ci si arriva qualche decennio dopo, rispetto a Milano, a Firenze o ad altre realtà italiane. Ma con Giacomo ci si arriva. L’esempio è quello delle esperienze, ad esempio, di Francesco Lampato, che anche Dornetti cita (ripreso da Cattaneo), in riferimento a Marino Berengo, “Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione”, 1980, Einaudi, Torino (pp. 222 ss.). “Il Cazzamalli approda agli Interessi Cremaschi dopo un lungo periodo (in realtà, abbiamo visto, non proprio lunghissimo, n.d.a.), nel quale ha cercato di realizzare, attraverso la fondazione di diversi giornali, le esigenze dei vari ceti della popolazione cremasca, offrendo loro un organo di stampa nel quale poter riconoscere e attraverso il quale far intendere le loro richieste”. “Come appunto per il Lampato”, Giacomo esprime la “decisa volontà di farsi editore di una catena di giornali, assumendo quindi un ruolo di tipo inglese”.

Un elemento che probabilmente facilita un certo approccio affaristico di Giacomo all’editoria in genere e al giornalismo in particolare, è quello della allocazione economica degli spazi pubblicitari. Le inserzioni pubblicitarie occupano uno spazio cospicuo e sono da lui proficuamente amministrate. Inutile negare che siano per Giacomo una buona fonte di business, magari a sostegno del bilancio della testata, forse però non solo con quella destinazione. Per Dornetti, “le pagine dedicate alla pubblicità non corrispondono quindi, per il Cazzamalli, ad una pausa grigia ed utilitaristica del giornale, ma sono valutate alla stregua di un appoggio concreto allo sviluppo dell’economia di Crema”. Guido Antonioli, nel suo “La media borghesia predomina”, in “Ipotesi ‘80”, V, settembre (p. 8), aveva rilevato che sulla stampa cremasca “dalle prime, sparute, pittoresche reclame della metà del secolo (si intende qui l’Ottocento, n.d.a.), si arrivò ad intere pagine di inserzioni pubblicitarie, che testimoniano l’espandersi frenetico delle attività commerciali in quel tempo”. Senza arrivare alle “intere pagine”, Giacomo utilizza al meglio, in termini economici e pubblicitari, le inserzioni e il loro impatto mediatico sui lettori del tempo. Anche in questo, è molto efficace e riesce a soddisfare le esigente altrui traendone profitto proprio. Che, a ben vedere, è proprio quello che fa il bravo imprenditore. Cattaneo “ipotizza due conti” sui proventi di quelle pubblicità, sul presupposto che “quasi tutte le testate vendevano agli inserzionisti dal 25 al 35/40% dello spazio di ogni numero”, giungendo a risultati molto indicativi. Probabilmente, anche nel business degli spazi pubblicitari, Giacomo è un antesignano.

Il matrimonio di Giacomo e Lucia è allietato da numerosi figli, tutti nati a Crema, nella casa di famiglia, come allora era d’abitudine. I primi tre sono Rosina Adelaide Luigia, nata il 17 giugno 1872; Luigi Bernardino Giuseppe, nato il 26 giugno 1874; Angela Nicolina Maria, nata il 12 marzo 1876. Seguono quattro figli che però vengono a mancare poco dopo la nascita. Allora era una cosa abbastanza normale che la mortalità infantile, spesso nei primi giorni di vita, falcidiasse le nascite familiari. Non sopravvivono Sylla Giuseppa Maria, nata il 10 luglio 1877 e morta nove mesi dopo, il 16 marzo 1878; Cataldo Giuseppe Maria, nato il 29 gennaio 1880 e morto due giorni dopo, il 31 gennaio, proprio nel giorno dell’uscita del primo numero de “Gli Interessi Cremaschi”; Silla, nata il 2 luglio 1881 e morta due giorni dopo, il 4 luglio; Zita Teresina, nata il 28 aprile 1884 e morta lo stesso giorno. L’ultimo figlio, che riesce a sopravvivere alla mortalità infantile, è Ferdinando Giuseppe Secondo, nato il 4 agosto 1887. È il “piccolino” di famiglia. Le due sorelle Rosina e Angela, insieme al fratello Luigi, lo accudiscono con affetto, avendo diversi anni più di lui. Il bambino stupisce tutti per la sua inaspettata sopravvivenza, dopo che ben quattro figli di Giacomo e Lucia non ce l’avevano fatta.

Uno degli aspetti curiosi che non hanno trovato risposta riguardo a Giacomo è che non si è mai rivolto, per le edizioni dei libri pubblicati o per la stampa dei suoi giornali, alla tipografia del fratello Carlo, peraltro molto ben avviata, di sicuro affidamento e in grado di soddisfare anche la clientela più esigente. I due andavano certamente d’accordo e diventa difficile ipotizzare ragioni personali o motivi riferiti a dissidi, dissapori o simili. Anzi, più volte si verificano momenti di reciproco aiuto e sostegno. Basti dire che, alla morte di Giacomo, è Carlo a curare le varie denunce ai pubblici uffici, come risulta anche dall’atto di morte reso al sindaco e ufficiale di stato civile avv. Antonio Magri, con dichiarazione rilasciata da Carlo insieme al vigile pubblico Giovanni Pagliari. I libri come “Storia della guerra Serbo-Turca del 1876”, di Pietro Monferini, o altri del genere, editi da Giacomo con un buon successo (la dizione in copertina è di solito “Giacomo Cazzamali Editore”) sono stampati da altri, anche fuori Crema. “Gli Interessi Cremaschi” sono stampati da Cima & Pallavicini di Lodi, poi Cima & Moroni. I precedenti giornali di cui Giacomo risulta editore e proprietario sono stampati da vari tipografi, come ad esempio la Tipografia Editrice Economica di Giuseppe Anselmi. Anche per gli opuscoli, il materiale più divulgativo o i fascicoli vari, la stampa è affidata ad altri, come alla Tipografia Claudio Wilmant di Lodi o alla Tipografia Tonani di Soresina.

Giacomo utilizza un vero e proprio network editoriale, in modo situazionale e probabilmente attuando un proficuo benchmark economico e qualitativo, da provetto operatore del settore. Una certa fiducia accordata a Cima & Pallavicini si nota per l’edizione della “Commemorazione e Apoteosi di Garibaldi fatta in Crema il 17 giugno 1882”, un paio di settimane dopo la scomparsa dell’Eroe dei Due Mondi, così come per altre agili pubblicazioni a forte diffusione popolare. Anche sul rapporto, in generale, tra editori e stampatori di quell’epoca nel nostro territorio, si veda il citato contributo di Cattaneo. Sui due fratelli, questo autore precisa: “In una Rubrica degli esercenti commerciali e industriali della Provincia, conservata presso l’archivio della Camera di Commercio di Cremona, non datata ma sicuramente di fine Ottocento, alla voce Tipografi compare soltanto Carlo Cazzamalli, mentre alla voce Cartolai e Librai sono elencati entrambi ma separatamente”. Infatti “nei registri di morte del Comune, all’anno 1892 per Giacomo Cazzamalli e all’anno 1894 per Carlo Cazzamalli, si legge per il primo la qualifica di commissionario, per il secondo di tipografo”.

La posizione sempre pragmatica e costruttiva; il modello culturale basato sul confronto e sull’apertura mentale; la fiducia nel progresso scientifico e nell’innovazione delle attività economiche del nostro territorio; l’impegno a fare di Crema una città prospera ma ordinata, integrata in un sistema generale di relazioni e comunicazioni ma al tempo stesso munita di forte identità e senso di appartenenza; la ripulsa di ogni ideologia politica demagogica, populista e di fazione partitica: questi sono gli elementi che emergono chiaramente dagli scritti di Giacomo. In quel periodo non mancavano a Crema le discussioni e le polemiche su diverse questioni, anche gravi, che il nuovo Stato unitario stava con difficoltà cercando di risolvere. Tra tutte, si pensi al conflitto esistente tra le istituzioni pubbliche italiane e il papato del Sillabo e del non expedit. I governanti nazionali erano spesso scomunicati. La Massoneria era condannata da una sfilza di allocuzioni, bolle, encicliche, fino alla Humanum Genus di Gioacchino Pecci nel 1884. Anche a Crema infuriavano le polemiche e gli attacchi reciproci. Una delle principali provocazioni era stata la realizzazione e il posizionamento nel Duomo di Crema della statua di Giovanni Maria Mastai Ferretti nel 1878, anno della sua morte, opera di Quintiliano Corbellini, anche per la scritta riferita ai dolori patiti dal pontefice e quindi, non tanto indirettamente, ai poteri avversi (lo Stato italiano) che glieli avevano causati (“Quot dolores, quot lacrimae in miti ejus corde invalerunt filii ingratissimi” e via dicendo).

Ebbene, colpisce in proposito, tra i tanti articoli firmati da Giacomo anche negli anni precedenti, in merito a tutte quelle polemiche allora accesissime, l’editoriale in prima pagina sul numero 13 di sabato 29 marzo 1890 de “Gli Interessi Cremaschi”, dal titolo “Tra due fuochi”, in cui si afferma una vera e propria presa di posizione di equidistanza tra “la Frammassoneria” e i “Frati Domenicani e i Gesuiti”. “Guardando più alla sostanza che alla forma delle cose umane, più alla realtà che alle chiacchiere e alle parvenze”, si dichiara che non si deve avere “paura della Frammassoneria” e che parimenti non si deve avere “simpatia” per i bigotti. Certe polemiche religiose non servono e anzi danneggiano i veri “interessi” economici e sociali della comunità. Occorre passare “tra i due fuochi”, ignorandoli e perseguendo il bene pubblico della nazione italiana e della città di Crema. L’articolo è anche una risposta all’altro giornale “Il Paese”, che “curioso come le donnicciole” voleva “conoscere il colore politico” e la posizione de “Gli Interessi Cremaschi” riguardo alle diatribe di politica ecclesiastica che da decenni imperversavano anche a Crema.

Giacomo muore il 5 agosto 1892, “di anni quarantatré e mesi nove”, “alle ore 11 antimeridiane” secondo il registro parrocchiale degli atti di morte. Qui risulta di professione “agente” e spirato nella sua casa di abitazione “munito di tutti i conforti religiosi”. Nel registro civile degli atti di morte, come si è detto, risulta che la dichiarazione del decesso è formalizzata dal fratello Carlo insieme a Giovanni Pagliari. Non sappiamo quali azioni intraprenda la vedova, Lucia Tosetti, allora trentanovenne, per fare fronte alla morte del marito e alle conseguenze, non solo affettive ma anche economiche e organizzative, della sua scomparsa. Rosina, Luigi e Angela hanno rispettivamente venti, diciotto e sedici anni. Ferdinando ha compiuto i cinque anni il giorno precedente alla morte del padre. Quello che sappiamo è che Lucia è molto in gamba, riesce nel complesso a portare avanti la famiglia in modo positivo, fornisce ai figli una valida istruzione scolastica e culturale, soprattutto a Luigi e a Ferdinando, e assicura un ordinato passaggio delle residue attività del marito ad altri soggetti economici.

Sappiamo anche che Luigi resta nella casa di famiglia e vi stabilisce poi la sede delle sue attività imprenditoriali. Nel 1914 risulta commerciare e avere la rappresentanza, tra le altre cose, in “macchine agricole”, “concimi chimici” e “gesso per agricoltura”, nel suo studio in via Mazzini (il numero civico è nel frattempo divenuto il 23), come risulta da una Monografia Statistica Economica della Camera di Commercio e Industria della Provincia di Cremona di quello stesso anno 1914. Anche alla luce dell’alternanza del cognome registrato a volte come Cazzamali, altre volte come Cazzamalli, persino in modo diverso per uno o per l’altro dei figli di Giacomo, oltre che in ragione della menzione di quest’ultimo nei pubblici atti a volte come Serafino Giacomo, altre volte solo come Giacomo, una sentenza del Tribunale di Crema del 23 aprile 1921 stabilisce che il cognome familiare sia Cazzamalli, con due “elle”, e che Serafino Giacomo sia il nome corretto del nostro Libraio di Contrada Serio.

Uno dei tanti aspetti curiosi di questa vicenda è quello di un possibile genius loci, un Geist, un duende che continuerebbe a mantenere, nei dintorni della prima vera libreria cittadina, aperta un secolo e mezzo fa da Giacomo, una sua ricorrente presenza. Infatti, diversi decenni fa esisteva lì la Galleria del Libro del signor Giorgio Orso, che non era proprio nella stessa casa dei Cazzamalli ma si trovava a pochi metri. E oggi lì c’è la Libreria Mondadori, che si trova esattamente nella casa di fianco a quella di Giacomo. Forse sono solo coincidenze.

Ci stavamo dimenticando del “piccolino”, di Ferdinando Cazzamalli, l’ultimo figlio. Diciamo che diventerà molto importante. Ma questa è un’altra storia. La si può leggere su Insula Fulcheria XLVIII del 2018 (pp. 309-318), scaricabile in rete; e pure sul sito ASPI - Archivio Storico della Psicologia Italiana (Università Milano Bicocca), nella sezione “Protagonisti”; e anche su Cremona Sera: l’articolo è del 9 luglio 2021, nella sezione “Il Personaggio”.

Suo padre sarebbe stato fiero di lui.

 

Pietro Martini


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