19 giugno 2026

"Come se fossi stato un assistente di Francesco Cavalli". Parla Antonio Greco che questa sera dirigerà "le Nozze di Teti e Pelo" del compositore cremasco

Al Monteverdi Festival arriva l’opera di Francesco Cavalli: Le nozze di Teti e Peleo (Teatro San Cassiano, Venezia 24 gennaio 1639, libretto di Orazio Persiani) prima rappresentazione mondiale in epoca moderna nel 350esimo anniversario della morte di Francesco Cavalli. Una favola mitologica che narra del tormentato amore tra Teti e Pelo, prodromo poi della guerra troiana.

Direttore il cremonese Antonio Greco a cui è toccato anche il lavoro di ricostruzione di un’opera che è giunta a noi con non pochi problemi di costruzione del testo musicale, e per questo lavoro molto atteso.

Abbiamo incontrato Greco durante le prove al Teatro Ponchielli.

Antonio, innanzitutto il tuo rapporto da direttore d’orchestra con la regia. Tema sempre attuale negli allestimenti di opere liriche, soprattutto queste del periodo barocco. 

Il rapporto con la regia di quest'opera è molto armonico; musica e gesto si integrino molto bene. E’  un lavoro in sinergia. Sono contento di quello che sta accadendo. Ecco il fatto che questa quest'opera abbia un libretto che ripercorre un'azione puramente mitologica e non storica. Questo aiuta a superare la divaricazione che c'è tra l'antico e moderno. L’aspetto mitologico lascia più spazio alla regia ed è meno condizionante rispetto a un'azione invece inserita nella storia. 

Il manoscritto della Biblioteca Marciana lascia molto spazio agli esecutori contemporanei. Non tutta la musica è scritta. Come ti sei accostato a questa ricostruzione testuale e musicale?

La partitura è comunque molto chiara. Il manoscritto superstite serviva, probabilmente, a chi suonava il basso continuo o ancora a chi curava la rappresentazione. Ci sono pentagrammi vuoti. Sulla sinfonia a cinque  abbiamo la linea del basso continuo e quattro pentagrammi vuoti. Nei punti dell’intervento del coro ci sono sei pentagrammi vuoti e sotto la linea del basso, con il testo sillabico. Io ho completato quei ‘vuoti’. Ho lavorato come se fossi stato un assistente di Francesco Cavalli. Ho studiato come questa musica. Questi repertori e il suo contrappunto. Ho cercato di ricreare con la mia sensibilità e con lo studio quello che era accaduto nel 1639. Anche se tutto quello che accadde nel teatro veneziano non risuccederà mai più.

Credo che due siano i problemi maggiori di una rappresentazione moderna: l’attribuzione delle voci e la strumentazione da utilizzare soprattutto per il ‘basso continuo’, ovvero l’orchestrazione.  

Parto dall'orchestrazione. Dai libri paga dei teatri veneziani dell’epoca sappiamo come erano quelle orchestre. C'era un piccolo gruppo d'archi. Due clavicembali. Qualche tiorba. Una strumentazione dunque molto asciutta. Ci sono tre momenti nel manoscritto in cui si cita la tromba, quindi è presumibile una fanfara. Nella sinfonia sono previste le viole. Sono citati corni e tamburi, dunque è evidente la presenza di strumenti a fiato: erano probabilmente quelli della fanfara di San Marco. Nella ricostruzione che proporremo ci saranno molti più strumenti di quelli previsti per la realizzazione del ‘basso continuo’.  Per quanto riguarda l’attribuzione delle voci quasi tutte ricostruibili facilmente, tranne quella del personaggio di Meleagro che, invece, è già definitiva in modo specifico nel manoscritto.

Una favola antica quella delle Nozze di teti e Peleo, che però ha un sottofondo tragico se così vogliamo definirlo. 

E’ una favola in cui la discordia è l’elemento centrale della narrazione. Le nozze di Teti Peleo sono l'antefatto della guerra di Troia. La messa in scena cremonese cade in questo 2026 che è veramente un momento tragico pieno, purtroppo, di discordie anche se la favola, in sé, si risolve, come tutte le favole, in un lieto fine. 

 

Roberto Fiorentini


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