8 maggio 2026

“L'oracolo grigiorosso”, oltre trent'anni di Cremonese visti dall’obiettivo di Ivano Frittoli:”Il crollo? Difficile da analizzare, ma credo sia successo qualcosa di grave dentro lo spogliatoio"

Questa storia comincia quando la fotografia era passione per pochi e professione per ancora meno. Non esistevano smartphone, droni, GoPro né social dove pubblicare in tempo reale migliaia di immagini. Esisteva la pellicola: ogni scatto aveva un costo preciso. C'erano rullini di varia sensibilità, a colori o in bianco e nero, da 12, 24 o 36 esposizioni. Chi non aveva pretese puntava sui rullini economici — e sulle macchine altrettanto economiche —, tanto che ad ogni rullino sviluppato te ne regalavano spesso uno nuovo. C'erano le macchinette usa e getta, le «punta e scatta» con flash e ricarica automatica, e poi le reflex con obiettivi intercambiabili: Canon, Nikon, Pentax, Fuji, Yashica, Contax. Album, diapositive e, per i fotoamatori più evoluti, archivi di negativi maniacalmente suddivisi con note e foglietti — altro che database elettronici. Almeno prima dell'arrivo del digitale.

Il protagonista di questa intervista quella storia la conosce bene: l'ha vissuta dall'interno. Ivano Frittoli, il «mitico Ivano», ha fatto della fotografia prima una passione e poi una professione. Ciò che lo rende unico è il legame stretto con i colori grigiorossi, di cui ha raccontato le vicende per oltre trent'anni attraverso i suoi scatti.

Vale la pena spendere una parola su chi, come Ivano, vive la fotografia come un'arte. Il valore dello scatto sportivo va oltre la qualità tecnica dell'immagine: c'è la capacità di essere nel posto giusto al momento giusto, di anticipare un movimento, un'esultanza, un contrasto, una palla che si insacca. Niente di tutto questo è casuale, in chi ha dedicato la vita a fermare il tempo e le emozioni.

Ivano quelle emozioni le ha fermate, archiviate e in parte pubblicate su giornali prima e su siti online poi — quando ancora non eravamo sommersi da statistiche inutili esibite sui social da sedicenti allenatori, procuratori e opinionisti. Nel calcio di Ivano non c'è posto per calcoli e numeri, solo per le emozioni che i calciatori sanno regalare a chi li osserva, dagli spalti o dal campo.

Il ragazzo del quartiere San Bassano di via dei Mille.

La storia di Frittoli comincia nel 1956, nel rione popolare di San Bassano. Ragazzo come tanti, si ritrova a correre dietro a un pallone. Gioca nelle giovanili della Juventina, la squadra del quartiere, e — segno del destino — ha il privilegio di calcare l'erba dello Zini nelle partite che precedono quelle dei suoi idoli, tra cui Mario «Jumbo» Ghisolfi, portiere che ha difeso i pali della Cremonese dal 1949 al 1957. Sui campi locali incrocia Giancarlo Vasini e Aristide Guarneri: stessa passione, carriere differenti — Brescia e Inter per i due difensori cremonesi, calcio amatoriale per Ivano. Ma il destino lo legherà ai colori grigiorossi molto più a lungo di quanto potesse immaginare.

Nel frattempo la vita va avanti, tra famiglia e lavoro: per oltre trent'anni Ivano Frittoli è agente Lamborghini Calor, tecnico specializzato nell'assistenza e nell'installazione di impianti di riscaldamento industriali. 

La domenica, però, appartiene alla Cremonese e alla sua grande passione per le moto. Fino all'inizio degli anni Ottanta, quando la fotografia e la Cremonese si intrecciano e lo catapultano a bordo dei campi, obiettivo in mano, per raccontare le gesta dei grigiorossi. Collabora con il giornalino distribuito allo Zini prima delle partite casalinghe, con «La Partida», poi «Mondo Padano», e «Il Vascello» e altre testate locali; per circa cinque anni è anche fotografo ufficiale dell'US Cremonese. 

Poi arriva la collaborazione con il sito *Sportgrigiorosso*, dove ci siamo conosciuti e dove di fatto chiude la sua avventura da fotografo — pur continuando a esercitare quella da tifoso sui gradoni dello Zini.

L'intervista

Ivano, partiamo dall’inizio

«Sono nato a Cremona, nel quartiere San Bassano, in via dei Mille. Ho cominciato a giocare nelle giovanili della Juventina e ho continuato fino a cinquantacinque anni da amatore. In quella squadra, l'anno prima di me, aveva giocato Aristide Guarneri. Ho giocato anche con Vasini, che poi è passato al Brescia: uno dei primi cremonesi a fare il salto di categoria, ha giocato sia in Serie B che in Serie A».

La fotografia: quando è nata questa passione?

«L'ho sempre avuta, fin da ragazzino. Non appena ho potuto permettermelo, mi sono comprato una reflex e non l'ho più mollata — come non ho più mollato la Cremonese».

E quando le due passioni si sono unite?

«Ho cominciato a fotografare per il giornalino distribuito allo Zini prima delle partite casalinghe, "La Partida", e prima ancora per *La Provincia*. Come fotografo alla Cremonese ho iniziato nella stagione 1985-'86, se non ricordo male, sempre con "La Partida", insieme a Muchetti. Poi ho collaborato con "Il Vascello" di Antonio Leoni per sette-otto anni, sempre foto alla Cremonese. Al Vascello lavorava anche Alex Everet, e quando la testata ha chiuso, Alex ha messo in piedi il sito di *Sportgrigiorosso*, con cui ho cominciato a collaborare».

Hai conosciuto personalmente diversi protagonisti del club. Qualche ricordo?

«Con Miglioli ero amico dai tempi del calcio giocato: lui era del Sant'Ambrogio, ci siamo conosciuti tramite mio padre, che faceva il messo comunale. Mi diceva sempre: "Te sei l'unico che non mi cerca mai niente". Con Enrico Piccioni siamo diventati amici col tempo — gli ho fatto anche gli impianti del suo ristorante. Con Gualco, Bencina e Bonomi avevo un buon rapporto: ci conoscevamo, ci si frequentava».

Ricordi di gare particolari?

«Ricordo la trasferta di Varese del 12 giugno 1983, e poi gli spareggi a Roma contro Como e Catania, il 22 e il 25 giugno successivi. Ma soprattutto la promozione in Serie A a Pescara, nel giugno del 1989. A fine partita ero negli spogliatoi. Quella notte non riuscii a dormire, pensando al rigore finale di Lombardo e a me dietro la porta mentre scattavo la foto prima del delirio».

E arriviamo a Wembley, 27 marzo 1993, finale del Torneo Anglo-Italiano.

«Mi ero accreditato in proprio — allora non c'era tutta la burocrazia di adesso. Bastava fare richiesta alla FIGC, mi hanno concesso l'accredito e sono partito con il gruppo degli italiani in aereo. Il giorno della partita dovevo essere allo stadio per le dieci di mattina, con il fischio d'inizio al pomeriggio. Ho lasciato i miei compagni di viaggio, ho preso la metropolitana e sono uscito a Wembley. Tra i cremonesi c'erano Muchetti e Faliva. Abbiamo mangiato insieme, poi ci hanno spiegato le regole: una volta presa la postazione, non ti potevi muovere fino alla fine del primo tempo; nell'intervallo si poteva cambiare, ma poi dovevi restare fermo anche nel secondo. Le postazioni erano delle buche a bordo campo, eravamo praticamente a livello del terreno di gioco, con gli obiettivi puntati verso il campo. Alla fine siamo andati tutti all'albergo della squadra — tifosi compresi. Un casino: Miglioli era scatenato».

Qualche aneddoto particolare allo Zini?

«Durante una partita, il difensore grigiorosso Vasile Mogoș stava correndo verso la porta avversaria quando, in un contrasto, ha perso l'equilibrio ed è volato oltre i cartelloni, finendo dritto addosso a me. La macchina fotografica è andata a finire chissà dove, qualcuno ha pure scattato una foto in quel momento. Lui non sapeva più cosa fare: "Scusa, scusa!", continuava a ripetere, e mi ha aiutato a rialzarmi. A fine partita, mentre stavo raccogliendo la mia attrezzatura, si è avvicinato e mi ha dato la maglia. Era un bravo calciatore, un po' matto, ma mi piaceva».

Quando hai "attaccato la macchina fotografica al chiodo"?

«L'ultima è stata a Como, per la promozione in Serie A. Stava diventando sempre più difficile ottenere l'accredito, anche essendo iscritto all'Ordine dei Giornalisti. E poi ero stanco: dopo tanti anni in giro, ore in campo d'inverno, con pioggia e freddo».

E così passi il tempo a curare il tuo archivio fotografico.

«Ho conservato tutti i negativi e li ho scansionati per pubblicarli online. Ho cominciato con una Minolta analogica, poi sono passato al digitale con una Canon — tutto materiale acquistato a mie spese. *Mondo Padano* mi riconosceva cinquanta euro a partita, sia in casa che in trasferta. Le stampavo in bianco e nero perché i giornali le volevano così, e subito: il colore non andava bene perché "si impastava" in stampa. A fine partita si andava via di corsa. All'inizio uscivo con Faliva a sviluppare le foto: è stato lui a insegnarmi. Poi mi sono attrezzato con una camera oscura a casa. Quando è arrivato il digitale — e con esso il colore — non avevo più bisogno di andare da nessuno: tornavo a casa, scaricavo le immagini e le mandavo direttamente».

C'è una foto a cui sei particolarmente legato?**

«Tante, ma mi viene sempre in mente quella con Maradona e Citterio in mezzo al campo che si scambiano i gagliardetti. Per fare una bella foto ci vuole occhio e fortuna; con l'esperienza impari dove posizionarti, quando cominciare a scattare».

Poi ci sono i colleghi.

«Ho iniziato con Faliva e Muchetti, poi tutti gli altri. Le trasferte con Giorgio Barbieri, Alex Everet e i colleghi di *Sportgrigiorosso*, con cui ho chiuso la mia avventura. Su tutti, Antonio Leoni: un grande uomo, un grande giornalista, un innovatore, che aveva già ben chiaro in che direzione stava andando il giornalismo — sua la prima testata online di Cremona, *Il vascellocr.it*. Era anche un grande appassionato di fotografia, di viaggi, di reportage, mostre, libri; ne parlavamo spesso. Mi stimava molto, mi diceva che avrei dovuto avvicinarmi prima alla fotografia, "ma con la fotografia non si mangiava". Verso la fine mi mandò una lettera di commiato che conservo ancora. Era un uomo tutto d'un pezzo, che apprezzava chi metteva impegno e passione nel proprio lavoro. È stato un maestro per un'intera generazione di giornalisti cremonesi, che lo ricordano con affetto e grande rispetto».

Veniamo all'oggi. Come hai visto cambiare il calcio?

«Le televisioni a pagamento, le moviole, le scommesse — che noi cremonesi abbiamo patito sulla nostra pelle — hanno tolto qualcosa al fascino genuino dello sport. Ho ammirato molto Vázquez, un fenomeno di fantasia tecnica, e mi è dispiaciuto vedere partire Castagnetti. Ma continuo a seguire la mia Cremo con la stessa allegria sana di quando ero ragazzino e andavo allo stadio per il gusto di tifare».

Anche se oggi sono più dolori che gioie…

«Chi se lo aspettava, guardando il girone d'andata. Pensavo che nel girone di ritorno la squadra potesse fare almeno la metà dei punti raccolti finora — intorno ai trenta, trentadue —, invece è stata una delusione totale che ha coinvolto tutti: calciatori, allenatori e società. Salvo solo il pubblico».

Quali sono, secondo te, le ragioni di questo crollo?

«È difficile da analizzare, ma credo sia successo qualcosa di grave all'interno dello spogliatoio. C'è poi un particolare su cui ho riflettuto spesso: i giocatori in prestito. Prendiamo ad esempio Maleh, del Lecce: non credo abbiano la stessa motivazione dei giocatori di proprietà, a meno che non ci sia l'obbligo di riscatto legato alla permanenza in Serie A. Anche Terracciano nelle ultime partite non mi è sembrato al meglio. Il dubbio è che, essendo in prestito con diritto di riscatto condizionato alla salvezza, si sentano meno legati al destino della Cremonese e preferiscano tornare alla società di appartenenza puntando a una sistemazione migliore. Un calo così drastico non si spiega altrimenti».

Sei d'accordo con l'esonero di Nicola?

«No, avrei continuato con lui: ritengo che abbia fatto bene. Il problema è che un allenatore non può fare miracoli se non ha giocatori all'altezza. Nella nostra formazione attuale, quanti possiamo definire davvero da Serie A? Forse due o tre. Gli altri sono bravi ragazzi, ma non possono reggere tutti insieme il peso della massima serie. Se ne hai sette in campo che non sono di categoria, è inevitabile che la squadra soffra».

Pure la società ci ha messo del suo…

«Non è stata all'altezza di ciò che la Serie A richiede, ma è un problema che si trascina da tempo. Non capisco perché non comunichino: restano chiusi nel loro "bunker" al Centro Arvedi e non dicono nulla, né nel bene né nel male. È un peccato, perché il pubblico merita un dieci: sono numerosi, incitano sempre la squadra e fanno grandi sacrifici economici per seguirla in trasferta».

Tra le tue foto ce n'è una con Giampaolo ai tempi di Simoni presidente. Cosa pensi del suo arrivo a Cremona?

«All’inizio ne ero entusiasta, ma poi mi ha deluso. Non capisco certe scelte, come far giocare Sanabria titolare lasciando fuori Barbieri o Payero, per poi inserirli negli ultimi minuti. Sanabria è stato invisibile per tutto il campionato. Il problema reale resta l'attaccamento: se prendi molti giocatori in prestito, non possono avere lo stesso legame di chi è di proprietà della Cremonese. Se le cose vanno male, molti pensano già a tornare alla base».

Quanto potrà influire il ritorno di Vardy?

«È un generoso, ha giocato troppo senza che gli dessero modo di rifiatare, quindi l'infortunio era prevedibile. Però contro la Lazio abbiamo visto tutti che giocatore sia quando è in campo. Ora contro il Pisa dobbiamo vincere per forza, anche per cambiare la sfortuna che ci ha perseguitato tra arbitri e occasioni sprecate. Sarà dura anche a Udine e con il Como, che gioca bene a pallone, ma dobbiamo crederci fino alla fine. I tifosi, prima che la vittoria, vogliono vedere la loro squadra lottare, con la giusta cattiveria agonistica, la giusta determinazione. I tifosi grigiorossi meritano di più e più rispetto. Io credo che la squadra si sia resa conto di avere toccato il fondo, soprattutto in termini di dignità e farà del proprio meglio per reagire, vada come vada”.

Ivano Frittoli è conosciuto dalla redazione di Sportgrigiorosso come "l'oracolo" e durante il viaggio della trasferta non manca mai la telefonata per il pronostico.

«Ho azzeccato tante volte le previsioni, soprattutto nelle partite importanti. Non so spiegarlo, ma ci ho preso spesso, ed in questo particolare momento la vedo molto dura, ma dobbiamo crederci».

Un archivio vivente

Ivano Frittoli è riconosciuto come uno dei custodi più preziosi della memoria sportiva cremonese. Ha realizzato numerose mostre fotografiche sulla storia grigiorossa e fu fotografo ufficiale sia del club sia della rivista *Sport Cremonese*, edita dalla società. È inoltre socio fondatore di *La Partita* e di *Mondo Grigiorosso*.

Tra le sue collaborazioni editoriali figurano i volumi *US Cremonese 1903-1993. Una squadra e la sua città*; *US Cremonese 1903-2005. Oltre un secolo di storia*; *US Cremonese 1903-2003*; *Un secolo in grigiorosso*; *Centenario della US Cremonese*.

Daniele Gazzaniga


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