10 giugno 2026

"Siamo tutti i personaggi dell'Incoronazione di Poppea di Monteverdi". Parla Roberto Catalano regista dell'opera in scena al Ponchielli il 13 giugno

L’Incoronazione di Poppea, opera in un prologo e tre atti, musica di Claudio Monteverdi sul libretto di Giovanni Francesco Busenello (prima rappresentazione: Venezia, Teatro Santi Giovanni e Paolo, Carnevale 1643) andrà in scena sabato 13 giugno al Teatro Ponchielli (ore 20.30). E’ la prima delle opere in cartellone del Monteverdi Festival. La regia è stata affidata a Roberto Catalano che in questa intervista spiega la sua Incoronazione. 

Catalano una domanda a mo’ di prologo. Si discute molto sul tema delle regie cosiddette tradizionali contrapposte a quelle ‘moderne’. Come si deve leggere questa contrapposizione che divide spesso il pubblico. 

Penso sempre che un allestimento più che tradizionale o moderno debba essere attuale nella misura in cui. affronta i sentimenti evidenziandoli e comunicandoli. Questo lo può fare un allestimento tradizionale come un allestimento moderno. Secondo me la dicotomia non è tra queste due visioni. Un allestimento deve essere parlante, deve dire qualcosa. Quindi non è tanto nella forma, ma quanto nel contenuto il vero tema. Credo che lo spettatore dovrebbe provare a non essere così prevenuto nei confronti di quello che vedrà se non è corrisponde alla sua aspettativa. Mi piacerebbe molto che ci fosse un'apertura, un ascolto, una predisposizione a lasciarsi ‘investire’ da quello che l'autore o il regista provano a comunicare. Gli allestimenti moderni non sono il male. Provano a intercettare qualcosa di molto profondo e che è messo a degli occhi di uno spettatore che vuole guardare senza pregiudizi.

Veniamo alla sua Incoronazione di Poppea. Il libretto intreccia molti e contrapposti sentimenti. Quelli amorosi che circolano in queste coppie protagoniste. C’è anche violenza e la razionalità umana rappresentata dalla figura di Seneca, filosofo stoico. Come cercherà di esprimere questo umano groviglio di sentimenti che è un po' il tema centrale dell'opera? 

Certo; sono i temi centrali dell’opera. Quello che è più sorprendente di questo libretto è la continua alternanza tra eccessivo e feroce vitalismo e contenimento dello stesso. Mentre assistiamo a una scena a un eccesso da parte di Nerone, immediatamente dopo c'è qualcosa di contenitivo: la morale contenitiva. C'è Seneca che cerca di ridurlo. C'è Ottavia che reprime il dolore per il tradimento e si pente del fatto che vorrebbe esprimere la rabbia in maniera completamente diversa. Una fortissima contrapposizione tra ciò che vogliamo e ciò che, invece, dobbiamo fare per rispettare le regole della morale scritte fuori da noi. E’ questa alternazione che racconteremo sulla scena.  Siamo stati tutti i personaggi di quest’opera. 

Catalano c'è la grande scena del suicidio di Seneca. La rappresentazione plastica della sconfitta della morale contro il vitalismo di Nerone. Come sarà nella sua Incoronazione? 

Senza volere svelare troppo. Sarà un momento di estrema semplicità. Racconta una transizione di un mondo di valori che scompare. Di questa giovinezza dirompente che invece subentra. Sulla scena appare visivamente questo passaggio. Attorno a Seneca appaiono i familiari che lo pregano di non uccidersi. Poi un’apparizione fugace di un valletto e di una damigella che poi subentreranno nella scena successiva e si rincorrono per il palco. Lui la rincorre per baciarla nel momento in cui il filosofo sta per uccidersi davanti ai familiari che assistono con rigore, anche nei costumi di scena. E come contraltare ecco apparire la giovinezza. Un mondo che se ne sta andando mentre e uno nuovo sta arrivando.

Veniamo all'ultimo atto. C'è una sconfitta dell'aspetto razionale. Poppea e Nerone hanno ottenuto quello che volevano. Seneca è morto. Ottavia la moglie di Nerone cacciata da Roma. E’ il contrario delle favole dove, al termine, di solito trionfa il bene. Qui invece è il male che ha alla meglio

Più che il male trionfa il vitalismo puro. Ma tutto ciò a un prezzo: molto alto. Poppea e Nerone raggiungono il loro obiettivo: restare insieme. Questo però lascia uno strascico di sangue e di dolore. Nerone era un uomo che amava l'arte. Lui stesso artista. Estremamente estroso ed estremamente camaleontico. Cantava, recitava, si travestiva. Nei secoli si è cercato di seppellire il suo vitalismo e questo tentativo non sia che solo un'illusione. Tutto poi muore. C'è un tempo per tutto, anche quello della sparizione. L’ idea di questo finale è proprio non renderlo un lieto fine. Quel vitalismo cozza contro la nostra finitezza. Si deve fare sempre i conti con il credersi eterni o onnipotenti. Bisogna confrontarsi con la propria fragilità e finitezza. Non svelo i dettagli. Ma questa scena la racconto con l’obiettivo di non rendere il finale, apparentemente felice, in un lieto finale. Il suo e, più in generale, questo sentimento estremo di Nerone e di Poppea si scontra contro qualcosa che è comunque comune a tutti noi. Il tempo che abbiamo a disposizione. 

Roberto Fiorentini


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