2 agosto 2026

Sempre più impressionante il Grande Fiume. Pesantissima carica batterica nella poca acqua rimasta. Troppo frequente la siccità estrema. Guarda il video da Isola Serafini a Cremona

Sempre più basso, sempre più in sofferenza, sempre più impressionante. E’ così, il Grande fiume, in questi giorni di questa torrida estate. Mentre molti politici si gongolano nel relax delle loro vacanze, i problemi in vacanza non ci vanno e la scarsità d’acqua che interessa l’intero bacino padano comporta sempre più problemi, più preoccupazioni, non solo per il mondo agricolo (il primo a risentire di questa situazione).

Molto interessante anche un recente articolo del professor  Marco Zambianchi, microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all'Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell'ONB, pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada.  Come evidenzia Zambianchi, in questo articolo che rilanciamo, quando il Grande Fiume decide di fare lo sciopero della sete e si trasforma in un rigagnolo stanco, la natura non si prende una pausa, anzi: organizza una festa clandestina dove i microbi sono i DJ e i nutrienti il buffet illimitato. In pratica, quando la portata del Po crolla sotto i 450 metri cubi al secondo e il Delta raggiunge temperature da idromassaggio a 32°C, accade esattamente quello che succederebbe dimenticando un brodo di pollo sul balcone a ferragosto. Senza l’effetto “risciacquo” dell’acqua fresca, tutto ciò che arriva dai campi intensivi, dagli allevamenti e dai depuratori cittadini — parliamo di quintali di nitrati e fosfati — si concentra in un cocktail micidiale. È il regno dell’eutrofizzazione, ovvero l’abbondanza di cibo che diventa una condanna. I primi ad approfittare di questo party da incubo sono i cianobatteri, simpatici organismi un tempo noti come alghe blu-verdi. Trovando acqua calda, calma e un buffet di fosforo e azoto da far invidia a un cenone di Capodanno, proliferano a dismisura creando vistosi “tappeti” verdi e schiume galleggianti. Purtroppo, insieme a loro arrivano anche batteri decisamente poco raccomandabili come Escherichia coli, Salmonella e Vibrio, che festeggiano il calo di ossigeno e la concentrazione degli scarichi. Quando poi tutta questa sterminata massa algale muore, la decomposizione prosciuga fino all’ultima molecola di ossigeno disciolto nell’acqua, lasciando il campo libero ai batteri anaerobi e alle loro esalazioni preferite: idrogeno solforato (con il suo inconfondibile profumo di uova marce) e metano. Tutto questo idillio microbiologico ha conseguenze utili quanto una puntura di vespa sulla lingua. Per gli esseri umani, il rischio si chiama cianotossine: sostanze capaci di fare danni al fegato, al sistema nervoso e persino di promuovere l’insorgenza di tumori. Fare un tuffo in queste acque o respirarne l’aerosol può regalare spiacevoli dermatiti, gastroenteriti e, nei casi più gravi, problemi epatici o neurologici, mentre i gestori dei potabilizzatori devono fare i salti mortali — e spendere cifre da capogiro — per rendere l’acqua di rubinetto di nuovo potabile. Nelle fattorie, come ricorda ancora il professor Zambianchi, la musica non cambia: il bestiame che beve acqua avvelenata da epatotossine rischia la vita e nel Delta la mancanza di ossigeno e il caldo torrido riescono a far strage fino al 90% delle coltivazioni di vongole. L’intero ecosistema va in cortocircuito: le specie native soffrono, la biodiversità crolla e il mare ne approfitta per risalire il fiume con il cosiddetto “cuneo salino”, che penetra per decine di chilometri trasformando la salinità di zone protette come la Riserva Mab Unesco. E non va meglio ai campi coltivati: l’acqua irrigua carica di sale avvelena i terreni, riducendo drasticamente i raccolti di riso, mais e pomodori.
Cosa si sta facendo di fronte a questa apnea idrica? Per ora ci si muove tra stati di emergenza regionali, limitazioni all’irrigazione, monitoraggi continui delle Arpa ed esercitazioni di protezione civile, accompagnati dalle giuste proteste delle associazioni di categoria che chiedono a gran voce una regia unica. Ma la scienza parla chiaro: mettere pezze non basta. Per curare il paziente serve una terapia d’urto strutturale. Bisogna tagliare i nutrienti alla fonte potenziando i depuratori ed evitando che i fertilizzanti finiscano nel fiume grazie all’agricoltura di precisione e alle fasce vegetate di protezione. Occorre poi rispettare religiosamente il Deflusso Ecologico minimo — ovvero la quantità d’acqua necessaria a far respirare il fiume —, passare d’urgenza all’irrigazione a goccia (che risparmia fino al 50% d’acqua rispetto ai vecchi spruzzatori) e realizzare finalmente un piano di invasi multifunzionali per trattenere la pioggia quando cade, superando un’immobilità infrastrutturale che dura da decenni. In fondo, come conclude Zambianchi, la diagnosi è chiara: la sofferenza del Po è il risultato di un mix fatale tra cambiamenti climatici imprevedibili — meno neve sulle Alpi, temperature più alte ed eventi meteo estremi — e una gestione umana nettamente migliorabile, fatta di prelievi agricoli massicci (pari a circa tre quarti del totale), reti idriche colabrodo e modelli colturali troppo idro-esigenti per i tempi attuali. Le soluzioni d’emergenza possono tamponare l’emorragia, ma solo una pianificazione integrata del bacino, la riconversione delle colture e una vera economia circolare dell’acqua potranno evitare che l’estate sul Grande Fiume assomigli sempre più a una puntata di un documentario post-apocalittico. Nel frattempo, restando alla situazione attuale, ecco che  fiumi sono in secca e oltre cento comuni tra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno difficoltà negli approvvigionamenti. In alcuni sono già arrivate le autocisterne. La grande siccità è tornata a colpire la pianura padana quattro anni dopo la grave emergenza dell’estate 2022.  Il principale segnale d’allarme è rappresentato dal fiume Po, che nasce nelle Alpi piemontesi e taglia la penisola per 652 chilometri prima di sfociare in Adriatico. Giovedì l’Autorità di bacino ha alzato il livello di severità idrica da «medio» ad «alto». Nel delta, all’altezza di Pontelagoscuro (Ferrara) la portata è arrivata a 313 metri cubi al secondo contro una media di 1.500. Il fiume non riesce a contrastare la spinta opposta dell’innalzamento del mare, che è penetrato per 25 chilometri dentro la foce. È il fenomeno del cuneo salino, che nell’estate 2022 aveva raggiunto l’ingressione record di 40 chilometri. L’acqua salata si mischia così a quella dolce, provocando la desertificazione dei terreni agricoli intorno alle sponde fluviali e la salinizzazione dell’acqua destinata a irrigare 3 milioni di ettari di campi emiliano-romagnoli, che attingono dal Po grazie a un reticolo di canali artificiali lungo 135 chilometri. Il cuneo salino sta avvenendo anche negli altri fiumi che sfociano lungo la costa romagnola come il Bevano, il Lamone, il Savio e il Reno, mettendo a rischio la produttività dei terreni in un’ampia area agricola. A ciò si aggiunge la scarsità di precipitazioni: il bollettino Arpae sul bilancio idroclimatico di giugno, l’ultimo disponibile, afferma che «le piogge hanno raggiunto un valore totale medio regionale di 27,9 millimetri, nettamente inferiore al valore mediano 1991-2020, pari a 79,8 mm. Le anomalie sono fortemente negative su quasi tutto il territorio, con deficit oltre il meno 75%». Sono definiti «valori tipici di siccità estrema» e la lunga ondata di calore avvenuta a luglio fa ipotizzare che il prossimo bollettino avrà dati ancora più preoccupanti. La scarsità di piogge e il caldo estremo comportano una maggiore richiesta irrigua da parte delle imprese agricole, che per Arpa è superiore del 40% rispetto alla media; ma per contrastare la siccità la regione Emilia-Romagna ha disposto il blocco del prelievo dai fiumi, lasciando oltre cento aziende del faentino senza irrigazione secondo Coldiretti. Per quanto riguarda i bacini lombardi, che sono ovviamente di particolare importanza, soltanto il Lago di Garda mantiene una situazione relativamente favorevole, conservando ancora oltre la metà della capacità del proprio serbatoio naturale. Molto più critica, invece, la situazione degli altri laghi. Il Lago Maggiore e il Lago di Como dispongono ormai soltanto del 6% del volume di invaso utile, mentre il Lago d’Iseo è sceso intorno al 10% e continua a perdere risorsa idrica. Ancora più preoccupante il dato del Lago d’Idro, che conserva meno del 5% della propria capacità regolabile. Le conseguenze si riflettono direttamente sulle portate rilasciate nei fiumi emissari, oggi pari a circa la metà dei valori stagionali. Particolarmente delicata la situazione del Lago Maggiore, che riesce a rilasciare appena 70 metri cubi al secondo, una quantità oltre quattro volte inferiore rispetto alla media del periodo e insufficiente a soddisfare pienamente il fabbisogno delle risaie lombarde e piemontesi. Anche il Lago di Como ha raggiunto uno dei livelli minimi stagionali registrati negli ultimi ottant’anni. Secondo Legambiente Lombardia, la gestione della crisi idrica da parte della Regione e degli enti irrigui è stata improntata alla massima attenzione fin dall’inizio dell’anno. Già nei mesi primaverili, infatti, la ridotta presenza di neve sulle Alpi lasciava prevedere un’estate difficile. Nonostante le misure adottate dal Tavolo regionale per la gestione della crisi idrica e il contributo fornito anche dai bacini idroelettrici, il deficit resta enorme: nei grandi laghi sono entrati circa 4 miliardi di metri cubi d’acqua in meno rispetto agli oltre 10 miliardi normalmente disponibili in questo periodo dell’anno. Una carenza che rende sempre più difficile garantire acqua sufficiente per l’agricoltura e per gli altri utilizzi della risorsa idrica. Per Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, la situazione rappresenta una delle conseguenze più evidenti del cambiamento climatico. Secondo la Meggetto, oltre ad accelerare la transizione energetica abbandonando progressivamente le fonti fossili, è indispensabile ripensare anche il modello agricolo della Pianura Padana. L’associazione ambientalista sottolinea come gli episodi di siccità estrema siano ormai sempre più frequenti e invita istituzioni e comparto agricolo a pianificare interventi strutturali capaci di garantire una gestione più sostenibile della risorsa idrica nei prossimi anni.

Eremita del Po

Le foto e i video sono di Francesco Sessa Ventura

Guarda il video della secca da Isola Serafini a Cremona

Paolo Panni


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Manuel

2 agosto 2026 10:43

Sembra di vedere, per questa emergenza, oramai incancrenita, la pubblicità della TIM con Massimo Lopez.

Daniro

2 agosto 2026 19:45

Purtroppo, e lo dico con rammarico, le riserve Mab Unesco non sono aree protette e, salvo slcune aree piemontesi e del Delta, il Po non è un'area protetta.
Il "Grande Fiume" come lo si continua a definire, è sempre stato considerato come una risorsa da spennare, depredare, vituperare, un tubo di scarico, una cava di inerti, un canale di comunicazione e di raffreddamento di centrali nucleari, un supporto d'irrigazione per agricoltura, allevamenti e pioppicoltura intensive. Cos'è invece un fiume? Un ecosistema complesso, dove c'è un alveo che abbia possibilità di divagare, più alvei fluviali al suo intorno con un sistema complesso di golene, zone umide, boschi spontanei, boschi ripariali, aree di esondazione. Bene, tutto questo non c'è più o é sopravvissuto solo in parte, sacrificato a un modello economico che da anni mostra limiti che sembrerebbero insuperabili e che invece si continuano a superare. I cambiamenti climatici accellerano questo deficit in modo esponenziale e le lacrime di coccodrillo versate ora da chi lamenta solo perdite economiche ma mai perdite ambientali presto verranno asciugate dalle prime piogge e nessuno si ricorderà di questo strazio.