Le nostre Terramare: quando la Pianura Padana era coperta dalle acque. La scoperta di don Gioachino Bonvicini tra Ognissanti e Cella, ma oggi nessuno ne parla più
Immaginiamo un semplice prete di campagna all’inizio del secolo scorso, dei campi arati e una scoperta eccezionale.
In questi giorni in cui si parla di siccità e di livelli record in negativo del nostro Grande Fiume, è curioso ricordare come una tra le prime civiltà ad insediarsi nelle nostre terre, durante l’età del bronzo, fu quella delle Terramare, ossia grandi villaggi su palafitte, realizzati nelle poche aree in cui acque e boschi lasciavano spazio.
Vedere, guardare, osservare
Il filo diretto tra preistoria e presente è incarnato da un pretino di campagna, semplice e senza grande istruzione. Don Gioachino Bonvicini, parroco di Ognissanti, passeggiando per la campagna, quel giorno di fine estate del 1893 fa una cosa che oggi sarebbe quasi rivoluzionaria: vede qualcosa, guarda meglio e infine osserva attentamente.
E fa una scoperta eccezionale: trova il primo di numerosi reperti attribuiti proprio ai terramaricoli che si insediarono in quella parte di campagna cremonese.
L’ambiente padano nell’età del bronzo
Per prima cosa, però, dimentichiamoci la pianura a cui siamo abituati, pianeggiante, estesa e senza alberi: tutto il contrario. La nostra fertile Pianura Padana ha origini alluvionali e addirittura milioni di anni fa in realtà esisteva solo un grande “mare padano”, colmato nei millenni dai fiumi che hanno lentamente ma costantemente depositato grandi quantità di sedimenti. I terreni non erano affatto piatti in quanto il lento ritirarsi delle acque plasmò e modellò il territorio, lasciandolo comunque sempre ricco di acqua, mentre gli alberi ed i boschi iniziarono a prendersi gli spazi lasciati dal mare.
Le poche le terre emerse non erano affatto ospitali, secoli prima delle bonifiche e della regimentazione delle acque in canali e fossi; acquitrini e paludi costellavano il territorio variegato e non mancavano predatori ed animali selvatici a rendere ancora più difficile la sopravvivenza. In queste terre, durante quella che viene definita “Età del Bronzo” (più precisamente nel periodo circa dal 2000 al 900 a.C), nacque e si sviluppò la Civiltà delle Terramare, coi primi nuclei sociali aventi una struttura definita. Il loro nome deriva dal termine dialettale emiliano terra marna per indicare proprio quella terra scura e ricca di materiale organico che componeva i dossi e le collinette locali, sui quali vennero realizzati i villaggi terramaricoli.
Nello stesso periodo
Per dare un’idea, nello stesso arco temporale in Egitto regnavano faraoni come Tutankhamon, Ramses II, Akhenaton e venivano costruiti i complessi architettonici del tempio di Abu Simbel e della Valle dei Re. In Grecia si sviluppava la Civiltà Micenea. Un bel salto nel passato.
Nel cuore di quella che stava lentamente diventando la Pianura Padana i popoli si ingegnarono per trovare delle soluzioni che permettessero di stare al riparo dalle malsane acque stagnanti e dalle piene degli ancora poderosi fiumi; ma serviva anche restare al riparo dai pericoli terrestri. Fu così che nacque quella che sarà definita civiltà delle Terramare: nuclei abitati composti da diverse capanne sopraelevate, circondate da un fossato e difese da terrapieni e palizzate. Realizzarle non fu difficile, vista l’ampia disponibilità di legna dai boschi e di carìce dai terreni paludosi per coprire i tetti.
Nelle nostre terre
A Sospiro, Cella Dati, Ognissanti, ai Lagazzi del Vho: anche la nostra campagna ha visto crescere questi nuclei e per secoli ne ha poi custodito i resti sotto uno strato di terre; quindi, con la meccanizzazione sempre più potente dei mezzi agricoli e con la necessità di rendere i campi più piani possibile, i reperti sono tornati alla luce, riportati in superficie.
Ad Ognissanti fu un pretino di campagna, nemmeno troppo istruito, semplice ed amante della sua terra, grande ed acuto osservatore che, durante una sua passeggiata nella campagna del paesello, passando accanto ad un campo appena arato, fece una cosa straordinaria nella sua semplicità: osservò. Guardò bene, aguzzò la vista, catturata da un particolare che nei giorni precedenti non aveva mai notato: c’era qualcosa che spuntava dal terreno, qualcosa di insolito per quel luogo, un frammento che da secoli attendeva di essere ritrovato.
Intuì che quell’oggetto aveva una storia importante da raccontare, non era solo un vecchio coccio di poco valore: osservò, intuì, studiò. Quel pomeriggio don Gioachino Bonvicini trovò il primo dei frammenti dell’antica terramara e non a caso lo scovò in un terreno che era chiamato Campo Dosso, una semplice duna nella campagna che però nell’età del bronzo aveva ospitato un nucleo di uomini e donne, proteggendo le loro capanne dalle acque e dalle insidie.
Gli scavi riportano alla luce la quotidianità preistorica
Gli scavi ufficiali iniziarono il 4 novembre del 1893 e presto vennero alla luce oggetti di diverso genere, dai pettini in bronzo e osso, uno splendido rasoio a due lame in bronzo, diversi pesi per telaio, lame di pugnali in bronzo, ugelli da mantice in terracotta usati per la metallurgia: un fantastico spaccato di vita quotidiana su quelle palafitte circondate da boschi e acque, tante tessere di un puzzle ancora tutto da completare ma che già così racconta tantissimi aspetti di quella civiltà poi svanita.
Oggi, tabula rasa
Oggi, spiace dirlo, di quel dosso non rimane traccia così come nessuno ha più cercato reperti o provato a dare un significato al valore storico di quella zona: del resto la terra, da queste parti, ha valore solo nella coltivazione e della storia ce ne si fa poco.
I reperti rinvenuti tra Ognissanti e Cella Dati sono oggi raccolti e conservati (o meglio, ammassati in alcuni casi) in importanti musei a Milano, Cremona, Piadena. Sul territorio poco o nulla si parla oggi di questi preziosi reperti, questi frammenti di storia rimasti ad attendere sotto strati di terreno per millenni, portando la testimonianza di una civiltà tanto antica da essere stata tra le prime a riuscire ad insediarsi e sopravvivere in un territorio non ancora ospitale.
Eppure ancora una volta questa terra ci racconta una storia ricca, vitale e antica, che ancora una volta però ci racconta dell’operosità e dell’ingegnosità per adattarsi al territorio e trovare soluzioni per viverci e prosperare, come ci racconta ogni singolo coccio fatto riemergere da quella terra marna.
Nelle immagini, due ricostruzioni di capanne terramaricole nel sito di Montale (MO) e il campo di Ognissanti dove don Bonvicini trovò i reperti- Foto Lilluccio Bartoli / alcuni dei reperti ritrovati nella tereramara di Ognissanti (dal libro "La Terramara di Ognissanti" di Dante Fazzi, Apostrofo Editore, 2023)
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