"Un monaco in sala d'attesa" sguardo sulla fragilità alla Casa di cura "San Camillo"
“Un monaco in sala d’attesa. Uno sguardo sulla fragilità e sull’umanizzazione della cura come responsabilità condivisa”: questa la nuova riflessione nata dai monaci benedettini olivetani “Custodi del Divino Amore” di Vidalenzo, da cinque anni impegnati a portare il profumo del carisma monastico in terra di Po. Una riflessione toccante e bella nata tra le mura della Casa di cura “San Camillo” di Cremona. Un testo che, di seguito, si riportare per esteso.
“La vita sorprende. Interrompe programmi, modifica ritmi, apre scenari non previsti. Chi vive la vocazione monastica non è sottratto a questa imprevedibilità: resta un uomo dentro la storia, esposto alla fragilità come ogni altro. Nell’immaginario, il monaco abita chiostri silenziosi, celle raccolte, liturgie ordinate. Eppure la sua ricerca di Dio passa anche attraverso luoghi che sembrano lontani dal monastero: corsie d’ospedale, sale d’attesa, ambulatori affollati. La malattia lo costringe a uscire dalla consuetudine, a confrontarsi con tempi e spazi che non controlla, a sperimentare la dipendenza dagli altri. In una sala d’attesa, con il foglio dell’accettazione in mano, il monaco scopre quanto sia delicata la comunicazione nella fragilità. Un monaco, mentre attende una visita, può ricevere una telefonata come chiunque: inattesa, e non per informarsi sulla sua salute, ma per richiamare a un impegno mancato. Un istante che mostra quanto sia facile non cogliere ciò che l’altro sta vivendo. La malattia non è solo prova personale. È luogo in cui si manifesta una domanda più ampia: come viene guardata la persona quando è fragile? La sofferenza, ovunque si trovi, porta in sé un richiamo al Cristo crocifisso: alla sua carne esposta, alla sua solitudine abitata. Ogni corpo ferito ricorda che la dignità non dipende dalla forza, ma dal fatto di essere qualcuno, non qualcosa. Da qui nasce la questione dell’umanizzazione della cura. Non è un linguaggio tecnico, né un programma aziendale. È uno sguardo: il modo in cui si riconosce la persona dentro i percorsi sanitari. Riguarda chi cura, chi accompagna, chi organizza, chi amministra, chi decide. Ognuno, secondo il proprio ruolo, è chiamato a tenere insieme competenza e attenzione, efficienza e rispetto, procedure e ascolto. Esistono luoghi in cui questo sguardo è vissuto come ragione di vita. Sono contesti in cui la cura non si limita alla prestazione, ma include la presenza, la parola, il tempo condiviso. Luoghi in cui nessuno è ridotto a numero, in cui la fragilità non è un intralcio ma una chiamata a maggiore responsabilità. Queste realtà, spesso silenziose, sono un patrimonio da riconoscere e sostenere, perché mostrano concretamente che l’umanizzazione della cura è possibile e necessaria. Per chi vive la vita monastica, la sala d’attesa diventa una piccola scuola. Non è solo il luogo in cui si aspetta una visita, ma uno spazio in cui si impara a guardare. Accanto ci sono persone che faticano a orientarsi tra sportelli, totem, sigle, prenotazioni; persone che portano pesi economici, familiari, interiori. Un gesto semplice, una presenza discreta, una parola sobria possono diventare sostegno reale. In questo senso, l’esperienza di un monaco in ospedale non riguarda solo lui. È una lente attraverso cui leggere una domanda più ampia: quale posto ha la persona, con la sua storia e la sua vulnerabilità, dentro i sistemi di cura? La risposta non sta in slogan, ma in scelte quotidiane: nel modo in cui si accoglie, si informa, si accompagna, si resta accanto. L’umanizzazione della cura non è un tema accessorio. È una responsabilità condivisa, che chiede consapevolezza a tutti: operatori, dirigenti, amministratori, comunità. Sostenere i luoghi in cui questo stile è vissuto non significa privilegiare qualcuno, ma custodire un bene comune. Perché una società che sa prendersi cura con umanità di chi è fragile, si prende cura anche di se stessa. Il monaco, tornando al monastero dopo una giornata in ospedale, porta con sé volti, storie, domande. La sua preghiera si intreccia con ciò che ha visto e ascoltato. In quella trama, la fragilità non è negata, ma consegnata a un senso più grande. E la sala d’attesa, apparentemente marginale, diventa uno dei luoghi in cui si impara che la cura, quando è davvero umana, è sempre un incontro. I Monaci di Vidalenzo”.
Eremita del Po
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commenti
Fr. Massimo
26 ottobre 2026 04:32
Gli incurabili di oggi
Tracciamo un punto sulla linea del tempo. Siamo tra Cinquecento e Seicento. In molte città italiane
nascono gli Ospedali degli Incurabili. Quel nome oggi suona duro, quasi insopportabile. Nessuno
vorrebbe essere definito così. Eppure raccontava una realtà concreta: esistevano persone che non si
riusciva a guarire e che spesso non si sapeva nemmeno come accompagnare.
Ma forse la questione interessante non riguarda loro. Riguarda noi. Che cosa vede una società
quando incontra la fragilità?
La storia insegna che ciò che non comprendiamo fino in fondo tende a inquietarci. La malattia,
soprattutto quando è cronica o senza soluzione, costringe a fare i conti con il limite umano. Ricorda
che non tutto può essere controllato, programmato, risolto. Per questo la domanda che attraversa i
secoli non è soltanto sanitaria. È profondamente umana. Che posto diamo a chi soffre?
Nel corso della storia cristiana, una parte della risposta è passata attraverso la cura. Non una cura
intesa come terapia — to cure — ma come vicinanza — to care. Molti uomini e donne hanno visto
nella persona malata non una presenza scomoda, ma un volto da incontrare. Da questa convinzione
sono nate opere, ospedali, congregazioni, forme di assistenza che hanno segnato la storia
dell’Europa.
Alcuni nomi attraversano i secoli. Giovanni di Dio, che dopo aver sperimentato la follia e
l’abbandono, scoprì nella sofferenza degli altri il luogo dove ritrovare se stesso. Camillo de Lellis,
soldato ferito e inquieto, che trasformò la propria fragilità in un servizio radicale agli infermi.
Angela Merici, che dedicò la vita alle ragazze povere e abbandonate, riconoscendo dignità dove
altri vedevano scarto. Luisa de Marillac, che trasformò la cura dei più vulnerabili in un’opera
sociale capace di attraversare i secoli. Non sono icone da venerare: sono persone che hanno
compreso che la cura non nasce dalla forza, ma dalla ferita riconosciuta.
Nei racconti evangelici Gesù non parla molto della sofferenza. La incontra. Non la osserva da
lontano. Non la trasforma in teoria. La tocca. Si lascia interrompere. Si ferma. A volte guarisce, altre
consola, altre ancora restituisce dignità a chi l’aveva perduta agli occhi degli altri. La sua attenzione
non è per i forti, ma per chi rischia di rimanere ai margini.
Eppure, dopo duemila anni, la fragilità continua talvolta a essere vissuta come una colpa. Oggi
parliamo di persona in modo più ricco: sappiamo che la salute non coincide con l’assenza di
malattia, ma con l’integrazione di corpo, psiche, relazioni e spirito. La psicologia contemporanea —
dalla Gestalt therapy alle scienze relazionali — conferma questa visione: la persona non si guarisce
per intervento esterno, ma attraverso una relazione che integra. La cura autentica è incontro, non
soluzione. È il luogo dove la fragilità diventa spazio di comunione.
E tuttavia, proprio mentre il linguaggio si fa più complesso, rimane difficile accogliere alcune ferite.
Perché ci vergogniamo della sofferenza? Perché una malattia fisica si racconta più facilmente di una
fragilità psicologica? Perché alcuni hanno paura di chiedere aiuto? Forse perché continuiamo ad
associare il valore della persona alla sua efficienza. Finché produco, conto. Finché reggo, valgo.
Finché non mostro crepe, sono accettato.
Ma è davvero questo lo sguardo sull’uomo?
La Regola di san Benedetto indica un’altra via: «Si servano gli infermi come Cristo stesso.» Non è
un principio spirituale astratto. È una forma concreta di sguardo: la fragilità non è un difetto, non è
un ostacolo, non è un peso da allontanare. È un luogo dove l’umano si rivela nella sua verità.
E proprio per questo, senza dirlo apertamente, sappiamo che anche nelle comunità — come in ogni
realtà umana — può insinuarsi la tentazione opposta: quella di emarginare, allontanare, scartare ciò
che non comprendiamo o che ci mette a disagio. Non perché siamo peggiori degli altri, ma perché la
fragilità mette alla prova la nostra capacità di vedere.
Forse allora la domanda sugli incurabili è mal posta. Non dovremmo chiederci chi siano, ma se
esistono ancora persone che, nei fatti, vengono considerate tali: da evitare, da nascondere, da
dimenticare. Persone lasciate sole.
A questo punto la questione non riguarda più la medicina. Riguarda la coscienza. Perché si può
chiamare qualcuno fratello e non accorgersi della sua sofferenza. Si può parlare di inclusione e
continuare a costruire distanze. Si può difendere la dignità umana in astratto e non riconoscerla nel
volto concreto della fragilità.
La fragilità non rende meno persona. Non rende meno cristiano. Non trasforma l’uomo in un
prodotto difettato. La fragilità è parte della vita, non una colpa. La questione non è di chi porta una
ferita. La questione è di chi pensa che la fragilità sia un difetto.
E forse l’incurabile di oggi non è chi soffre, ma chi non vede. Chi passa oltre. Chi non si lascia
toccare. Chi, davanti alla fragilità, preferisce non guardare — come accadde quella volta, quando
molti non riconobbero il volto di Cristo nella sua Passione.
Dom Massimo Cavallaro O.S.B. Oliv.