Volontariato: dentro la "palestra di vita" dell'Associazione "Condivivere". Il primo co-housing cittadino
A volte è sufficiente varcare una soglia per scoprire un mondo sorprendente, che si svela attraverso le storie e i vissuti di chi lo abita. È una realtà che spesso incrociamo soltanto da lontano, sfiorandola con lo sguardo lungo le strade della nostra quotidianità, mentre osserva persone che condividono con noi gli stessi desideri e l'aspirazione a realizzare i propri sogni.
Nata dall'iniziativa di familiari e caregiver di persone con disabilità, l'Associazione CondiVivere APS si propone di ideare e realizzare percorsi verso un'autonomia reale. Attraverso l'ascolto, l'accoglienza e la condivisione di esperienze, l'associazione pone fondamento a progetti concreti di vita indipendente in ambito sociale, relazionale, abitativo e lavorativo.
Devo dire grazie a Mattia, volontario che da qualche mese è parte integrante del progetto, a permettermi di superare e raccontare quel confine impercettibile e delicato che rappresenta la linea di demarcazione che separa la semplice gestione della vita di un figlio con disabilità dal fondamentale traguardo di offrirgli i mezzi per esserne pienamente protagonista.
Una realtà che in tre anni e mezzo ha dato corpo al primo co-housing cittadino e a una "palestra delle autonomie" con sede in via Massarotti a Cremona.
Ad accogliermi Gigi, Giulia, Alessia, Eleonora, Chiara e Tiziana, presidente dell’associazione, che con un grande sorriso mi fanno sentire subito a mio agio.
Ed è proprio a Tiziana Cappiello che chiedo di raccontarmi la storia di CondiVivere.
Innanzitutto grazie per avermi ospitato nella vostra sede. Comincio con le domande più scontate, ma che rappresentano le fondamenta sulle quali posa il vostro progetto. Quando e quale è stato il motivo per cui è nata l’associazione Condivivere.
«L'associazione è nata tre anni e mezzo fa a Cremona dall'incontro tra famiglie e persone adulte con disabilità, unite dall'esperienza di caregiver. Il nostro percorso punta al "dopo di noi", costruendo un'autonomia quotidiana per i ragazzi. Questa esigenza si è fatta urgente dopo il Covid, che ha lasciato sole molte persone a causa della scomparsa dei familiari. Per questo ci siamo mossi per tempo, garantendo loro contesti abitativi, lavorativi e sociali davvero accoglienti, in cui vivere la propria adultità con la massima libertà e serenità.»
Rispetto a questo e forse in prospettiva, lo scorso 16 ottobre 2026 è stato approvato il disegno di legge A.C. 2789 riguardo al ‘Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari’.
«Questo ha rafforzato la nostra volontà di avviare un percorso verso un progetto di vita autonomo, fondamentale per gli adulti con disabilità. Si tratta di un cammino condiviso con i ragazzi basato su socializzazione, fiducia, rispetto e consapevolezza. Il progetto "CondiVivere" recepisce la legge regionale 25/2022 sull'inclusione e la vita indipendente, partendo dall'operatività sul campo. Noi familiari non abbiamo competenze specifiche, ma tanta determinazione, rabbia e volontà, che ci hanno spinto a fondare questa associazione.»
Da qui il primo ‘significativo’ traguardo.
«Il primo traguardo fondamentale è stato il primo co-housing a Cremona, nato grazie ad alcune famiglie che hanno consentito a tre ragazze disabili di convivere quotidianamente, affiancate da un'assistente familiare, da operatori e dai professionisti dell'associazione.
Accanto al supporto organizzativo e formativo, abbiamo ottenuto questa sede, la nostra "palestra delle autonomie". Qui i partecipanti sviluppano le abilità della vita quotidiana e la gestione dello spazio circostante, costruendo al contempo nuove relazioni e conoscenze.»
Potremmo definirla una rete sociale che supporta il diritto di queste persone che hanno il diritto di poter vivere in una condizione di autonomia, immagino che non sia stato semplice ‘tenderla’ inizialmente.
«L'obiettivo che dovremmo prefiggerci tutti è creare una vera rete integrata: un'unione di servizi, persone e competenze capaci di offrire una cornice rassicurante per il cammino verso l'autonomia e l'indipendenza dei nostri cari. A sostenerci sono state la nostra forza, la determinazione e, per paradosso, persino un po' di rabbia e di stanchezza, insieme a questo quadro normativo che finalmente impedisce che veniamo liquidati come semplici sognatori. L'ostacolo principale, invece, è stato verosimilmente la carenza di una vera e propria cultura sociale attorno a questi temi.»
Abbattere delle barriere sociali è spesso più complicato di abbattere muri di mattoni. Come pensate di riuscirci?
«Prima di tutto con la tenacia di chi vuole raggiungere un obiettivo. Vogliamo farci conoscere e avvicinare la nostra quotidianità a quella altrui. Lo facciamo con incontri in scuole e parrocchie, ma soprattutto vivendo la città insieme ai nostri ragazzi — all'aperitivo, in autobus o a mangiare una pizza — per creare un contatto concreto tra due realtà che non devono restare separate.
Inoltre, abbiamo proposto un progetto per portare la nostra testimonianza nelle scuole. I veri protagonisti saranno gli adulti con disabilità dell'associazione, che mettendosi in gioco in prima persona dimostreranno che ogni ostacolo si può abbattere. Questo genera empatia e alleanza con i giovani, superando i pregiudizi. La presenza visiva è fondamentale: elementi come la carrozzina devono diventare immagini quotidiane. Dobbiamo essere presenti sul campo per superare le barriere culturali prima ancora di quelle architettoniche.»
La cultura del sociale deve educare alla consapevolezza, partendo dai giovani come terreno fertile per questa semina.
«Sono convinta che la sfida prioritaria sia quella di educare e coinvolgere i giovani, quella più difficile, ma che non deve farci demordere. Io credo che la condivisione di esperienze come la nostra, al di fuori dei loro luoghi comuni, possa portarli ad una consapevolezza che possa spingerli concretamente ad aiutare ed aiutarsi a vicenda.»
‘Normalità e diversità' è una dicotomia che autosostiene questa rete, quali sono i cardini a cui si aggancia.
«Tutto nasce dall'accoglienza: quando ci si sente accolti, ci si esprime liberi dal giudizio. Vedere la persona prima della disabilità crea un'intesa profonda. Occorre ridiscutere il concetto di ‘perfezione’ e normalità, poiché la felicità si raggiunge pienamente anche nella diversità, sia fisica sia caratteriale. Per un adulto con disabilità, la sfida principale è costruire un'identità autonoma, imparando a esprimere gusti e opinioni anche in disaccordo con gli altri. La conflittualità ha un ruolo chiave: discussioni e diverbi non sono negativi, ma elementi essenziali di un legame autentico che dimostrano interesse reciproco e rafforzano la conoscenza di sé. Attraverso il confronto e il superamento delle incomprensioni si impara così ad affrontare la vita quotidiana.»
il ‘tempo’, inteso come risorsa, è un fattore che immagino sia determinante in questo vostro percorso comune, che lega l’associazione, alle famiglie ed i protagonisti di questa, ‘corsa contro il tempo’.
«È un tempo vissuto in una profonda contraddizione: come associazione dobbiamo spingere per far crescere il progetto, ma come famiglie dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo permettere ai nostri ragazzi — ormai persone adulte — di prendere in mano la propria vita e il proprio tempo. Dopo anni trascorsi nell'idea di doverci essere per forza, dobbiamo imparare a lasciare andare, superando la logica dell'essere indispensabili a prescindere. Conquistare momenti di libertà, sapendo che chi resta a casa ha un'autonomia sufficiente, è per noi una grandissima vittoria che richiede però di costruire il contesto adatto. Questo distacco genera una vera rinascita personale. Per questo investiamo molto nei "laboratori di pensiero": momenti di confronto tra familiari, ragazzi e operatori, affiancati da psicologi o volontari, per condividere idee e preoccupazioni. La nostra realtà si fonda sulle relazioni: quando si è forti sul piano relazionale, si può affrontare qualsiasi difficoltà.»
Un percorso che mi piace immaginare come una salita in ‘corda doppia’, dove serve fiducia reciproca per creare un contesto di sicurezza.
«La fiducia permette di compiere i primi passi verso il distacco e la separazione. È l'inizio di un percorso basato sulla socializzazione e su momenti destrutturati, imparando a conoscersi come persone e non solo come familiari. Spesso, infatti, noi genitori dimentichiamo come occuparci di noi stessi, essendoci sempre dedicati esclusivamente agli altri».
Al fine di assicurare continuità e stabilità nel tempo, l'associazione sta vivendo una fase di riorganizzazione strutturale. In conformità con la legge 25/2022, cosa prevede questo ulteriore passo avanti?
«Dopo oltre tre anni di attività basata sull'associazionismo spontaneo, che ci ha permesso di aprire la sede di via Massarotti e il primo co-housing a Cremona, siamo in una fase di riflessione. Per crescere e garantire ai ragazzi stabilità e maturazione personale, relazionale e professionale, serve ora una struttura organizzativa più professionale. Per applicare il "metodo Condivivere" (L. 25/22), l'associazione introduce una nuova figura professionale volta a favorire l'operatività diretta e le idee dei ragazzi, senza imposizioni dall'alto. La governance rimane al CdA e all'assemblea dei soci. L'équipe operativa riunisce educatori, operatori, assistenti familiari, il nuovo assistente personale, psicologi e volontari. In vista di una futura evoluzione in fondazione o cooperativa, l'ente mira a consolidare la rete sul territorio cremonese e oltre.»
Concretamente cosa fate in questa sede.
«Consideriamo questa struttura una vera palestra di autonomia quotidiana, attiva dal lunedì al venerdì dalle 9:30 alle 17:30. Le mattine sono dedicate ai laboratori scelti ed ideati dai ragazzi stessi: ogni mese, attraverso il "laboratorio delle proposte", programmiamo insieme le varie attività. Queste spaziano dalla cucina alla cura della persona, dallo stiro all'orientamento urbano per imparare a muoversi in autonomia con i mezzi pubblici. Pianifichiamo inoltre uscite ed eventi in base alle opportunità offerte dalla città, promuovendo iniziative di inclusione sociale che ci consentano di conoscere il territorio e farci conoscere».
La visibilità e l'integrazione nel tessuto cittadino sono fondamentali per abbattere i pregiudizi sociali e lo si fa attraverso la partecipazione ad eventi, come quello che ha portato (?) a partecipare alla realizzazione della mostra d'arte Ticonzero e successivamente, attraverso un laboratorio di orienteering, strutturare un percorso cittadino sicuro, per permettere ai ragazzi di visitare la mostra in autonomia per passare da una fruizione passiva ad un ruolo attivo.
E’ Giulia a parlarmene: «Abbiamo visitato la mostra "TIconzero" integrando l'esperienza con un laboratorio di orienteering. Dopo aver seguito insieme a loro il corso di atelier per l'esposizione nei pressi di Via Palestro, ho proposto di andare a vedere i dipinti insieme a un'altra frequentatrice della struttura Maria Bresciani. Insieme a Chiara, l’educatrice che ci segue e supporta, abbiamo prima affrontato il laboratorio di orienteering per tracciare e studiare un itinerario da percorrere in completa autonomia, anche quando è necessario il trasporto pubblico, che richiede l’attivazione della pedana d'accesso dell'autobus, dove serve attenzione e disponibilità.»
Se sono qui oggi lo devo a Mattia, la sua testimonianza chiarisce il senso dell'esperienza: fare volontariato richiede solo semplicità, curiosità e osservazione. Ogni momento donato torna arricchito di affetto e consapevolezza, quella che lui chiama semplicemente "magia".
Mattia, come sei arrivato qua?
«Il mio percorso è iniziato a febbraio, spinto dal bisogno di orientarmi dopo gli studi. Ad aprile ho partecipato alla riunione dei volontari e, fin da subito, ho affiancato il gruppo nelle attività di orientamento e in farmacia. A maggio si è aggiunto il judo, oltre alla gestione degli spazi, la preparazione dei pasti, i pranzi, il cinema e le pizzate. Superate le ansie iniziali, frequentare questo ambiente è diventato naturale. Il volontariato richiede di aprirsi a conoscere senza pregiudizi. C'è una costante "magia" nell'imprevedibilità delle giornate, tra momenti positivi e immancabili confronti, a volte anche piccoli litigi che accrescono il valore e danno solidità ad un rapporto.
Durante il talk in occasione della Festa del volontariato avevi detto che tutti dovremmo dedicare almeno una mezz’ora alla settimana,
«Ho parlato della mezza dozzina di minuti, o di quella famosa mezz’ora, perché dare il proprio tempo fa ricevere molto di più: affetto, unione e desiderio di aiutarsi a vicenda. Se ciascuno dedicasse anche solo 10 minuti ad aiutare chi è in difficoltà, per porre le basi per la vera crescita di una società. L'obiettivo deve essere il raggiungimento di una forma autentica di normalità e di vera integrazione, senza forzature. La piena consapevolezza permette anche di affrontare con serenità la propria disabilità, poiché la normalità e il modo di vivere di ciascuno si definiscono e si sviluppano in relazione al contesto in cui si abita.»
C’è anche un altro importante tema da affrontare che è fondamentale per raggiungere una vera autonomia e previsto dalla legge, l'integrazione lavorativa delle persone con disabilità in Italia attraverso il collocamento mirato.
E qui, ad avvalorare un tema che è alla base di un contesto di indipendenza, l’attenzione e la partecipazione cresce considerevolmente. ‘Capocordata’ è sempre Tiziana:
«Riguardo al tema dell'inserimento lavorativo, disponiamo di una legge (Legge 12 marzo 1999, n. 68 "Norme per il diritto al lavoro dei disabili" n.d.r.), ma si riscontra ancora una certa chiusura: benché la norma esista, le aziende non si mostrano così aperte all'accoglienza delle persone con disabilità. Di conseguenza, se sulla carta la possibilità di un'integrazione lavorativa è prevista, all'atto pratico spesso viene a mancare.Con l'obiettivo di orientare e consolidare al meglio il nostro impegno in questo campo, abbiamo organizzato un incontro con la responsabile del Centro per l'Impiego di Cremona e l'educatore di riferimento per questi percorsi. Promuovere simili momenti di approfondimento e confronto con le famiglie rappresenta per noi una prassi costante ogni volta che se ne presenta l'occasione. Da parte nostra c’è la ferma volontà di dimostrare al mondo del lavoro che un’integrazione reale è possibile. Nonostante i diversi tirocini svolti, questi spesso si interrompono senza offrire la continuità necessaria a un vero inserimento professionale. Le aziende devono strutturarsi e prepararsi ad accogliere persone con abilità differenti all'interno della propria organizzazione. Privare una persona dell'impegno occupazionale significa toglierle metà della propria vita: il lavoro, infatti, non è solo stipendio, ma rappresenta una componente fondamentale della formazione umana, sociale e relazionale. La vera essenza del lavoro sta nel rapportarsi con gli altri, nel socializzare e nel mettersi in gioco ogni giorno.»
Tra riflessioni, pensieri e risate il tempo è volato via veloce. L’arrivo dei dolci portati da un’amica dell’associazione ha dato il via a una piccola festa improvvisata, facendo stringere tutti insieme attorno allo stesso tavolo.
Scegliere di varcare quella porta mi ha permesso di scoprire un mondo ricco di vita e speranza, dove la disabilità diventa diversità, dove il desiderio profondo di vivere appieno la propria quotidianità in autonomia emerge con forza dai gesti, ancora prima che dalle parole.
E’ arrivato il momento di andare. Nel tragitto verso casa penso a come potrei trasmettere quella ‘magia’ di cui parlava Mattia qualche minuto fa e che ritrovo ad accompagnare i miei pensieri, perchè aprirsi con curiosità a nuove realtà regala sempre nuovi punti di vista da dove osservare il mondo che ci circonda.
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